Doug Stanton.
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IL COMANDANTE E GLI SQUALI.
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Titolo originale: In harm's way.
Traduzione di: Sergio Mancini.
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2003. Longanesi Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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Il 16 luglio 1945 l'incrociatore Indianapolis salpa da San Francisco alla volta di Tinian, nell'arcipelago delle Marianne, per una missione segretissima. Neppure il comandante Charles McVay sa che il carico da consegnare  Little Boy, la bomba atomica che verr sganciata su Hiroshima. Compiuta la missione, McVay e i suoi uomini fanno rotta verso Leyte, nelle Filippine. Ma poco dopo la mezzanotte del 29 luglio 1945 l'Indianapolis viene colpito dal sommergibile giapponese I-58 e cola a picco in pochi minuti. Inizia cos la tremenda odissea di circa novecento uomini, abbandonati nell'oceano: per cinque giorni lottano disperatamente contro le forze della natura e soprattutto contro gli squali, che, attratti dall'odore del sangue, azzannano i vivi e i morti. Avvistati casualmente il 2 agosto, nelle successive trentasei ore i superstiti sono tratti in salvo. Nei mesi seguenti, la sciagura scuote i vertici della Marina e l'opinione pubblica e, nel rimpallo delle responsabilit, il comandante McVay viene individuato come unico responsabile e trascinato davanti alla corte marziale.
Nel 2001, cio quasi sessant'anni dopo la tragedia, la Marina degli Stati Uniti chiude la pratica relativa all'Indianapolis, prosciogliendo McVay dall'accusa di comportamento negligente in relazione alla perdita della sua nave. Il comandante, tuttavia, non ha avuto la soddisfazione di vedere cancellata quell'accusa, essendo morto suicida nel 1968... Ma che cosa  successo davvero sull'Indianapolis? Perch c' voluto cos tanto tempo per riabilitare un ufficiale che gi i suoi uomini avevano scagionato? Forse la verit va cercata nel durissimo colpo subto dalla Marina americana - le perdite umane furono le pi gravi per una singola unit durante tutta la guerra nel Pacifico - e nel fatto che, a causa di incredibili disfunzioni organizzative, si poterono salvare soltanto 317 dei 1196 uomini imbarcati... Doug Stanton, che ha avuto la possibilit di parlare con gli ultimi superstiti dell'Indianapolis, traccia una nuova, pi convincente, storia della tragedia, rivelando lo straordinario coraggio di McVay e dei suoi uomini prima, durante e dopo l'affondamento dell'incrociatore, ma anche in patria, a tragedia conclusa. Perch, talvolta, gli squali pi pericolosi non sono quelli che si trovano nel mare, ma quelli che siedono in un tribnale militare
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L'AUTORE
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Doug Stanton  un giornalista, docente, sceneggiatore e autore americano dei bestseller del New York Times In Harm's Way: The Sinking della USS Indianapolis e la straordinaria storia dei suoi sopravvissuti e dei soldatini di cavalli che  la base per il film del 2018 12 Strong.
Doug Stanton, dopo aver lavorato come giornalista per Esquire e Outside, scrive ora per Men's Journal. Vive nel Michigan
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DEDICA.
Per Anne, John e Catherine Stanton, e per mia madre e mio padre, che mi raccontarono la guerra, e per i ragazzi dell'USS Indianapolis, che la combatterono. In memoria di Lonard K. Dailey, soldato scelto di fanteria, seconda guerra mondiale, morto il 25 ottobre 1944.
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Prima di a te stesso che cosa vorresti essere. Poi fa' quel che devi fare.
EPITTETO.
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PROLOGO.
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UN MARINAIO IN CATENE.
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Non voglio avere a che fare con navi che non veleggino rapide, perch intendo arrecare danno.
Commodoro JOHN PAUL JONES, in una lettera del 16 novembre 1778.
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Mercoled 6 novembre 1968 Winvian Farm, Litchfield, Connecticut.
In una ventosa giornata d'autunno, una mattina grigia dopo l'agonia variopinta della stagione ma prima che le nevi bianche e profonde dell'inverno lo tagliassero fuori dal mondo, il capitano di vascello Charles Butler McVay Terzo, ex comandante dell'incrociatore della seconda guerra mondiale USS Indianapolis, si svegli e fece l'inventario della giornata. Era solo nella camera da letto percorsa da spifferi di una casa in stile coloniale chiamata Winvian Farm, nei sobborghi di Litchfield, Connecticut. La finestra dava su un patio lastricato costruito per ospitarvi feste e sulla piscina; pi in l si scorgevano le ville sparse di banchieri e avvocati che avevano i loro uffici a New York, 160 chilometri a sud. I boschi circostanti, neri e scheletrici nella luce mattutina, si stagliavano contro il cielo grigio.
C'era molto da fare. I giorni precedenti, il comandante aveva pulito la piscina in vista dell'inverno e quella mattina avrebbe portato a termine il rituale della chiusura sistemando le assi per proteggerla dalla neve e coprendola con un telone. Dopo pranzo giocava spesso a bridge; il pomeriggio lavorava nella sua falegnameria o andava a caccia di anatre sul lago Bantam. Aveva 70 anni, era in buona salute, e i suoi capelli bianchi e le sopracciglia nere incorniciavano occhi azzurri, penetranti ma gentili. Sempre azzimato, sempre sicuro di s, indossava una camicia kaki stirata di fresco, pantaloni anch'essi kaki e pantofole di cuoio, indumenti diventati per lui una divisa, un ricordo della sua vita nella Marina da guerra.
Vivian!
La camera della moglie si trovava dall'altra parte rispetto al suo alloggio spartano, composto semplicemente da due letti gemelli e un comodino sopra il quale McVay teneva una Bibbia che leggeva ogni sera prima di spegnere, alle 22. Nella stanza c'era anche una scrivania, i cui cassetti erano pieni delle lettere ricevute dalle famiglie dei marinai passati sotto il suo comando, tenute insieme con spaghi ed elastici. Quelle lettere lo turbavano, lo avevano sempre turbato. Ogni Natale ne arrivavano altre, e anche quell'anno il 25 dicembre si avvicinava rapidamente.
Non ci fu risposta dalla stanza di Vivian, il che non era insolito. Vivian era la sua terza moglie. Vivace, bellissima e ricca di temperamento, aveva l'abitudine di dormire fino a tardi. Ex indossatrice, rappresentava il cuore della vita sociale di Litchfield; sotto tutti gli aspetti lei e Charlie - come lo chiamavano gli amici - erano una magnifica coppia, due persone di classe. Il pi delle volte le mondanit annoiavano McVay, che poteva essere timido e perfino ombroso e che al cicaleccio dei cocktail party preferiva la solitudine dell'appostamento per la caccia alle anatre.
Scese le scale scricchiolanti in direzione della cucina, dove ultimamente aveva trascorso sempre pi tempo a parlare con la governante, Florence Regosia, una giovane di buon cuore al suo servizio da otto anni che insisteva a chiamarlo ammiraglio. E, in effetti, era stato promosso contrammiraglio, il suo grado ufficiale in Marina all'atto del congedo, quella che veniva definita la promozione per la tomba. Ma queste promozioni erano un po' come essere nominato capitano della squadra di football e poi rimanersene seduto in panchina. Lo stesso McVay insisteva per essere chiamato comandante, gli sembrava pi corretto.
Dopo aver scambiato due chiacchiere con Florence, port a passeggio Chance, il labrador nero, nei boschi dietro casa. Poi incontr Al Dudley, giardiniere e tuttofare, e si misero a lavorare agli alberelli del cortile anteriore, avvolgendoli strettamente con corde e tela per proteggerli dal lungo inverno.
Dal giardino di Winvian Farm si vede la strada sterrata che porta a Litchfield in direzione nord e, in direzione sud, verso le arterie principali che scendono al mare. C' uno steccato di legno, un filare di meli e al di l boschi e campi a perdita d'occhio. Molte case di Litchfield erano state costruite da comandanti di navi del XIX secolo e in molte di esse appariva ancora il cosiddetto balcone delle vedove.  un paesaggio collinare e il villaggio  immerso in una vallata boscosa, lontano dal grande traffico, come se le vedove di quei comandanti avessero voluto ritirarsi il pi possibile all'interno, lontano dal mare, lontano dal pericolo. E un luogo in cui di solito la gente giunge in pace e prosperit al tramonto della vita,  un luogo in cui dimenticare tante cose. Il comandante vi aveva vissuto per quasi sette anni.
Un granaio che serviva da rimessa e il sussurro gelido del vento novembrino circondavano McVay e il suo giardiniere. Lavoravano in totale sintonia, l'uno a fianco dell'altro, e McVay chiacchierava, pinze e spago in mano, come se niente lo infastidisse.
Ma c'era qualcosa.
Dopo un paio d'ore fecero una pausa per il pranzo e Al Dudley torn alla sua casetta dall'altra parte della strada sterrata. A Winvian Farm, Florence aveva preparato un sandwich e lo aveva portato in sala da pranzo. Vivian era in un'altra stanza e mangiava da sola. Prima di sedersi a tavola McVay sal in camera sua, in apparenza per cambiarsi con qualcosa di adatto a un pomeriggio da trascorrere a giocare a bridge al Sanctum, un club situato nel verde che circondava Litchfield. Chiuse la porta dietro di s.
Dietro le finestre della camera da letto il vento strappava le poche foglie rimaste sugli alberi e una pioggia gelida sgocciolava dalle grondaie picchiettando sui vetri.
Sul comodino c'era una fondina e dentro la fondina un revolver d'ordinanza calibro 38 della Marina. Il comandante la prese.
Bussarono alla porta.
Ammiraglio, il pranzo  pronto. Era Florence.
Nonostante il solito buon umore del comandante, Florence era preoccupata per lui. Sapeva che aveva incubi, le aveva detto che erano pieni di squali che lo circondavano. Quando diverse settimane prima gli aveva ricordato che bisognava installare anche le controfinestre esterne, lui si era limitato a osservare: Oh, non sar necessario.
Perch no?
Perch, le aveva detto, io non ci sar.
Florence torn dabbasso e ben presto apparve sulla soglia il comandante, con un'espressione vacua sul volto. Era ancora vestito come prima.
Ammiraglio, osserv Florence, deve andare a giocare a carte, oggi.
Ah, s, rispose McVay. Lo so.
Quando Florence gli chiese se volesse pranzare, lui rispose: Pi tardi.
Florence lo fiss per un istante, poi torn in cucina.
Il comandante apr la porta anteriore della casa e attravers un cancelletto di legno eretto in previsione delle nevicate. Si sdrai sul sentiero di pietra con la testa appoggiata al gradino di marmo, il volto scarno rivolto al cielo.
Al suo fianco, mentre giaceva in quel modo, c'era Chance, che lo osservava, il capo un po' ripiegato, mentre lui portava alla testa la gelida canna della pistola.
Nella mano sinistra teneva un mazzo di chiavi di casa e il portachiavi era un marinaio di piombo, logoro ricordo di tempi pi felici. Lo aveva portato con s in ogni viaggio attraverso gli oceani e in battaglia. Gliel'avevano regalato quand'era ragazzo.
Qualunque buona fortuna avesse goduto nella sua vita, era ormai svanita. Tir il grilletto.
Una pozza di sangue si form sul gradino e scivol nell'erba tagliata(1). Reclinato in quella postura, con la testa appoggiata sullo scalino, le mani in grembo, le gambe allungate davanti a s in direzione del sentiero, Charles Butler McVay sembrava navigare ormai libero alla deriva, pacifico viaggiatore su un mare calmo.
Quando cominci a trapelare la notizia della morte di McVay, il suo necrologio, pubblicato dai maggiori quotidiani, raccontava di una carriera navale storica. L'ammiraglio Charles McVay muore all'et di 70 anni, intitol il Washington Post. Ma il Post e il New York Times osservarono che la sua carriera era stata turbata da un disastro e da notevoli controversie.
A Litchfield pochi capirono perch si fosse ucciso; non si sapeva molto della sua vita precedente al trasferimento in quella piccola comunit. Nel contempo riservato e loquace, modesto e tuttavia orgoglioso, era un enigma, un uomo misteriosamente stoico.
Nella sua citt d'adozione ben pochi sapevano che il comandante McVay era sopravvissuto al peggior disastro navale della storia degli Stati Uniti. Certo, si trattava di un tratto distintivo assai dubbio, che lo avrebbe perseguitato tutta la vita. Era difficile che parlasse con la gente degli eventi spaventosi di quella mattina del 30 luglio 1945, quando la sua unit, l'USS Indianapolis, era stata silurata da un sommergibile giapponese, che aveva ucciso sul colpo circa 300 uomini e ne aveva mandati altri 900 nelle acque scure e ribollenti del vasto mar delle Filippine, a circa 350 miglia dalla terra pi vicina.
Quattro giorni pi tardi, quando la Marina venne finalmente a sapere dell'affondamento, solo 321 marinai erano ancora in vita. Quattro sopravvissuti morirono poco dopo il recupero, negli ospedali militari del Pacifico meridionale. In una storia ricca di ironie l'Indianapolis era stato la prima nave che il comandante giapponese Hashimoto avesse mai silurato e l'ultimo importante affondamento della seconda guerra mondiale.
Nella scia di quel disastro accaddero due eventi senza precedenti: la Marina cambi il modo di navigare e il comandante McVay fu accusato di negligenza nell'esercizio del comando e condotto davanti a una corte marziale. Dei circa 400 comandanti americani le cui navi furono affondate durante la seconda guerra mondiale - anzi, di tutti i comandanti dell'intera storia della Marina - McVay fu l'unico a essere sottoposto a corte marziale perch la sua nave era stata affondata nel corso di un'azione di guerra(2).
All'inizio degli anni '90 i rapporti dei servizi d'informazione che avrebbero potuto dimostrare l'innocenza di McVay furono finalmente resi di dominio pubblico. Ma dopo averli esaminati la Marina rifiut di riprendere in esame la propria decisione. Nonostante il provvedimento congressuale approvato nell'ottobre 2000, la condanna della corte marziale  valida ancora oggi e l'archivio delle sentenze definisce criminale il comportamento di McVay(3).
Dei 317 uomini sopravvissuti a quell'ordalia, 124 erano ancora in vita all'epoca in cui questo libro  stato scritto e ogni due anni si riuniscono a Indianapolis - la citt da cui aveva preso il nome la loro sventurata unit - per ripercorrere le tappe dell'affondamento e celebrare il ricordo del comandante McVay. Sono gli uomini dai capelli grigi con scarpe da tennis e giacca a vento che si vedono passeggiare nei centri commerciali la mattina; sono vigili del fuoco in pensione, camionisti, medici e ricchi uomini d'affari; sono nonni, mariti, zii e fratelli. E come un sol uomo sostengono che McVay non fu responsabile del disastroso evento che li cambi da cima a fondo. Quando l'incubo fin - e furono in grado di rimettersi in piedi e continuare a vivere - parlarono di rado di ci che era accaduto. Ci vollero anni per sbloccare i ricordi di quei giorni e di quelle notti.
In molti libri di storia l'affondamento dell'Indianapolis non  menzionato. In un certo senso  come se la nave fosse salpata e non fosse mai pi tornata. Ma ancora oggi il disastro ossessiona il Dipartimento della Marina e ossessiona gli uomini dell'equipaggio. Di notte alcuni si svegliano aggrappandosi a un letto che, ne sono certi, sta affondando sotto di loro.
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PARTE PRIMA.
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PARTENZA PER LA GUERRA.
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Pap, c' una guerra da vincere l fuori, e io intendo andare a vincerla. Torner fra breve.
ED BROWN, comune di prima classe, USS Indianapolis.
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1. TUTTI A BORDO.
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Domenica 15 luglio 1945 San Francisco, California.
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LA nave era ancora ormeggiata nella rada di Mare Island, ma il comandante intu che ne stava gi perdendo il controllo.
Salendo la passerella dell'unit al suo comando, l'USS Indianapolis, il comandante Charles McVay era perplesso. Raggiunta la sommit si volt verso poppa, salut la bandiera e si avvi nella luce bronzea della fredda mattina californiana, passando accanto agli elettricisti, ai pittori e ai tecnici che lavoravano in coperta. Tra coloro che osservavano il quarantaseienne McVay - elegantemente abbigliato, con la divisa kaki e il berretto rigido con la tesa nera ornata delle decorazioni dorate che gli uomini chiamano uova strapazzate - nessuno avrebbe potuto intuire la gravit delle sue preoccupazioni, perch lui le nascondeva bene.
Era appena tornato da una riunione al quartier generale della Marina nel centro di San Francisco(1). L'incontro con l'ammiraglio William R. Pumell e il capitano di vascello William S. Parsons era stato cos rapido e conciso da essere deludente: quella mattina stessa avrebbe dovuto portare la sua nave dall'arsenale di Mare Island, 30 miglia a nord di San Francisco, a quello di Hunters Point, appena fuori della baia. Una volta a Hunters Point, l'Indy avrebbe accolto a bordo quello che era stato definito un progetto segreto prima di salpare per il Pacifico.
La riunione era durata meno di un'ora e soprattutto non furono divulgate informazioni sul nuovo incarico della nave.
McVay aveva molti pensieri per la testa, la maggior parte dei quali assillanti(2). Da maggio l'Indy era ormeggiato a Mare Island, sottoposto ad ampi lavori di riparazione che,
secondo i calcoli, sarebbero dovuti durare quattro mesi. Poi, all'improvviso, tutto aveva subito un'accelerazione. Tre giorni prima, il 12 luglio, McVay aveva ricevuto dal comando navale il misterioso ordine di preparare senza indugio l'equipaggio per una missione segreta.
Centinaia di telegrammi erano partiti dalla nave per richiamare a bordo l'equipaggio di 1196 marinai: avevano al massimo 72 ore per eseguire l'ordine. I veterani erano in parte disseminati per tutto il Paese, in licenza o in addestramento temporaneo presso altre unit(3). La maggioranza dell'equipaggio era rimasta nelle caserme di Mare Island ad ammazzare il tempo bevendo birra, cercando ragazze e giocando a carte. Altri ancora stavano per essere chiamati a bordo - e in guerra - per la prima volta.
Giunsero a sciami a Mare Island e alla nave, camminando sopra un groviglio di manichette per l'aria e per l'acqua, utensili e materiali di rispetto sparsi per tutto il ponte. McVay era rimasto a osservare i membri pi giovani dell'equipaggio salire a bordo, mentre i veterani li sfottevano: Ehi, ragazzi, ma guardatelo! Non  carino? Diamine, scommetto che non ha mai dovuto farsi la barba.
McVay capiva quanto la guerra potesse occupare i pensieri di quei ragazzi, novellini e veterani allo stesso modo, che nei giorni precedenti avevano fatto l'amore, si erano ubriacati, avevano scritto una lettera a casa un'ultima volta e si erano imbarcati a bordo dell 'Indy, pronti a prendere il mare. Correva voce che la nave dovesse tornare nelle Filippine per una massiccia invasione del Giappone e delle sue isole, in due operazioni chiamate in codice, rispettivamente, Coronet e Olympic. Ma quella mattina nemmeno il comandante McVay sapeva quale fosse la loro destinazione.
Gli era stato detto che il 16 luglio - cio il giorno successivo - la nave avrebbe dovuto lasciare al pi presto San Francisco(4). McVay aveva avuto quattro giorni per fare quello che sotto ogni aspetto appariva impossibile. Nel corso delle ventiquattr'ore precedenti aveva navigato nella
nebbia notturna su un mare grosso intorno alle isole Farallon, 30 miglia a ovest della costa di San Francisco, mettendo alla prova l'Indy con brevi ma intensi collaudi. L'equipaggio aveva sperimentato allarmi e disturbo dei radar ed effettuato accostate di emergenza. Tutto sommato l'Indy si era comportato bene.
Ma bene sarebbe bastato? La nave era appena uscita da un disastro che aveva richiesto una grande quantit di lavori di riparazione: il 31 marzo, al largo di Okinawa, aveva subito un attacco di kamikaze che per poco non si era rivelato fatale. L'incidente aveva provocato la morte di 9 uomini e il ferimento di altri 29. Uno degli uomini di McVay, il marinaio E.P. Procai, era stato sepolto in mare con l'accompagnamento di una salva di 21 colpi di fucile(5). Gli altri 8 erano stati inumati in uno degli isolotti a ovest di Okinawa, in cui si trovavano delle attrezzature per cacciatorpediniere danneggiati e un cimitero.
Dopo l'attacco al largo di Okinawa, l'Indy aveva faticosamente ripercorso le 6000 miglia attraverso il Pacifico. Due alberi portaelica, un deposito di combustibile e l'impianto di distillazione dell'acqua erano stati gravemente danneggiati. Una volta a terra alcuni membri dell'equipaggio avevano chiesto il trasferimento ad altre unit(6). Quando ci colpiranno di nuovo, dal buco ci potr passare un autobus, dicevano. L'Indy, si lamentavano, era diventato fragile.
E adesso si chiedevano se non fosse anche una nave sfortunata.
Poco dopo il ritorno del comandante dalla riunione, intorno alle 10, il dottor Lewis Haynes ud il fischio del sistema di comunicazione interna dell'Indy, un rumore simile al soffio dell'aria attraverso una manichetta, seguito dal sibilo acuto del fischietto del nostromo. Equipaggio, attenzione! Equipaggio, attenzione! fu l'annuncio. Il dottore tese l'orecchio mentre la voce pacata di McVay riecheggiava nell'aria del mattino: Uomini, domattina ci dirigeremo nella zona avanzata. Ci significava semplicemente che stavano per tornare in zona di guerra.
I ragazzi smisero di colpo di lavorare, le ramazze e le manichette dell'acqua immobili tra le braccia mentre ascoltavano la voce proveniente dagli altoparlanti fissati alle paratie esterne della nave. Il comandante annunci che sarebbero partiti subito alla volta di Hunters Point, dove si trovavano i magazzini e i moli di carico per le navi destinate al Pacifico. Poi disse la cosa che tutti i marinai temevano di udire: tutte le franchigie serali erano state cancellate.  tutto, concluse McVay. Il circuito interno si spense.
Alcuni si lamentarono con un gemito. Avevano progetti, e fra questi c'era quello di trascorrere la serata a San Francisco. La citt, ancora un centro del Selvaggio Ovest, era l'ultima fermata per i marinai destinati al Pacifico e offriva un gran numero di spettacolini piccanti allo Street of Paris di Mason(7) Nei tre anni e mezzo di guerra dall'attacco a Pearl Harbor vi erano passati parecchi milioni di soldati. Solo negli ultimi quattro mesi l'Esercito e la Marina avevano inviato oltremare pi di 320.000 uomini(8).
Poi McVay diede l'ordine di salpare e pochi minuti pi tardi l'Indy si stacc dal molo di Mare Island, pass davanti ad Alcatraz, ed entr nelle vaste e tranquille acque della baia di San Francisco. Ben presto, quando il sole era ormai alto e la foschia mattutina si era dissipata, pot attraccare al molo di Hunters Point, restando immobile sulle mastodontiche gomene da 200 millimetri date volta a poppa e a prua.
Il dottor Haynes consider alquanto strano l'improvviso cambiamento di programma. Il medico, un uomo vivace dai capelli rossi, aveva l'impressione che intendessero destinare la nave alla task force 95 in vista dell'invasione del Giappone. Al momento la task force era nelle Filippine e l'invasione era programmata per la fine dell'anno: mancavano quindi ancora quattro mesi e mezzo.
In Europa la guerra era finita e il teatro del Pacifico aspettava l'attacco finale contro le isole del Giappone. La Germania si era arresa due mesi prima; il 6 giugno 1944 l'invasione della Normandia aveva procurato alla 1a armata americana 6603 perdite, di cui 1465 caduti(9). Ma erano cifre irrisorie in confronto alle perdite stimate per l'invasione del Giappone: almeno 500.000 uomini(10). I ragazzi dell'Indy parlavano spesso e apertamente delle loro possibilit di sopravvivere. Dall'isola di Tinian, che l'incrociatore aveva bombardato e aiutato a conquistare nel 1944, erano giunti rapporti da cui risultava che truppe giapponesi si nascondevano ancora nelle colline, in mezzo alla giungla, e sarebbero state in grado di resistere altri cinque anni contro una forza d'invasione(11). La fine della guerra sembrava vicina ad alcuni, Haynes lo sapeva, ma per molti era ancora un sogno a occhi aperti.
Quella mattina il medico si chiese in che modo un'unit come l'Indy potesse abbreviare la guerra. E pens ai suoi cari.
Durante i lavori di riparazione, Haynes aveva avuto la fortuna di tornare per un periodo di diverse settimane nel Connecticut, dov'era andato a nuotare con la moglie e i due figli e aveva provato la gioia pura di non sentire l'incombere della guerra. A 33 anni era uno dei marinai pi anziani ed esperti a bordo dell'Indy. Nel 1941, sul cacciatorpediniere USS Reuben James, era sfuggito a un uragano nel mezzo dell'Atlantico settentrionale, quando a bordo tutti pensavano ormai che non ce l'avrebbero fatta. Teneva un diario informale del suo servizio in mare. Prima di essere assegnato all'Indy aveva passato 39 mesi a bordo di caccia e della corazzata USS New Mexico, senza prendersi un giorno di licenza. Non si era mai lamentato con gli ufficiali superiori del turno di servizio insolitamente lungo, tranne una volta, ed era perch gli avevano concesso una licenza. La pensava cos: aveva un lavoro importante da svolgere, salvare cio la vita dei suoi uomini.
Per poco non sarebbe riuscito a tornare nel Connecticut il
mese precedente. Dopo aver fatto due conti in base alla sua misera paga di capitano di corvetta, Haynes aveva deciso che non poteva permettersi il biglietto del treno. Erano sei mesi che non vedeva moglie e figli, ma era in bolletta. Poi, un pomeriggio, mentre era seduto alla piccola scrivania del camerino a leggere un romanzo di Zane Grey preso a prestito dalla biblioteca della nave, padre Conway, un prete di Waterbury, Connecticut, aveva grattato la tenda nera che fungeva da porta del camerino.
Haynes e il solenne cappellano della nave erano amici e a volte andavano in licenza insieme. Conway gli chiese quando sarebbe tornato a casa. Be', vedi, Tom, ho un problema, aveva risposto Haynes. Non me lo posso permettere. Conway se n'era andato e Haynes si era immerso di nuovo nel suo romanzo. Il giorno successivo il cappellano aveva gettato una manciata di banconote sulla scrivania del dottore, dicendo: Ecco qua. Adesso ci vai, a casa. Haynes avrebbe potuto piangere per quel gesto di amicizia.
Gi da due settimane era tornato a bordo dell'Indy, prestando servizio temporaneo nella farmacia dell'arsenale. Oltre alle solite tonsillectomie e circoncisioni - molti ragazzi non avevano potuto permettersi una circoncisione o non ci avevano mai pensato prima di arruolarsi in Marina, e Haynes ne aveva eseguite cos tante per il personale dell'Indy da ribattezzarlo la nave bisturi -, c'erano malattie pi gravi causate indirettamente dalla guerra. Un membro dell'equipaggio era stato ricoverato all'ospedale per tubercolosi. Un altro aveva una diagnosi di incubi piuttosto difficile da curare. Al pari di Conway, Haynes capiva quanto potesse essere duro per quei ragazzi tornare alla nave. Li aveva uditi riferirsi alla frettolosa partenza dell'unit da San Francisco come a una delle maggiori fregature della loro vita. Come si poteva pensare che salutassero con il cuore allegro un posto divenuto ormai la loro casa, lontani da quella vera?
Quando l'Indianapolis era entrato nella baia di San Francisco per i lavori di maggio, molti membri dell'equipaggio avevano telegrafato alla loro ragazza, alla moglie o ad altri familiari con la preghiera di raggiungerli. Ed erano venuti in massa ad affittare appartamenti, a cercare lavoro, a metter su casa. Nuove vite avevano messo radici a terra. Alcuni si erano sposati. Le donne erano rimaste incinte. I fratelli si erano riuniti.
I ragazzi dell'Indy si erano innamorati di San Francisco, dove nei locali si sentiva alla radio Benny Goodman, la birra costava 15 centesimi la bottiglia e le Lucky Strike 10 il pacchetto. In luglio avevano dato al Fillmore il film con Bob Hope Give Me a Sailor e al Paramount Il richiamo della foresta con Clark Gable(12). Se i ragazzi si sentivano su di giri e avevano i soldi potevano andare a bere al Top of the Mark, dominante la baia di San Francisco; se erano in bolletta ripiegavano sullo Slapsy Maxie, dove bevevano a credito da un patriottico proprietario che non aveva nessuna fretta di farsi dare i soldi. L'et media si aggirava intorno ai 19 anni e per molti era la prima volta che dovevano cavarsela da soli.
Durante l'estate erano riusciti a cacciarsi in innumerevoli guai. (The Bluejacket's Manual, il manuale di comportamento del marinaio, li aveva avvertiti di ogni genere di pericolo: Le donne di malaffare possono rovinarvi la salute fisica, ammoniva un paragrafo. Le donne di malaffare sono causa di grandi guai. Il rapporto sessuale non  affatto necessario a un salutare e corretto sviluppo del maschio. E anche questo piccolo consiglio a chi era gi di morale: Sentirete la mancanza di casa vostra per un po'.  successo a tutti. State cominciando una nuova vita. Sorridete e sopportatela come facciamo tutti noi. Nessuno ha avuto successo nella vita restando appeso alle gonne della mamma.) Un marinaio fu arrestato per aver tentato di urinare in pubblico e un altro per possesso di coltello durante la franchigia(13). Il marinaio con il coltello fu privato di cinque franchigie consecutive e quello che aveva tentato di urinare in pubblico fu condannato a 20 giorni di consegna nella guardina, una cella di rigore umida e soffocante sotto la poppa dell'Indy, e tenuto a pane e acqua.
Il comandante McVay alloggiava con la moglie Louise -che aveva sposato da appena un anno - in una localit confortevole ma spartana riservata agli ufficiali chiamata Coral Sea Village, all'interno dell'arsenale di Mare Island(14). Avendo molto tempo a disposizione mentre la nave era sottoposta ai lavori di riparazione, McVay, come il suo giovane equipaggio, trov il modo di divertirsi. Poco dopo aver ricevuto quei sorprendenti ordini, and a pescare le trote in un fiume a nord di San Francisco.
Ma il difficile compito di preparare la nave alla partenza fu un lavoro incessante(15). Migliaia di proietti furono caricati con un montacarichi e stivati nel deposito munizioni a prua della nave. Pi di 60.000 galloni di combustibile furono pompati nei depositi di bordo, oltre a 3500 galloni di benzina riservati all'aereo da ricognizione. La quantit di cibo per l'equipaggio si misurava a tonnellate. Una delle caffettiere della cucina poteva preparare fino a 150 litri di preziosa e tonica bevanda in una sola volta. Un classico elenco dei prodotti consumati in una settimana annoverava 150 chili di pane, 145 di zucche, 13 di avocado, 330 di mele, 600 di arance, 330 d'uva, 155 di sedano, 233 di pomodori, 423 di cavoli, 35 di pesce fresco, 212 di carote, 172 di cavolfiori e 332 di cereali.
E gelato. In una settimana i ragazzi erano in grado di divorare circa 12 chili di gelato a testa, che i cucinieri di bordo conservavano in freezer in cui si poteva entrare. I gusti preferiti erano menta e frutta tropicale(16). I marinai amavano a tal punto il gelato che i cucinieri avevano preparato a bordo della nave un apposito locale, chiamato sguazzo, in cui distribuivano solo gelato. Sotto la naia tutto ha un nomignolo. La birreria era chiamata pisciatoio, una tavoletta di cioccolato esca per merluzzi, una lettera d'addio da
parte della fidanzata o della moglie banana verde e l'anticipo sulla paga di un marinaio acqua passata(17). Ma nel gergo degli uomini dell'Indianapolis non c'erano termini per descrivere ci che la maggior parte di loro provava nel lasciare San Francisco.
Sotto i piedi del soldato scelto dei marine Giles McCoy vibrava il grigio ponte alloggi metallico situato a mezza nave. La bassa frequenza del rumore gli penetrava nelle ossa, lo scuoteva, gli parlava: c' qualcosa nel vento oggi, ragazzo.
A Mare Island, dopo che il comandante McVay aveva annunciato che sarebbero salpati quella mattina stessa per Hunters Point, il capitano dei marine Edward Parke aveva riunito il suo distaccamento di 39 uomini e aveva spiegato che a Hunters Point avrebbero dovuto fare speciali turni di guardia della massima importanza.
Poco oltre la trentina, ben piantato, capelli biondo rossiccio, torace ampio e occhi azzurri che alcuni dei suoi uomini definivano penetranti come spade (pi d'uno pensava che assomigliasse a Burt Lancaster), Parke non aveva aggiunto altro. Quel che aveva detto era quanto bastava sapessero i suoi uomini.
Un distaccamento dei marine a bordo di una nave alloggia in un quartiere separato - lontano dall'equipaggio - e agisce essenzialmente nella guardina, la prigione di bordo. Spara i cannoni durante le battaglie e si occupa della sicurezza di tutta la nave. In quanto membro di questo gruppo, il marine McCoy era ansioso di avere l'opportunit di partecipare a qualcosa d'importante. Il suo idolo era il capitano Parke, che aveva combattuto da eroe a Guadalcanal e si era guadagnato il Purple Heart (distintivo di ferita). A volte Parke lo portava con s in franchigia. Prima di andare a trascorrere una serata in citt si toglieva i gradi, ma poi avvertiva McCoy: Non pensare che questo significhi che ti far dei favoritismi una volta tornati a bordo, perch non sar
cos. McCoy pensava che con Parke sapeva sempre come comportarsi.
Prima di essere assegnato all' Indianapolis nel novembre 1944, McCoy aveva trascorso due mesi in una forza d'attacco sull'isola di Peleliu, un posto infernale e immerso nella confusione dove aveva contratto la malaria. Il combattimento era stato aspro e spesso si era trasformato in un corpo a corpo. I morti si ammucchiavano intorno a McCoy ed esplodevano con un sibilo sotto il sole cocente mentre se ne stava accovacciato nel fango e tra i coralli, pregando che i colpi di mortaio lo mancassero. Persino la battaglia stessa aveva un nome strano ma evidentemente adatto: operazione Stallo. Nei momenti pi inaspettati i giapponesi partivano all'attacco con le baionette in canna correndo come pazzi in direzione di McCoy e dei suoi compagni della 1a divisione marine. Loro rispondevano al fuoco sparando incessantemente, ma c'era sempre qualche giapponese che riusciva ad arrivare alla linea difensiva tenuta dai marine. A McCoy non piaceva parlare troppo di quell'esperienza.
Adesso, dopo aver attraccato a Hunters Point, McCoy se ne stava sotto coperta nel suo angusto camerino davanti a uno specchio d'acciaio inossidabile - sulle navi da guerra il vetro rotto  un pericolo - fissando quello che era diventato il suo volto nel corso dei 13 mesi di servizio. A 18 anni, aveva gli occhi svegli di un ragazzo, ma l'espressione amareggiata di un vecchio. Si fece la barba con cura, pettin i neri capelli ondulati, diede una rapida lucidata agli scarponi e sal in coperta.
Di solito Hunters Point ospitava una quindicina di unit navali, tutte in vari stadi di riparazione e rifornimento. Ma quella mattina l'arsenale era vuoto: solo alcuni gabbiani strillavano sullo sfondo di un cielo azzurro pallido. Come accompagnamento si udiva lo sciabordare dell'acqua scura contro lo scafo grigio dell'Indy. Appoggiati alle battagliole della nave, gli uomini dell'equipaggio osservavano la calata, quasi cercassero di captare qualche segnale dal paesaggio silenzioso dei magazzini, degli autocarri mimetizzati e dei moli vuoti.
Avvicinandosi al capitano Parke, McCoy gli chiese d'ispezionargli la divisa prima di entrare in servizio. Parke controll la piega dei pantaloni e l'inclinazione del berretto.
Puoi andare, McCoy.
Sissignore.
Il personale del molo aveva issato una passerella fino al ponte alloggi dell'Indy per salire e scendere dalla nave. McCoy scese e assunse la posizione prevista dal suo turno di guardia: petto in fuori, mani lungo i fianchi, una Colt 45 con un colpo in canna nella fondina di tela.
Fino a nuovi ordini, non avrebbe lasciato salire a bordo nessuno che non fosse espressamente autorizzato. A mezzogiorno sarebbe smontato. A causa del trasferimento di met mattinata a Hunters Point, il suo turno di guardia era stato leggermente ridotto. Tuttavia sperava che il carico arrivasse prima che gli dessero il cambio.
Ulndy operava in una situazione di prontezza operativa nota come Condition Able: i ragazzi erano di guardia per quattro ore e poi di riposo per altre quattro, un orario sfiancante e senza tregua che lasciava poco spazio al sonno e induceva negli uomini uno stato molto vicino al sonnambulismo. Ma McCoy pensava di essere fortunato a trovarsi a bordo dell 'Indy. I marine dicevano sempre che su una nave non c' nessuno che ti spari, almeno non a distanza ravvicinata. Le due specialit erano in competizione acuta, ma senza cattiveria. I marinai chiamavano ranocchi i marine e i marine chiamavano strofinacci i marinai. I nuovi ufficiali venivano soprannominati culi pelati(18), (Non c'era fine ai soprannomi. Gli addetti alle macchine erano chiamati mozziconi, l'equipaggio del ponte era chiamato sbattimagliette perch agitavano bandierine quando facevano le segnalazioni tra le navi in mare, e gli addetti ai cannoni erano definiti sacchi di tela.)
Ma, come i marinai, si compiacevano di dire a chi riteneva confortevole la vita di bordo: Quando la merda della battaglia ti arriva al collo, su una nave non puoi scavare una buca e nasconderti. Te la becchi tutta.
Il soldato McCoy era in servizio temporaneo di guardia al cancello dell'entrata principale di Mare Island quando era stato richiamato a bordo. Era un servizio che gli piaceva: si divertiva per il modo in cui gli amputati - molti dei quali della sua et, ma gi veterani dello sbarco a Iwo Jima di cinque mesi prima - strillavano allegramente mentre si lanciavano con le loro sedie a rotelle lungo la ripida strada che portava dall'ospedale al corpo di guardia.
Chiudeva un occhio quando cercavano d'introdurre alcolici negli alloggi dei marine. Li nascondevano nell'incavo delle loro gambe di legno e McCoy li sentiva sbatacchiare - un passo e un tonfo, un passo e un tonfo - mentre si avvicinavano.
Per l'amor del cielo, diceva loro, perch non li avvolgete negli asciugamani? Se vi becca il sergente finirete davanti alla corte marziale. Sorridevano, e allora lui li lasciava passare.
Era stupito dal modo in cui questi ragazzi avevano accettato il loro terribile destino e si chiedeva come avrebbe reagito in una situazione simile. Sperava di non doverlo scoprire.
Ma McCoy aveva fiducia nella sua nave. Era orgoglioso di prestare servizio a bordo dell'Indy, l'onorata ammiraglia della 5a Flotta della Marina americana al comando dell'ammiraglio Raymond Spruance. Ulndy era un incrociatore pesante, un veloce purosangue del mare, il cui compito era attaccare e bombardare le postazioni di terra del nemico e abbattere gli aerei giapponesi. Era una citt galleggiante, con il suo impianto per la dissalazione dell'acqua, la lavanderia, i servizi igienici, il macellaio, il panettiere, il dentista, il laboratorio fotografico e armi sufficienti per assediare il centro di San Francisco.
Quando il soldato McCoy aveva girato la prima volta
l'angolo dell'arsenale di Mare Island, era rimasto senza fiato. Oddio, aveva pensato, questa s che  una nave!
Si elevava per circa 40 metri dalla linea di galleggiamento alla cima dell'antenna radar, chiamata lettiera a causa del suo aspetto, e aveva un profilo slanciato e accattivante. McCoy non pot fare a meno di pensare che, se fosse stata una donna - i marinai pensano sempre alla loro nave come a una donna -, avrebbe potuto indossare un tailleur grigio e occhieggiare sdegnosamente da sopra la spalla. Ma c'era un detto riguardo a navi come l'Indy: Ha il rossetto, ma anche la cipria, dove la cipria era la polvere da sparo. In poche parole, non era una signora con cui permettersi di scherzare.
Entrato in servizio nel 1932, era stato scelto da Roosevelt come nave per i viaggi di Stato. Al presidente piaceva starsene a fumare un sigaro sull'ampio ponte di poppa, sopra le grandi eliche ribollenti, ammirando il profilo di New York scorrergli davanti durante una rivista navale. Aveva anche fatto un viaggio in Sudamerica, attraccando a Buenos Aires e a Rio de Janeiro in un giro propagandistico prebellico. (Durante il viaggio, Roosevelt mangi cacciagione fresca e assistette alla proiezione di Allegri gemelli, con Stan Laurei e Oliver Hardy, su uno schermo dipinto appositamente per quell'occasione su una paratia della nave)(19). Ulndy esegu alcune esercitazioni al largo della costa del Cile e svolse la funzione di nave ammiraglia delle forze di esplorazione. Con lo scafo pitturato di grigio e i ponti di poppa coperti da tendoni chiari, un'aura di privilegio e di buona sorte circondava la nave.
McCoy amava vantare che con i suoi 186 metri di lunghezza era quasi pari alle dimensioni di due campi da football, ma era pi piccolo e agile di una corazzata come la USS South Dakota, il cui compito era bombardare le postazioni costiere nemiche con gli enormi cannoni da 406 mm. L'Indy era pi grande e meglio armato dei cacciatorpediniere, che inseguivano i sommergibili con sonar immersi e
sgombravano il mare dai pericoli proprio per unit come l'Indianapolis. In formazione da battaglia gli incrociatori fiancheggiavano portaerei e corazzate e dirigevano il fuoco contraereo, mentre le vigili scorte di cacciatorpediniere provvedevano ad aprire la strada all'intera flotta. Fin dal XVII secolo le marine si erano affidate a navi che potessero colpire con rapidit, attaccando le linee nemiche, attirando il fuoco e poi allontanandosi in fretta per evitare di essere affondate, lasciando i compiti pi gravosi del vero e proprio combattimento alle navi da battaglia(20) Con la sua velocit massima di 32,75 nodi poche navi potevano tenere il passo dell'Indianapolis.
Ma, come aveva capito McCoy, per ottenere quella stupefacente velocit un incrociatore doveva rinunciare a parte della corazzatura. A mezza nave l'Indy aveva una protezione d'acciaio che andava da 76 a 102 millimetri (le corazzate ne avevano in media una di oltre 300 mm), mentre la protezione orizzontale consisteva in due ponti corazzati, ciascuno da 51 millimetri. Ai suoi tempi la nave era stata la regina della flotta del presidente Roosevelt. Ma in quella mattina di luglio l'Indianapolis era considerato obsoleto, ben oltre la prima giovent. Gli incrociatori pi recenti non erano altrettanto belli, ma erano pi grandi, pi veloci e con corazze pi spesse.
Intorno alle 14 il sistema di comunicazione interna torn in vita chiamando gli uomini ai loro posti.
Dal ponte di castello il dottor Haynes not aerei che volavano in cerchio sopra la nave, come se eseguissero una manovra di copertura. Sul molo erano allineati dieci marine armati di fucile. Il medico pens che quello che si apprestavano a caricare doveva essere roba scottante, e rest in attesa fumando pensieroso il sigaro.
Poco dopo, due autocarri dell'Esercito si fermarono stridendo sul molo e un distaccamento di marine armati ne
scese silenziosamente. Haynes li osserv mentre aprivano i teloni sul retro degli autocarri. Ne emersero due grandi oggetti. Il primo era un'enorme cassa di legno, alta e larga circa 1,60 metri e lunga circa 5. Poi fu la volta di un contenitore metallico dipinto di nero, alto una trentina di centimetri e largo mezzo metro. Due marine lo scaricarono dall'autocarro.
Il cavo di una gru di bordo scese vicino alla cassa, che era stata imbragata con cinghie. Lo sguardo di Haynes la segu mentre veniva sollevata e poi sistemata al sicuro nell'hangar di sinistra, un'area coperta di 15 metri quadrati di superficie usata di norma per gli aerei da ricognizione. Qui la cassa fu liberata dalle cinghie.
Al seguito di una squadra di marine, i portatori del pesante contenitore dall'aspetto sinistro, che pendeva da un palo metallico, salirono lungo la passerella(*1). Lo portarono nel camerino dell'aiutante di bandiera dell'ammiraglio, situato in una zona della nave vicino alla prua chiamata zona ufficiali e rigorosamente proibita ai marinai(21). L'aiutante, membro dello stato maggiore dell'ammiraglio Spruance, non era presente a bordo. Li accompagnavano due ufficiali dell'Esercito, il maggiore Robert Furman e il capitano James Nolan, che si presentarono come appartenenti all'artiglieria. Haynes non li conosceva ma gli sembr che fossero molto nervosi, in particolare il capitano.
Pochi minuti pi tardi, Nolan and a parlare con il comandante McVay sul ponte di comando. Gli spieg che
con l'aiuto del saldatore di bordo avevano assicurato il contenitore al pavimento del camerino dell'aiutante di bandiera e l'avevano chiuso con un lucchetto. Nolan avrebbe tenuto la chiave per tutta la durata del viaggio.
McVay riflett per un istante, poi disse: Non pensavo che saremmo ricorsi alla guerra biologica(22). Chiaramente stava cercando di ottenere altre informazioni.
Il capitano lasci il ponte senza fornire ulteriori spiegazioni.
Dalla plancia, circa 14 metri sopra il ponte principale, il comandante McVay osservava il disordine che regnava sulla sua nave. A mezzogiorno si era svolto a bordo, in fretta e senza problemi, un pranzo d'addio con gli ufficiali e le loro mogli(23). Adesso, con il carico al sicuro, poteva finalmente rivolgere la sua attenzione a problemi pi incalzanti, per esempio la capacit della sua nave di affrontare il mare.
Quel che il comandante non sapeva era che in origine un altro incrociatore, l'USS Pensacola, ormeggiato accanto all'Indianapolis al molo 22S di Mare Island, era stato scelto per salpare al posto dell'unit che lui comandava(24). Ma una settimana prima, dopo una revisione e un ciclo di riparazioni, non era riuscito a eseguire in modo soddisfacente i collaudi in mare, soprattutto quando le macchine avevano ceduto con mare mosso. Era cominciata immediatamente la ricerca di un'altra unit. E la scelta era caduta sull'Indianapolis.
Prima ancora di emanare quegli ordini improvvisi, il comando navale aveva previsto che l'Indy avrebbe avuto bisogno di almeno altre sei settimane di riparazioni in cantiere, seguite da due settimane di collaudi in mare per completare i lavori necessari. Rimaneva infatti ancora molto da collaudare, per esempio la taratura dei suoi radiotelemetri, i tiri con l'armamento principale da 203 mm e quelli d'inseguimento con le armi automatiche. Inoltre bisognava testare le segnalazioni tra navi, quelle via radio, le codificazioni e il fuoco antiaereo. Sotto coperta i saldatori dell'arsenale erano ancora al lavoro per riparare le ordinate d'acciaio della nave.
Le riparazioni erano in ritardo anche rispetto ai precedenti ordini ricevuti da McVay, secondo i quali avrebbe dovuto lasciare San Francisco entro due mesi. E l'efficacia finale di alcune di quelle riparazioni era tuttora incerta.
Uno dei principali problemi della nave, quello che aveva condotto alla rimozione di una delle catapulte di lancio dell'aereo, era stato risolto, anche se non si riusciva a trovare una spiegazione(25). Ma dopo la rimozione della catapulta la nave aveva sviluppato uno strano sbandamento di 3 gradi, ovvero una leggera scivolata, verso la murata pi leggera. (Se doveva inclinarsi, sarebbe stato logico che lo facesse verso quella pi pesante.) Il difetto era stato corretto spostando il carico e sistemando in modo diverso il peso del combustibile imbarcato. McVay era preoccupato anche dei condensatori d'acqua, che sembrava fossero stati riparati fin dai tempi dell'attacco dei kamikaze ma che adesso funzionavano di nuovo male. I condensatori venivano usati per immettere vapore nelle quattro turbine. Dal momento che non lavoravano al massimo delle loro capacit, il comandante McVay aveva avvertito l'equipaggio di riservare tutta l'acqua potabile al funzionamento delle macchine. Agli uomini non era permesso bere dai bidoni o dai rubinetti disseminati ovunque nella nave. Per era possibile che in mezzo a tutte quelle attivit qualcuno non si curasse dell'avvertimento.
Dei 1196 uomini dell'equipaggio, oltre 250 erano al primo imbarco su quella nave, alcuni appena giunti dai centri di reclutamento o di addestramento(26). Come si sarebbero comportati quei novellini in mare aperto? O in battaglia? Degli 80 ufficiali al suo comando, 35 erano nuovi e almeno uno aveva conseguito il grado poche settimane prima all'Accademia Navale di Annapolis. La Marina aveva un nomignolo per questi ufficiali di prima nomina. Li chiamavano le meraviglie dei 90 giorni. Il comandante stimava che il 25 per cento del suo equipaggio non avesse nessuna esperienza e sapeva che sarebbe stato difficile trasformarli in combattenti prima di aver raggiunto la task force d'invasione.
Per tutto il pomeriggio McVay dovette affrontare un problema dopo l'altro(27). Fino al giorno prima non era stata completata la dotazione di salvagenti della nave; poi era arrivato un carico doppio, circa 2500 pezzi. Con il poco spazio a disposizione, dove avrebbe potuto mettere quelli in pi? E a peggiorare le cose, prima ancora di annunciare la missione speciale, il comando aveva ordinato all'Indy di trasportare circa 100 persone a Pearl Harbor per altri incarichi(28). Adesso quegli uomini erano apparsi con le loro sacche e cercavano la propria sistemazione a bordo. McVay, irritato dalle condizioni sempre peggiori della vita sulla nave, pensava a ragione che non sarebbe riuscito a addestrare tutta quella gente al combattimento una volta in mare. Era un manicomio.
E la notte sarebbe stata lunga.
La notte che l'equipaggio si apprestava ad affrontare era piena di possibilit. L'improvviso ordine di salpare influ sui ragazzi nei modi pi strani. Il marinaio Bob Gause di Tarpon Springs, Florida, escogit un piano per svignarsela dalla nave e incontrarsi con la moglie un'ultima volta. Essendo timoniere, era stato cos impegnato in plancia durante gli ultimi giorni di preparazione da non aver avuto nemmeno il tempo di comunicarle che la nave sarebbe salpata.
Altri erano ancora pi audaci nei loro piani. Il marinaio Ed Brown aveva progettato la fuga sin dalla mattina, quando il comandante aveva annunciato per la prima volta che tutte le franchigie erano state cancellate. Di Sioux Falls, Dakota, Brown pensava di aver sempre avuto fortuna, perch era sempre riuscito a trovare un modo per trarsi dagli impicci. Si era arruolato in Marina nel 1944 ed era partito per il centro di addestramento un'ora dopo aver giocato la sua ultima partita di pallacanestro. Lui e il padre avevano dovuto correre alla stazione per prendere l'unico trasporto truppe che lo avrebbe condotto al centro. Non ne sarebbero passati altri per una settimana.
Mentre il treno si avviava, suo padre gli era corso accanto urlando: Ehi, figliolo, devo parlarti dei fiori e delle api! Ho dimenticato di parlarti del sesso!
Che cosa, pap?
Il padre si era messo le mani a coppa davanti alla bocca e aveva detto: Conoscerai donne, e l'unica cosa che vorranno saranno i tuoi soldi!
Brown si era stretto nelle spalle perplesso. Va bene, pap. Ciao. Di' a mamma che le voglio bene. Poi si era seduto. Di che diavolo stava parlando? aveva pensato. Non ho un soldo in tasca.
Quattro mesi pi tardi era a bordo dell' Indianapolis e pensava di aver capito quel che il padre aveva voluto dirgli parlando delle api e dei fiori. Mentre l'Indy era in riparazione aveva incontrato una ragazza e avevano progettato di andare a ballare al Club Lido.
Nel proprio alloggio, quattro ponti pi in basso rispetto a quello su cui McVay si preoccupava dei problemi della sua nave, Brown si tolse la divisa da fatica e indoss l'uniforme da franchigia - pantaloni di lana blu e giubbotto - e su questa indoss i calzoni da lavoro e la camicia di jeans.
Sal in coperta, prese un bidone della rumenta dal ponte dell'hangar e scese lungo la passerella, cercando di apparire a suo agio sotto tutti gli abiti che si era messo addosso. La trovata funzion: chiunque lo avesse osservato avrebbe pensato che fosse un marinaio addetto allo sgombero dei rifiuti della nave.
Una volta sul molo, si nascose dietro un deposito, si tolse i calzoni da fatica e la camicia di jeans e li infil nel bidone
della rumenta, coprendoli con dei giornali. Poi pass attraverso il cancello principale del cantiere e fece l'autostop fino a San Francisco. Era libero!
Ma le cose non sarebbero andate come si aspettava.
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Luned 16 luglio 1945.
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Alle 5 di luned, nel sistema di comunicazione interna della nave risuon il fischio lacerante del nostromo. Correndo e urtandosi, nudi o in maglietta e mutande, i marinai del turno addetto alla manovra si prepararono a salpare.
Le gomene vennero mollate a poppa e a prua e i rimorchiatori della Marina si apprestarono a far uscire l'Indy dalla rada. Sul molo una solitaria figura correva a perdifiato agitando le mani: era Ed Brown.
Che diavolo ci fai fuori bordo? url un ufficiale dall'alto della passerella. I rimorchiatori avevano cominciato a cimare le gomenette e l'Indy si stava staccando dal molo.
L'ufficiale rimase talmente stupito nel vedere Brown estrarre la divisa da fatica da un bidone della rumenta che non riusc pi a parlare. Lo osserv sbalordito mentre s'infilava gli abiti sotto il braccio, correva verso la passerella, ormai a un paio di metri da lui, e saltava. Fossero trascorsi altri cinque secondi, non l'avrebbe mai raggiunta.
Mentre gli aerei della scorta apparivano nel cielo azzurro pallido, l'Indy usc dal porto. Intorno all'incrociatore le navi di scorta si disposero a una certa distanza secondo una modalit prestabilita. Poi, alle 6,30, l'Indy fece qualcosa d'inaspettato. Si ferm in attesa, ma per quale motivo non era affatto chiaro.
In un tratto di deserto del New Mexico, 1600 chilometri a est, un lampo tremendo riemp il cielo mattutino. Era un'esplosione di inaudita magnitudine, che polverizz la torre di
30 metri da cui si era sprigionata e vetrific la sabbia del deserto(29). Nei testi di scuola superiore questo momento sarebbe diventato noto come il test Trinity: si trattava dell'esplosione del primo ordigno nucleare nella storia dell'umanit.
Gli uomini a bordo dell'Indianapolis non sapevano niente di questa esplosione. Ma, poco dopo l'arresto della nave, un marine a bordo di una motolancia consegn un messaggio. Fu portato al dottor Haynes, il quale, in veste di ufficiale medico anziano dello stato maggiore della nave di bandiera di Spruance, era autorizzato ad aprirlo.
Haynes lo lesse attentamente, poi lo port al comandante. Diceva: L'Indianapolis  agli ordini del comando supremo e non deve essere distolto dalla sua missione per nessun motivo al mondo.
In sostanza, il presidente Harry S. Truman ordinava alla nave di procedere a ogni costo.
Il comandante McVay non sembrava n compiaciuto n ansioso. Riun i suoi ufficiali e li inform: Signori, questa  una missione segreta. Non posso dirvi di che cosa si tratti, ma ogni ora guadagnata abbrevier di altrettanto la guerra(30). Disse pure che in caso di affondamento il contenitore nero caricato a bordo con tanta cura il pomeriggio precedente doveva essere sistemato sul suo zatterone e lasciato andare alla deriva. Solo in seguito gli uomini avrebbero potuto occuparsi della loro salvezza.
McVay impart un ordine alla sala macchine. Ben presto le eliche rimescolarono il mare e l'intera nave cominci a fremere. Era come la partenza di un treno merci, impercettibile dapprima, ma con una potente promessa di velocit.
Assicurata al ponte dell'hangar, la grande cassa non si mosse quando l'Indy cominci a dirigersi verso il Golden Gate. La cassa, in legno compensato e assi, era costruita in modo solido, con tutte le viti accecate e sigillate accuratamente
con cera rossa per impedire qualsiasi manomissione. Un'area di nove metri quadrati era stata cintata con nastro rosso.
In mezzo a questo spazio era di guardia il soldato McCoy. Gli era stato ordinato di considerare armato il suo turno di guardia, e ci significava che doveva sempre tenere un colpo nella canna della sua Colt 45. E avrebbe dovuto usarla, se fosse stato necessario. Gli sembrava stupido... a chi avrebbe sparato? Li conosceva tutti. Osserv i marinai accalcarsi intorno al nastro rosso, sbirciando e facendo congetture riguardo il contenuto della cassa. Secondo loro poteva esserci dentro di tutto, dalla sottoveste di Rita Hayworth a lingotti d'oro.
Dietro McCoy, dentro la cassa, c'erano tutti i componenti della bomba atomica conosciuta come Little Boy. Nel contenitore custodito nel camerino dell'aiutante di bandiera c'era, impacchettato con la massima cura, l'uranio 235, per una quantit pari alla met di tutto l'uranio disponibile negli Stati Uniti all'epoca e per un valore stimato di 300 milioni di dollari(31). Ventuno giorni dopo, la bomba sarebbe stata sganciata su Hiroshima.
Il contenuto della cassa era noto solo a una manciata di persone: il presidente Truman e Winston Churchill, Robert Oppenheimer e i colleghi del progetto Manhattan, il capitano James Nolan e il maggiore Robert Furman, adesso a bordo dell'Indy. Nolan era radiologo e Furman ingegnere, e lavoravano entrambi a progetti di armi segretissime.
Per Nolan e Furman le tre settimane precedenti erano state molto faticose a causa del trasporto della bomba - che Oppenheimer e gli altri chiamavano divertiti l'oggettino - a bordo di un convoglio segreto partito da Los Alamos, nel New Mexico, fino alla base aeronautica di Kirtland, vicino ad Albuquerque, dove il contenitore nero era stato dotato di paracadute e caricato a bordo di un aereo da trasporto per poi essere sistemato in un sedile in mezzo a Nolan e Furman(32). Dopo l'atterraggio all'Hamilton Field di San Francisco, una squadra speciale aveva calcolato il tempo
di arresto a ogni semaforo e a ogni incrocio lungo la strada per Hunters Point, cos da garantire un viaggio senza intoppi e in orario. Nolan e Furman avevano dormito vicino al contenitore con le loro Colt 45 cariche in una casa sicura a Hunters Point, con le finte uniformi di ufficiali d'artiglieria a portata di mano per la partenza all'alba.
Adesso, mentre l'Indy filava verso il mare aperto, Truman si trovava a Potsdam, un sobborgo di Berlino, insieme con Churchill(33). Si apprestava a consegnare la dichiarazione di Potsdam al Giappone: i termini erano resa o annientamento. Quando l'Indianapolis si era fermato, dopo aver lasciato l'ormeggio, era stato per attendere i risultati dei test di quello strumento di annientamento: se fossero falliti, avrebbe ricevuto l'ordine di rientrare.
Ma il test Trinity era riuscito, e alle 8,30 del 16 luglio 1945 il capitano di vascello Charles Butler McVay aveva lasciato San Francisco ed era partito per la guerra(34).
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Asterischi.
*1. Un membro dell'equipaggio parla di due contenitori neri, non di uno solo, che lui e un altro marinaio trasportarono lungo la passerella dell'Indy. Ma questo  contraddetto da altri resoconti di testimoni oculari, compreso quello del dottor Haynes. Una gran confusione ha circondato in generale i particolari delle operazioni di carico. In almeno due precedenti resoconti del disastro dell'Indianapolis, si sostiene che le operazioni di carico ebbero luogo il 16 luglio, in contraddizione con la versione dell'evento fornita circa due mesi dopo il suo salvataggio dal comandante McVay.
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2.
ARRIVEDERCI, GOLDEN GATE.
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Quando l'Indy passava sotto il Golden Gate, dicevamo: "Andar per mare  peggio che andare all'inferno". E quando tornavamo... che era meglio dell'inferno.
Bob McGuiggan, comune di prima classe, USS Indianapolis.
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16-26 luglio 1945.
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In viaggio verso l'isola di Tinian, Pacifico meridionale
Per ogni marinaio il passaggio sotto il Golden Gate era un momento solenne. Ammirando in silenzio le sue arcate ocra, i ragazzi si chiedevano se vi avrebbero mai pi posato gli occhi. In coperta a poppa, luogo di riunione dei marinai, alcuni avevano aperto un totalizzatore: chi voleva poteva scommettere i suoi dollari sulla prossima volta che avrebbero visto il Golden Gate. Ed Brown, riuscito a evitare la cella di punizione, era nel bel mezzo dell'azione, con il berretto bianco pieno di bigliettoni verdi.
Il Golden Gate nel '48! esclam.
Io dico nel '47! rilanci un altro marinaio.
Ah, siete tutti pazzi, questa guerra durer almeno altri dieci anni. L'affermazione fu accolta con un boato di disapprovazione.
Bob Gause era al timone mentre la nave si accingeva a lasciare la baia di San Francisco. Accanto a lui, rigido e imperturbabile, c'era il comandante McVay.
Quando Gause rivolse lo sguardo al ponte, un brivido gli corse lungo la schiena. Sulla campata, anche se la vedeva appena, c'era sua moglie. E agitava la mano! Accanto a lei c'erano altre mogli, impegnate anch'esse nel triste compito di salutare i loro mariti. Gause non riusciva a crederci. Leggermente chinato, sbirci con la coda dell'occhio per vedere se il comandante guardasse nella stessa direzione. L'ultima cosa che voleva era che McVay gli dicesse: Dimmi un po', Gause, vedi quelle donne lass? Mi chiedo a chi rivolgano i saluti.
Avrebbe dovuto dire la verit. E questo gli sarebbe costato la corte marziale. Aveva disobbedito agli ordini della Marina facendo sapere a sua moglie quando sarebbe partito l'Indy. Un poster che aveva visto a San Francisco su cui appariva un marinaio ubriaco lo diceva a chiare lettere: una parola incauta... una perdita inutile. Un altro ammoniva: le chiacchiere incaute uccidono(1).
Gause non riusc a respirare in modo normale fin quando la nave non ebbe superato completamente il ponte e la maestosa struttura non cominci a scomparire in lontananza.
Gli ordini di McVay si trovavano in una busta sigillata custodita nella cassaforte del suo alloggio(2). Seguendo la tabella di marcia che gli era stata imposta, attese di essere alla distanza stabilita dalla terraferma prima di aprire la busta.
Poi prese il microfono della plancia: A tutto l'equipaggio, ci stiamo dirigendo a tutta velocit verso l'isola di Tinian, dove dobbiamo consegnare il carico. Non possiamo perdere tempo. Tenetevi pronti. E tutto.
Il nostromo Mike Kuryla apr la linea interna del compartimento marinai, che comprendeva tutto ci che si trovava nello spazio dietro il fumaiolo 1 e la plancia di comando. Era una zona lunga circa 90 metri e larga 18, che terminava con la poppa della nave. In quanto nostromo, era compito suo occuparsi degli ormeggi della nave, come anche dei messaggi interni. Appeso al collo portava un fischietto lungo una quindicina di centimetri e adesso, accostando la bocca alla piccola griglia metallica situata sul pannello di controllo in legno del ponte alloggi, lo fece risuonare.
Equipaggio, attenzione! Equipaggio, attenzione! Corve delle pulizie sui ponti e sulle scale!
E l cominciava il bello. Per far lavorare i ragazzi, doveva prima incastrarli. I veterani di bordo erano i pi bravi nell'evitare le corve eclissandosi ovunque. Ma lui sapeva esattamente dove cercarli: i nascondigli preferiti erano costituiti dagli angoli delle paratie e dalle torri dei cannoni da 203 mill.
Coraggio, marinaio, prendi una ramazza e va' a lavorare, diceva quando riusciva a stanarne uno. E non raccontarmi frottole, aggiungeva. Figlio di un appaltatore edile di Chicago, aveva solo 19 anni, ma l'esperienza e il comportamento ne compensavano ampiamente la giovinezza. Mentre radunava i ragazzi e divideva i compiti, la coperta si riemp di manichette, scope e strofinacci, oltre al sale e allo sporco grattati da tutte le superfici pitturate. La Marina aveva un vero fanatismo per la pulizia, e l c'era molto spazio su cui esercitarlo. In tutto un uomo impiegava dieci minuti a percorrere a passo normale i 186 metri del ponte, pitturato completamente di grigio, comprese le due pesanti ancore lunghe oltre due metri appese in alto sulla prua come due bizzarre gargolle.
Chi avesse osservato l'equipaggio al lavoro avrebbe ricavato un valido spaccato dell'America: provenivano dai ranch texani, dai quartieri greci di Chicago, da grandi citt e da villaggi di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Secondo la tradizione, tutti i marinai portavano coltelli fatti da loro in foderi appesi al fianco. Indossavano pantaloni da fatica, camicie di jeans, stivaletti neri chiamati boondockers e il berretto bianco calato sulla fronte.
L'equipaggio spazz e innaffi la coperta partendo dalla poppa, oltre le torri dei cannoni da 203 mm. Alcuni si tenevano vicini alla battagliola passando accanto ai pezzi da 127 mm, da 40 mm e da 20 mm che incombevano sulla nave con la loro struttura d'acciaio. Sotto lo sguardo attento di Kuryla, altri si spostarono verso il fumaiolo 2 e i due hangar per gli aerei che lo circondavano fino al ponte alloggi. Era uno dei luoghi di riunione dell'equipaggio, come il ponte di Poppa e le mense sotto coperta.
Al di l del ponte alloggi c'era la zona riservata agli ufficiali, con i suoi quattro livelli in ordine ascendente: locale telecomunicazioni, stazione segnali, plancia di navigazione, stazione direzione tiro. Di solito il comandante McVay stava al posto di comando in plancia di navigazione. Il suo regno dominava la prora, dove c'erano altre due torri di cannoni da 203 mm, con le bocche da fuoco lunghe circa 12 metri rivolte al mare. Sotto i quattro ponti c'erano gli alloggi e il quadrato ufficiali; vicino c'erano la sala codici e la sala radio 1, nota anche come centrale radio, incaricata di ricevere i messaggi in arrivo da Honolulu ventiquattr'ore su ventiquattro. L, intorno a una grande scrivania a forma di mezzaluna che occupava tutti i dieci metri della sala, gli uomini sedevano alle consolle ascoltando attraverso le cuffie e ribattendo i messaggi dei comandi sparsi per tutto il Pacifico. La loro accuratezza e sveltezza era cos preziosa che quegli uomini erano esentati dal servizio alle armi.
Dietro il fumaiolo 2 c'era la sala radio d'emergenza 2, con le radiotrasmittenti perennemente accese nel caso in cui quella centrale venisse colpita o non funzionasse in modo corretto.
Sotto il ponte di coperta c'erano due livelli principali, inferni soffocanti illuminati da centinaia di lampadine ricoperte da reti metalliche. Direttamente sotto il ponte di poppa c'era la guardina, dove il soldato McCoy, quando non era di guardia alla cassa segreta, sorvegliava i prigionieri. Al momento c'erano due uomini in cella, due cucinieri che si erano ubriacati a San Francisco ed erano stati dati per dispersi, cosa che capitava abbastanza spesso.
Partendo dal ponte di poppa, in tre minuti di cammino si giungeva a mezza nave, dove, ai livelli pi bassi, la maggior parte dei 1114 marinai comuni dormiva in 25 compartimenti sistemati in gruppo come un immenso e fumoso alveare. I compartimenti avevano stretti corridoi in cui potevano passare due uomini affiancati. Le cuccette andavano dal pavimento al soffitto ed erano ribaltate contro le paratie quando non erano usate. Un marinaio assegnato alla cuccetta pi alta doveva in pratica salire di quasi un paio di metri e nello stesso tempo muoversi di lato, inserendosi in quella fessura
che rappresentava la sua casa. Una volta sdraiato, il soffitto gli appariva a poco pi di 30 centimetri dalla punta del naso. Di solito si addormentava fissando la foto di una ragazza disegnata da Vargas strappata dalle pagine dell'ultimo numero di Argosy.
Le mense - ce n'erano due per i marinai - erano a mezzo minuto di distanza dai compartimenti. La pi grande misurava 12 metri per 18 ed era rumorosa come una palestra di liceo. Vicino c'erano il chiosco dei gelati e l'ufficio postale, dove veniva inoltrata la posta consegnata da navi di passaggio o sganciata da aerei. Ma le lettere da casa erano spesso vecchie di alcuni mesi. Nel corso del bombardamento dell'isola di Saipan, Ed Brown aveva ricevuto l'invito alla consegna dei diplomi di laurea con un ritardo di sei mesi. Aveva risposto: Grazie, ma penso che non potr venire.
Oltre l'ufficio postale, in direzione della prua, c'erano il gabinetto odontoiatrico, una biblioteca piena di romanzi gialli e vecchi numeri del National Geographic e un laboratorio fotografico per lo sviluppo delle foto di ricognizione aerea. La zona meno gradita alla recalcitrante corve delle pulizie erano i bagni chiamati senza tanti fronzoli cessi, un luogo squallido con pertugi disposti contro la paratia per una lunghezza di sei metri e risciacquati da acqua di mare. Sopra alcuni di questi pertugi c'erano assi di legno con il buco in mezzo. (Gli ufficiali avevano bagni e docce riservati.)
Sotto i cessi dell'equipaggio c'erano le sale macchine, che erano separate - una situata a prua e una a poppa - dalle sale caldaie. La divisione, come quella delle sale radio, era stata fatta per sicurezza. Se una zona fosse saltata, l'altra sarebbe rimasta intatta.
Sul ponte si levavano due coffe di 30 metri ciascuna chiamata cielo di prua e cielo di poppa. Erano collegate tramite telefono con la plancia di comando, sul quale alcuni telefonisti dovevano mantenere aperte le comunicazioni con McVay e le varie stazioni di tiro.
Disposti strategicamente sul ponte di coperta c'erano gli zatteroni di salvataggio, uno sull'altro a gruppi di quattro. Vicino alla poppa c'erano due imbarcazioni di salvataggio in legno sostenute da invasature e, dalle paratie, pendevano 24 reti galleggianti. L'equipaggiamento di salvataggio bastava alla bisogna di 1500 uomini. Ovviamente il modo pi rapido e facile di abbandonare la nave in caso di emergenza era il salvagente o la cintura di salvataggio gonfiabile: erano ammassati in sacche appese fissate sulla paratia che correva per tutta la lunghezza della nave e ogni uomo ne teneva una a portata di mano su un gancio accanto alla cuccetta.
In caso di attacco il piano d'emergenza prevedeva il recupero da parte delle unit di scorta, come i cacciatorpediniere che di norma avevano accompagnato l'Indy nei precedenti tre anni di guerra. Ma quel pomeriggio l'unit navigava sola, dal momento che si trovava a 6000 miglia dalle linee nemiche.
Il comandante McVay era teso, ma, mentre stava a osservare in plancia, manteneva un perfetto aplomb. La giornata aveva gi presentato problemi, proprio quel genere di problemi che avrebbe voluto evitare per giungere a Tinian in orario. Poche ore dopo aver lasciato il Golden Gate, l'Indianapolis aveva incontrato mare grosso, con onde alte fino a cinque metri. La navigazione era stata una specie di balletto spaccaossa fra il ventre e la cima delle onde. Le otto caldaie White-Forster alimentavano quattro serie di turbine Parsons (ogni blocco macchina era lungo tre metri e alto uno e mezzo) e la nave, pesante come un edificio di dieci piani, produceva una spinta di 107.000 cavalli vapore. Ma non era sufficientemente veloce per McVay. Aveva telefonato al direttore di macchina chiedendogli di aumentare la velocit e l'Indy aveva raggiunto un'andatura di 28 nodi. Le quattro massicce eliche, ognuna del diametro di quattro metri e
mezzo, si erano messe a rigare il mare blu con una scia larga quanto un'autostrada a otto corsie.
Al tramonto aveva percorso 350 miglia, un'eccellente media.
Ma McVay non riusciva a rilassarsi. La mente del comandante era ossessionata da potenziali problemi. Tanto per cominciare c'era l'ovvia preoccupazione di mantenere segreta la missione e tutto quello che ci comportava. Fin quando non avesse raggiunto Tinian, la nave avrebbe viaggiato sotto silenzio radio, che poteva essere interrotto solo in caso di guai. Dal momento che l'Indy navigava a tutta forza, McVay doveva tener d'occhio anche il consumo di combustibile, cercando di fare di quel viaggio un compromesso fra la velocit e la quantit di combustibile di riserva.
Bench incoraggiato dal passo con cui procedeva, il comandante fu informato dal suo secondo che i condensatori non funzionavano ancora al cento per cento. Aveva ordinato che tutto l'equipaggio si facesse la doccia con acqua salata: ogni litro di acqua dolce doveva finire nelle caldaie.
McVay cercava tuttavia di essere se stesso, un uomo cio che amava descrivere la sua nave come una nave felice e il cui buon carattere era qualcosa di eccezionale per un comandante di Marina. Per lo pi i comandanti, scherzavano i marinai, erano gran figli di puttana o piccoli figli di puttana. McVay non era nessuno dei due. Era noto per il suo spirito egualitario e per la sua gentilezza. A volte, quando era all'ancora in una rada, organizzava gare di tiro al piattello sulla poppa dell 'Indy. Ogni tanto la sua voce risuonava nel sistema di comunicazione interna: Chi ha voglia di pescare mi raggiunga a prua. Quando giungevano a bordo nuovi arrivi, faceva lo sforzo di rivolgersi loro per nome dicendo: Benvenuto, marinaio. Sar una bella crociera.
Ma la posta in gioco in quel viaggio era molto alta. Se fosse riuscito a consegnare il carico nel tempo previsto,
era possibile che, a coronamento di una carriera straordinaria, fosse nominato ammiraglio. Anzi era possibile che oscurasse perfino le imprese di famiglia.
Il nonno di McVay, Charles McVay I, presidente della Pittsburgh Trust Company, aveva aiutato finanziariamente l'Accademia Navale durante gli anni di magra che seguirono alla guerra di secessione(4). Il famoso padre di McVay, ammiraglio Charles McVay jr, aveva comandato la Flotta asiatica durante la prima guerra mondiale. Era un uomo deciso e inflessibile, che si era ritirato nel 1932 stabilendosi a Washington, dopo un'illustre carriera navale durata 42 anni. Diplomatosi nel 1890 all'Accademia Navale, aveva fatto suo il motto della scuola: Dio, patria e reggimento. E aveva tramandato questi valori al figlio.
Anche il giovane McVay era stato un buono studente. Charles Butler McVay III era stato nominato guardiamarina nel 1919. Conosceva bene il francese e aveva portato a termine un corso di diritto internazionale alla Scuola di guerra navale. Aveva servito con distinzione in vari comandi navali, operando a bordo di 12 navi nell'Atlantico e nel Pacifico. Nel 1943 si era guadagnato una Silver Star in veste di secondo a bordo dell'incrociatore USS Cleveland nella battaglia delle Salomone. In seguito era stato nominato presidente dello stato maggiore congiunto dei servizi d'informazione dipendente dall'ufficio del vicecapo delle operazioni navali a Washington. L'incarico a bordo dell'Indy, risalente al novembre 1944, era il primo con funzioni di comandante.
Sotto molti aspetti McVay era una personalit contraddittoria. Bench a volte fosse estroverso, c'era una profonda timidezza in lui che la gente scambiava per arroganza. Si arrabbiava con facilit, ma non serbava rancore. Pur provenendo dalla pi pura e austera tradizione della Marina, era cordiale con i marinai comuni, molti dei quali avevano lasciato il liceo per arruolarsi. Grazie all'ampio sorriso e ai lineamenti fini, le donne lo trovavano irresistibile e gli uomini erano attratti dalla sua capacit di giocare a fare lo
spaccone. Era noto che gradiva un buon bourbon non appena fermate le macchine della nave. Ma mai prima.
Il secondo giorno di navigazione McVay ordin un General Quarters, altrimenti noto come posto di combattimento. Quando l'annuncio fu diffuso tramite le comunicazioni interne, tutti dovettero correre ai loro posti. Quella mattina l'equipaggio rispose in modo ammirevole, cominciando senza esitazioni a sparare i cannoni in un'esercitazione con munizionamento in guerra.
l'Indy era in grado di sparare oltre 500 proietti dal pezzo da 127 mm in meno di sei minuti(*1). Se tutte le nove torri dei pezzi da 203 mm avessero aperto il fuoco contemporaneamente, la nave si sarebbe ribaltata per il rinculo. Il contraccolpo di un singolo cannone una volta aveva strappato la camicia dalla schiena di un membro dell'equipaggio che gli era rimasto troppo vicino. C'erano volute settimane prima che riacquistasse l'udito.
L'Indy aveva quattro diversi tipi di cannoni. I grandi cannoni da 203 mm erano capaci di sparare un proietto da 118 chili a una distanza di 27.800 metri, mentre quelli da 127 mm erano in grado di sparare granate antiaeree e proietti antinave perforanti e potevano colpire postazioni di artiglieria giapponese 13.000 metri all'interno della costa. Le mitragliere da 40 e 20 mm piazzate sui ponti scoperti erano usate per il fuoco ravvicinato contro gli aerei giapponesi.
I cannoni potevano essere azionati da dispositivi atti a inseguire i bersagli detti stazioni direzione tiro, sistemati su coffe in posizione elevata rispetto al ponte di coperta. Potevano anche essere manovrati a vista e a mano - il cosiddetto controllo locale - usando una ventina di uomini,
tra cui i caricatori, gli addetti alla manovra dell'affusto e i puntatori, che brandeggiavano il pezzo a sinistra e a dritta e su e gi facendo ruotare grandi volanti d'acciaio. C'erano inoltre gli addetti alle spolette, che preparavano i proietti al tiro, a volte con spolette di prossimit o a tempo o a percussione secondo le esigenze tattiche. Erano come una squadra sportiva.
Di solito, durante il normale addestramento, un aereo veniva fatto alzare in volo a una distanza prestabilita dalla nave rimorchiando una manica a vento lunga 45 metri, trainata da 480 metri di cavo. Dopo aver calcolato la distanza e la velocit dell'aereo, l'equipaggio era in grado di puntare i cannoni. Spesso miravano al cavo di traino, un po' pi avanti della manica a vento, e riuscivano a spezzarlo. In questo modo l'esercitazione s'interrompeva fin quando non veniva fissato un nuovo cavo. L'equipaggio sosteneva di aver semplicemente sbagliato mira, ma in ogni caso riceveva una cazziata dagli ufficiali. Chi vinceva - cio il gruppo che faceva pi centri - aveva diritto a una visita al chiosco dei gelati.
L'esercitazione di quella giornata, che non prevedeva l'uso dell'aereo ma semplicemente l'addestramento al tiro, vantava la presenza di un giudice esterno(5). Il maggiore Furman aveva deciso di allontanarsi dal contenitore dell'uranio quanto bastava a presenziare ai tiri. Aveva studiato balistica a Princeton prima della guerra e conosceva le procedure. Il suo collega invece, il capitano Nolan, che aveva studiato da radiologo, aveva molte difficolt a farsi passare per un ufficiale dell'Esercito. Quando gli chiedevano il calibro dei cannoni con i quali aveva sparato nell'Esercito, Nolan sollevava le mani come se misurasse le dimensioni di un pesce, e rispondeva: Oh, pi o meno cos. Non sembrava capire la potenza dei cannoni che lo circondavano.
Che il suo occhio fosse inesperto non ebbe molta importanza quella mattina. I tiri furono quasi tutti mediocri. Un
guardiamarina, un novellino, sbagli tutte le distanze e le gittate valutate.
Questo ricord a un McVay sempre meno rassicurato quanto lavoro gli restasse ancora da fare. Pi tardi, quel giorno, la sua tensione si tramut in rabbia quando vi fu un principio d'incendio sotto coperta. Il suo umore non miglior quando scopr che la fiammata era stata causata dagli uomini che stava portando nelle Filippine, i quali avevano appeso sbadatamente le loro sacche a un fumaiolo.
Il giorno seguente il mare era calmo. McVay si sent meglio quando pot spingere al limite le macchine dell'Indy, ottenendo una velocit media di 29 nodi. Il ruggito nelle sale macchine sotto i ponti era simile a quello di un tornado. La nave tremava sotto la violenza della spinta delle eliche.
Negli anni che seguirono la sua entrata in servizio nel 1932, sembr che la nave di cui al momento Charles Butler McVay si preoccupava tanto non avrebbe mai preso il mare per partecipare a un'azione di guerra. Ma il suo destino, come quello di molte vite adesso a bordo, era cambiato il 7 dicembre 1941.
Dopo aver cominciato la guerra contro la Cina nel 1937, il Giappone si apprestava a estendere il suo impero coloniale alla ricerca disperata di petrolio e materie prime(6). Quando il presidente Roosevelt aveva deciso il blocco delle esportazioni nel 1941, il Giappone si trov di fronte a una scelta. O i suoi leader accettavano di arrestare l'espansione nelle Indie Occidentali Olandesi e nelle Filippine o dovevano ricorrere alla guerra.
L'Indianapolis era impegnato in una missione di trasporto di approvvigionamenti e truppe Johnston, un atollo parecchie centinaia di miglia a sud-ovest di Pearl Harbor, quando i piloti giapponesi attaccarono la Flotta del Pacifico in quella terribile domenica di dicembre(7). Una comunicazione urgente fu inviata all'Indy: Siamo in guerra con il
Giappone.  ufficiale. In risposta l'equipaggio gett fuori bordo tutto quello che c'era d'infiammabile - compreso il mobilio dell'alloggio di Roosevelt - e si avvi a tutto vapore nel Pacifico in una missione di ricerca e distruzione contro le forze giapponesi in ritirata, che tuttavia non ebbe successo. Poi pass a bombardare le truppe giapponesi sbarcate nelle Aleutine. A questo segui, nel 1942, l'impegno nella battaglia del mar dei Coralli. Per tali valorosi servizi fu insignito della sua prima stella di guerra, una delle dieci che si sarebbe guadagnato nei successivi dieci anni con un encomiabile stato di servizio.
Ma nel 1942, mentre i giapponesi tentavano di spostarsi dal continente asiatico alle Hawaii passando da un'isola all'altra, il comandante in capo della flotta giapponese, ammiraglio - Isoroku Yamamoto, aveva detto ai suoi superiori che, dopo Pearl Harbor, avrebbe avuto solo sei mesi a disposizione per scatenarsi contro le forze americane(8). In giugno, dopo la vittoria americana a Midway, che fece dell'energico ammiraglio cinquantacinquenne Raymond Spruance un eroe al quale il destino dell'Indy si sarebbe presto legato, la predizione sembr avverarsi. La peggiore sconfitta americana si ebbe due mesi pi tardi nel corso della battaglia dell'isola di Savo nelle Salomone, a est della Nuova Guinea. Le forze giapponesi affondarono quattro incrociatori (tra cui uno australiano) e un cacciatorpediniere, uccidendo 1270 uomini.
Nel 1943 il piano alleato per sconfiggere i giapponesi si era sviluppato secondo due distinti approcci: il comandante in capo navale, ammiraglio Chester Nimitz (con Spruance al suo comando), si sarebbe diretto con le sue forze a ovest di Pearl Harbor, per unirsi alle forze terrestri del generale Douglas Mac Arthur che si preparavano all'invasione delle Filippine ancora in mano giapponese.
Pi tardi, quello stesso anno, l'ammiraglio Spruance fece dell'Indy la sua nave di bandiera, il centro di comando delle enormi risorse della 5a Flotta(9). A Spruance piaceva la velocit di quella nave, e anche la sua et. Aveva pensato inoltre
che, se ci fosse stato bisogno della sua presenza in qualche zona calda, avrebbe potuto distoglierla dalla battaglia senza modificare i piani.
Nel corso dei due anni successivi, l'Indy partecip a durissimi combattimenti. A Tarawa, nel novembre 1943, l'equipaggio trascorse lunghe ore a issare con il mezzo marinaio i cadaveri delle truppe americane, ma non sub perdite. Durante la battaglia del mar delle Filippine nel giugno 1944, l'Indy, in quanto ammiraglia della 5a Flotta, ebbe un ruolo importante: le forze americane abbatterono in tutto 410 aerei giapponesi(10).
L'Indy continu a godere di grande fortuna, emergendo come una delle pi efficaci macchine da guerra della Marina. Sfugg ad attacchi sottomarini (con l'aiuto dei cacciatorpediniere di scorta), evit il bombardamento da parte di navi nemiche e quello costiero (una volta fu colpita dalla costa, ma il proietto non esplose). Quando McVay ne assunse il comando nel novembre 1944, l'Indianapolis si era guadagnato otto stelle di guerra. McVay lo port a livelli ancor maggiori di efficacia, mentre la guerra raggiungeva il suo folle culmine.
Al contrario della guerra in Europa, in cui persino i nazisti osservavano il cessate il fuoco e le bandiere di tregua, la campagna del Pacifico aveva assunto un aspetto surreale. Invece di lasciarsi catturare, i soldati giapponesi si sventravano alla vista dei marine in avvicinamento. Questo senso di disperazione non fece che aumentare mentre si avvicinava l'invasione dell'isola giapponese di Kyushu e della sua vicina Honshu (su cui si trova Tokyo).
Il dottor Lewis Haynes era giunto a bordo dell'Indy nel luglio 1944 e si era immediatamente trovato a suo agio, potendo esercitare la sua competenza medica. Si era arruolato in Marina nel 1939, una volta terminati gli studi alla facolt di medicina della Northwestern University. Cresciuto nel
Michigan settentrionale, era rimasto influenzato dal padre dentista e aveva deciso di diventare chirurgo.
Al liceo deteneva il primato statale dei 400 metri piani, gli piaceva andare a caccia dell'anatra selvatica e a pescare le trote sul fiume Manistee. Il Michigan era un Paese selvaggio e lui lo conosceva bene. Ma quando si arruol in Marina, non pot tornare a terra per lunghi periodi e scopr di amare la vita di bordo, apprezzando molto il cameratismo che si sviluppava tra gli ufficiali. Sotto il comando di McVay l'Indy divent qualcosa di pi di una veloce macchina da guerra: divent una citt abitata da oltre 1000 marinai. E Haynes vegliava su tutti quei ragazzi.
Provava un piacere speciale ma innocente nel diffondere gli ultimi pettegolezzi di bordo, chiamati balle dai marinai. Ogni settimana, nel quadrato ufficiali, che ricordava vagamente la hall di un hotel con le sue riviste datate e le poltrone di cuoio logoro, Haynes e i colleghi si prendevano in giro con benevolenza, cercando di alleggerire in qualche misura l'atmosfera cupa della guerra. Alla fine della cena, allontanando i piatti di torta di limone o le coppe di gelato, gli ufficiali si divertivano a rivolgersi all'arguto medico con il nomignolo Dottor So Tutto.
Per Haynes, tuttavia, il dovere veniva innanzitutto. Adorava perdersi nel lavoro. Quando si concentrava, nel corso di un'operazione chirurgica, il sangue e le urla si allontanavano da lui. Non era pi circondato da ragazzi straziati da colpi. Si trattava invece di sfide che lui accettava e che impegnavano tutta la sua abilit di medico: nel febbraio 1945, mentre gli orrori della guerra si moltiplicavano, il talento di Haynes e la sua capacit di prendere le distanze furono sottoposti a una dura prova.
Era di guardia in sala operatoria quando il 19 febbraio 1945 l'Indianapolis era salpato con l'ammiraglio Spruance alla volta di Iwo Jima. L'obiettivo era il bombardamento dei 21.000 giapponesi profondamente trincerati nei tunnel di corallo che serpeggiavano per tutta l'isola vulcanica.
Nell'infermeria della nave, il medico si occupava dei feriti issati a bordo senza sosta dai mezzi da sbarco che facevano la spola con la spiaggia. La sala operatoria conteneva quattro tavoli ed era fornita di anestetici, fra cui etere in gocce e novocaina per uso locale ed endovenoso. Aveva a disposizione gli strumenti pi innovativi, sterilizzati in un'autoclave. C'era un generatore ausiliario nel caso in cui la nave non avesse potuto erogare energia elettrica, ed era l'unico compartimento dotato di aria condizionata.
In meno di tre mesi i B-29 Superfortress avevano distrutto 84 chilometri quadrati della citt di Tokyo e di altre innumerevoli citt: Osaka, Kawasaki, Yokohama(11). Le piccole case di legno erano state divorate dalle tempeste di fuoco scatenate dai bombardamenti e nel luglio 1945 solo 200.000 degli otto milioni di abitanti di Tokyo erano rimasti in citt. Adesso, mentre i giapponesi lottavano con accanimento per mantenere il controllo di Iwo Jima, era diventato sempre pi chiaro che la macchina bellica giapponese andava letteralmente in pezzi(12). Per pura disperazione e per carenza di aerei e di piloti addestrati in modo adeguato con cui controbattere le ben equipaggiate portaerei americane, il comando giapponese aveva creato i kamikaze, il cui nome significa vento divino(*2).
Mentre Haynes lavorava senza posa in mezzo a quella tempesta di piombo e di aerei in picchiata, l'Indianapolis riusciva a sopravvivere illeso.
Durante i preparativi dell'invasione di Okinawa il mese successivo, la guerra era diventata sempre pi disperata e il soldato McCoy pensava sempre pi spesso alla sua casa. Nato nella vecchia citt fluviale di St. Louis, Missouri, era al primo anno di liceo quando la Marina giapponese aveva attaccato Pearl Harbor. Aveva sentito la notizia alla radio del padre, in salotto. Avrebbe voluto arruolarsi immediatamente dopo il diploma, ma, dal momento che aveva solo 17 anni, non poteva essere accettato senza il consenso dei genitori. (L'et di arruolamento era 18 anni.) La madre aveva firmato per lui con il cuore spezzato.
Era la sua migliore amica e confidente, una donna in grado di batterlo a ping-pong e a palla di pezza. Le piaceva ridere per un nonnulla. Arrotolava una pezza intorno a una palla e cercava di centrare un bicchiere sulla credenza della cucina. Mentre le sorelle di McCoy facevano i compiti e il padre leggeva il giornale, lei chiudeva la porta della cucina, gli passava la palla avvolta nella pezza e gli diceva: Va bene, adesso vediamo che cosa sei capace di fare. Potevano giocare per ore.
Tatie McCoy era una donna di buon senso e piena di vita. In precedenza gli aveva dato un consiglio che lui non avrebbe mai dimenticato. Solo perch ti ho messo al mondo, non significa che tutto sar facile. Dovrai lavorare per ottenere qualsiasi cosa desideri. Quelle parole lo avevano accompagnato fino al largo di Okinawa.
L'isola era il Fort Alamo dei giapponesi, l'unica rimasta fra gli americani e l'attacco finale contro Tokyo. Chiamato operazione Iceberg, l'attacco americano contro Okinawa era simile per scopi e ampiezza all'invasione della Normandia di un anno prima. Il New York Times defin quell'assedio, l'ultima battaglia navale della seconda guerra mondiale, l'evento pi intenso e famoso della storia militare(14). Nel complesso i giapponesi lanciarono quasi 2000 kamikaze contro una flotta di 1500 unit americane, la pi potente armata mai messa insieme. I piloti, spesso vestiti con
abiti cerimoniali e con in mano bambole donate loro dalle figlie, furono instancabili(15). Dal cielo piovvero aeroplani suicidi, una media di 150 kamikaze per ogni ondata d'attacco. Osservando sconcertato le loro discese a vite attraverso spruzzi di piombo e shrapnel, McCoy sent che il suo odio e nel contempo il suo rispetto per i giapponesi crescevano in modo esponenziale.
Era intento al proprio lavoro con tutto se stesso, sudando attraverso la maschera di sottile cotone che gli ricopriva il volto per proteggerlo dalla vampa delle bocche da fuoco da 127 mm che stava manovrando. Il pezzo vomitava proietti antiaerei nel cielo. Con indosso pesanti guanti d'amianto tirati fino ai gomiti, McCoy doveva afferrare il bossolo vuoto del proietto mentre usciva ancora fumante dalla camera a polvere. Il lampo della vampa gli bruciava il volto anche attraverso la maschera protettiva. Sentiva i kamikaze ruggire in direzione dell'Indy prima ancora di vederli.
Aerei non identificati! url tre volte un uomo sul ponte. Era incaricato di scrutare il cielo e d'individuare gli attaccanti attraverso un paio d'occhiali speciali che assomigliavano a una maschera da saldatore. Emerse dal sole accecante, come facevano di solito i piloti dei kamikaze. A poppa le mitragliere antiaeree da 20 mm aprirono il fuoco. McCoy guard le rosse traccianti dirigersi verso l'aereo giapponese e ancora pi su. Ma il pilota continuava ad avvicinarsi. Non c'era pi tempo per prenderlo di mira. Il comandante McVay ordin una secca accostata d'emergenza.
McCoy era pietrificato. Tutt'intorno, gli uomini si slanciavano al riparo, ma lui scopr di non essere in grado di muoversi. Per una frazione di secondo sembr che l'aereo in picchiata avrebbe mancato la nave, sbandata sotto la tensione dell'accostata.
Ma poi l'aereo la colp. Il pilota giapponese lanci una bomba perforante da 227 chili che cadde a perpendicolo sui ponti della nave sfondandoli e passando attraverso la mensa dell'equipaggio e una tavola cui era seduto un marinaio intento a mangiare. La bomba gli spezz una gamba e lacer lo scafo della nave. L'esplosione allent i rivetti e riempi la mensa di fagioli bolliti.
McCoy dovette correre verso la carlinga avvolta nel fumo dell'aereo e, con l'aiuto di altri uomini, cercare di farla scivolare gi dalla nave nel timore che prendesse fuoco. Guardando attraverso il tettuccio fracassato, prima che l'aereo precipitasse in mare, vide di sfuggita il pilota con la testa china sul quadro di controllo.
Sotto coperta la nafta riemp una sala macchine, affogando gli uomini che vi erano rimasti intrappolati. L'acqua marina inond i compartimenti squarciati e minacci di affondare la nave. La squadra addetta al controllo dei danni mise subito all'opera il sistema di paratie stagne e valvole e, dopo 20 minuti di tensione, le zone danneggiate furono isolate. In un trionfo dei nervi saldi e delle procedure d'emergenza, l'Indy si salv per un pelo.
McVay ricevette un messaggio dal comando navale in cui si leggeva(16): Congratulazioni per l'eccellente controllo dei danni. I suoi uomini hanno fatto un ottimo lavoro(*3). Come ricompensa per quell'azione i ragazzi vennero mandati in un luogo di ricreazione nell'isola di Ulithi - un posto idilliaco soprannominato Qui ti piacer, 400 miglia a sud-ovest di Guam - dove poterono godersi le tre cose essenziali per la felicit del marinaio: spiagge, baseball e birra, pi un intruglio chiamato Torpedo Juice fatto di Royal Crown (una specie di Coca-Cola) e di alcol industriale usato per la propulsione dei siluri dei sommergibili. Era molto forte e procurava lancinanti emicranie.
Adesso, a tre giorni di viaggio da San Francisco, mentre l'Indy doppiava la nera gobba vulcanica di capo Diamond,
McCoy cercava di dimenticare ci che aveva visto a Okinawa. Si chiese che cosa il futuro - ovvero l'invasione del Giappone - avesse in serbo per lui. Di sicuro si sarebbe trattato di un bagno di sangue e i suoi commilitoni, per la maggior parte, pensavano che non ce l'avrebbero fatta. Ma lui doveva farcela. Per sua madre. Per suo padre. McCoy e il padre non erano mai stati molto amici. La sua famiglia se l'era passata bene durante la Depressione perch Giles McCoy sr aveva lavorato 12 ore al giorno vendendo burro a domicilio. Tornava a casa a sera, ascoltava Fibber McGee e Molly alla radio e andava a dormire. Suo figlio, in realt, non lo conosceva bene.
La notte prima della partenza per il centro di addestramento di San Diego con il treno speciale, gli amici gli organizzarono una festa a base di birra. Due ragazzi si ritrovarono in cortile a gettare ghiaia nelle aiuole del signor McCoy. Lui s'irrit: era chiaro che i due avevano bevuto. Ma il giovane McCoy sapeva che il padre non era arrabbiato solo per la birra. Aveva combattuto nella prima guerra mondiale e come ricordo aveva una vistosa cicatrice al fianco dovuta a una baionettata. McCoy si accorse che suo padre aveva paura per lui.
Non andrai da nessuna parte con quei ragazzi.
McCoy ne fu scioccato. Ma pap! Questa festa  in mio onore. Andr tutto bene.
Tu non ci andrai.
Lui sospir e rispose: Be', pap, invece ci vado.
Non aveva mai parlato in questo modo a suo padre, non gli aveva mai disobbedito. Lui stesso era sorpreso. Scese dal portico e si avvi verso l'auto. Un istante dopo il padre gli si gett addosso e lo colp alla nuca, scaraventandolo in mezzo al prato.
McCoy non riusciva a crederci. Si alz e si diresse verso il padre, lo guard negli occhi e disse: Non avresti dovuto farlo. Era la cosa sbagliata da fare. E se ne and.
Quando torn a casa dalla festa, la madre gli and incontro alla porta. Gli chiese come avrebbe fatto a raggiungere la stazione il giorno seguente.
Ci andr a piedi.
Perch non ti fai accompagnare da tuo padre?
Non voglio che mi accompagni.
Ma la mattina il padre era gi alzato e lo aspettava. Andarono alla stazione in silenzio. Non appena giunti, il giovane McCoy scese per primo. Aveva deciso che voleva almeno salutare suo padre. Mentre girava intorno all'auto, lo vide piangere a calde lacrime.
Non voglio che ci lasciamo in questo modo.
Neanch'io. I due si abbracciarono, e McCoy disse al padre: Cercher di tornare, davvero.
Ci conto.
Poi si avvi alla stazione. Quando si volt, vide il padre seduto in auto, che guardava fisso davanti a s. Lo vide mettere il braccio sul volante e poggiarvi la testa, il corpo sobbalzante mentre singhiozzava.
Era un'immagine che McCoy avrebbe custodito nel suo cuore. Non sarebbe mai scomparsa. E gli venne in mente proprio quando gli altoparlanti annunciarono trionfanti: Abbiamo appena stabilito un record.
La crociera fino a Pearl Harbor comportava oltre 2405 miglia di navigazione ed era un'impresa che l'equipaggio aveva compiuto senza incidenti in sole 74,5 ore, record che ancora oggi non  stato battuto. I ragazzi manifestarono il loro entusiasmo lanciando i berretti in aria. Poi si precipitarono a vestirsi con la divisa bianca, pensando che avrebbero ottenuto una franchigia generale. A vicenda si diedero un'occhiata perch, se non fossero stati presentabili all'ispezione, l'ufficiale non li avrebbe fatti sbarcare. Alcuni si fecero tagliare i capelli.
McCoy non fu l'unico a restarci male quando il comandante annunci che non ci sarebbero state franchigie. McVay si limit a sbarcare i passeggeri destinati alle Hawaii, a rifornire di combustibile la nave e a tornare in mare
diretto a Tinian dopo solo cinque ore di sosta. Per raggiungere quell'isola bisognava percorrere altre 3300 miglia nel Pacifico occidentale. Non c'era tempo da perdere.
Il 21 luglio la nave attravers la linea del cambiamento di data, in genere motivo di celebrazioni per i marinai, specialmente per i novellini che non l'avevano mai attraversata per entrare nel regno del Drago d'oro. Ma quella volta non ci fu nessuna cerimonia; le nuove reclute dell'Indy - ribattezzate girini per l'occasione - furono informate che l'attraversamento sarebbe stato annotato nei loro ruolini di servizio. Il passo successivo per diventare veri lupi di mare sarebbe stato l'iniziazione al regno di Nettuno.
McCoy era dispiaciuto per le mancate celebrazioni -aveva gi attraversato la linea del cambiamento di data in occasione del suo trasferimento a Peleliu -, ma capiva che l'Indy doveva portare a termine rapidamente la sua missione(18). E forse per i novellini era meglio cos. L'introduzione al regno di Nettuno, per esempio, che veniva eseguita quando si attraversava l'equatore, poteva essere una faccenda assai fastidiosa. Sulle navi della Marina, l'iniziazione, che avrebbe dovuto rafforzare lo spirito dei ragazzi, comportava diversi momenti. Gli ufficiali pi anziani ordinavano alle reclute di spogliarsi e di tenere solo la cravatta nera, e poi di sospingere una nocciolina per tutto il ponte usando unicamente il naso. In seguito avrebbero incontrato re Nettuno in persona, di solito un membro grasso dell'equipaggio, la cui pancia era stata coperta di crema da barba e su cui i girini dovevano strofinare il volto: questo era chiamato baciare il budino reale. Finalmente le reclute entravano nella sala del re, vale a dire una manica a vento, usata come bersaglio nelle esercitazioni di tiro, riempita di spazzatura. Solo dopo essere passati attraverso verdura e frutta marce, i girini erano considerati vecchi lupi di mare, membri di diritto del regno di Nettuno.
La tratta da Pearl Harbor a Tinian si era svolta senza incidenti. Sette giorni dopo aver lasciato le Hawaii, il 26 luglio, Charles Butler McVay e l'equipaggio dell'Indy entrarono a Tinian a tutta forza, con le gigantesche eliche che ruotavano in un mulinello d'acciaio. Non appena la nave cal l'ancora, una flottiglia d'imbarcazioni si avvicin per salutarla. L'Indy ce l'aveva fatta.
Il soldato McCoy si chiedeva ancora se sarebbe mai riuscito a tornare a St. Louis.
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Asterischi.
*1. L'incrociatore era armato con 8 pezzi da 127/25, ognuno in grado di sparare 5-6 colpi al minuto. Perci gli 8 pezzi potevano sparare in circa 6 minuti 240-288 colpi. (N.d.R.)
*2. Il termine era derivato da due battaglie del TREDICESIMO secolo che un esiguo numero di guerrieri giapponesi aveva combattuto contro Kublai Khan, dopo che il mongolo, abbandonate Corea e Cina, era sbarcato a Kyushu(13). Nel corso della prima battaglia una tempesta aveva affondato 200 delle 900 navi degli invasori e Kublai si era ritirato. Ma sette anni pi tardi era tornato, questa volta con 140.000 uomini e 4400 navi. Anche nel secondo caso la flotta era stata devastata da una tempesta, il cui vento divino aveva affondato quasi tutte le navi. I giapponesi Pensavano che questi venti fossero stati mandati da un dio.
*3. In generale, per, la Marina sub le perdite pi gravi della guerra a Okinawa, con 4907 morti e 5800 feriti o dispersi(17).

3.
IL PRIMO TASSELLO.
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Ogni volta che viaggiavo da solo, pensavo: 'Supponiamo che affondi e non riesca a mandare un messaggio... Che cosa accadrebbe?'
Charles Butler McVay, comandante USS Indianapolis.
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Gioved 26 luglio. domenica 29 luglio 1945.
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Pacifico meridionale.
Le imbarcazioni che assistevano all'attracco dell'Indianapolis avevano a bordo ufficiali di tutte le armi, una trentina in tutto. Non deve meravigliare che ve ne fossero cos tanti, perch l'isola era considerata un punto strategico di vitale importanza. Era da l che molti B-29 Superfortress decollavano per i loro raid sul Giappone. Il soldato McCoy, in piedi sul ponte alloggi, non aveva mai visto uno spettacolo del genere.
Osservando l'isola da mezzo miglio attraverso binocoli ricoperti di gomma, vide un paesaggio desolato. L'isola di Tinian, lunga 16 chilometri e larga 8, era all'epoca la pi grande base aerea del mondo(1). Vera e propria citt ricavata dal corallo e dalle palme, aveva la forma dell'isola di Manhattan. McCoy sapeva che il comando navale aveva scherzosamente dato il nome di Broadway alla via principale di polvere di corallo e calcare. Riverside Drive correva lungo la sponda occidentale e l'aeroporto usato dalle Superfortezze si trovava nella 19th Street, a est della 8th Avenue.
L'aeroporto aveva quattro piste asfaltate, ognuna lunga circa tre chilometri e larga come un'autostrada a dieci corsie. Nelle colline, si diceva, c'erano ancora centinaia di ribelli giapponesi che prendevano di mira le jeep di passaggio.
McCoy non era mai stato a Tinian in precedenza. Aveva sentito per la storia del bombardamento avvenuto nel luglio 1944, quando il dottor Haynes si era trovato a bordo con l'ammiraglio Spruance e l'Indy aveva partecipato allo spianamento dell'isola. Insieme con il resto della 5a Flotta, l'incrociatore aveva contribuito al famoso taglio di capelli
alla Spruance, a seguito del quale erano rimaste sparute palme e alcuni cespugli.
McCoy poteva scorgere le carcasse bruciate dei B-29. In grado di trasportare 10 tonnellate di bombe, gli enormi aerei dall'apertura alare di oltre 43 metri avevano bisogno di ogni centimetro di pista per sollevarsi nell'umida aria tropicale(2). Chi non ce la faceva a volte esplodeva in un'alta fiammata di carburante incendiato.
Una decina di uomini sal a bordo dell'Indy. McCoy vide gli uomini addetti al trasporto emergere dalla zona ufficiali con il contenitore nero. Poi tocc alla cassa di legno, questa volta per mezzo della gru della nave sul ponte dell'hangar. Ai controlli c'era Ed Brown, con il comandante in seconda, capitano di fregata Joseph Red Flynn, che dirigeva le operazioni. Tanto per scherzare, Brown allent la leva della barra di frenaggio della gru e la cassa si mise a scendere a velocit mozzafiato verso il ponte dell'imbarcazione da carico, che dondolava 15 metri pi in basso. Poi applic la leva di frenata. Gli ufficiali raccolti sull'imbarcazione diventarono matti di rabbia. McCoy sorrise, ma il comandante in seconda, dando l'impressione di essere molto nervoso, mormor: Brown, di' a quegli ufficiali di spostarsi.
Per il resto Brown cal con grande perizia la cassa sull'imbarcazione. Pur non avendo la minima idea di quello che avevano trasportato, gli uomini capirono che la loro missione era finita. McVay e l'equipaggio si lasciarono sfuggire grida di esultanza.
Il soldato McCoy not che il capitano Nolan e il maggiore Furman passavano in mezzo agli uomini dell'equipaggio in cerca di qualcuno o di qualcosa, ma non riusc a capire chi o che cosa cercassero(*1). McCoy aveva sentito dire che
il viaggio era stato difficile per Nolan, costretto a rimanere chiuso nel suo camerino a causa del mal di mare. Tutto sommato, era sembrato un personaggio assai strano(*2).
Pochi istanti pi tardi, perlustrando con il binocolo la riva, McCoy segu la cassa di legno e il contenitore mentre venivano trasferiti per mezzo di un'altra gru su un autocarro in attesa. Il carico fu coperto subito con un telone e il camion si avvi lentamente verso la giungla in direzione di uno scalo chiamato North Field.
Liberatosi del carico, l'Indy poteva adesso tornare alla sua vita normale di nave da guerra e prepararsi all'invasione del Giappone, che appariva ancora lontana.
Tinian faceva parte di quelle che potevano considerarsi le retrovie della guerra nel Pacifico(5). Tokyo, situata sull'isola di Honshu, era 1600 miglia a nord. Tutto quello che si trovava a nord di una linea immaginaria (attraverso il mar delle Filippine) fra Tinian e Leyte, 1500 miglia a ovest di Tinian, era considerato zona avanzata, o zona di guerra. Iwo Jima e Okinawa si trovavano in quest'area, ma erano state occupate dalle truppe americane e rese dunque sicure; il mare intorno a esse, per, era ancora pattugliato dai sommergibili giapponesi.
Il passaggio dalle retrovie alla zona di guerra era poco chiaro, ed era difficile dire con esattezza quando una nave si accingeva a lasciare una relativa sicurezza per calarsi in un pericolo imminente. I sommergibili giapponesi non si curavano di un'immaginaria zona di sicurezza.
Mentre la bomba veniva scaricata, nuovi ordini erano arrivati all'Indy attraverso la radio ed erano stati decrittati
nella sala codici(6). La fonte era il quartier generale del comandante in capo della Flotta del Pacifico, ammiraglio Chester Nimitz, altrimenti noto come CINCPAC (Commander in Chief, Pacific Fleet). Gli ordini di McVay erano semplici: da Tinian doveva spostarsi a Guam, una crociera di 120 miglia verso sud, dove avrebbe dovuto andare a rapporto alla locale base navale per ulteriori ordini sulla rotta da seguire, in previsione dello spostamento a Leyte. Una volta giunto a Leyte doveva comunicare in codice con il viceammiraglio Jesse Oldendorf, comandante della Task Force 95, annunciando il suo arrivo e la sua disponibilit a raggiungere la Flotta del Pacifico. Oldendorf, uno degli ufficiali pi decorati di tutta la guerra, si era guadagnato una fama meritata nel 1944 nel corso della battaglia del golfo di Leyte; adesso si trovava a bordo del suo incrociatore, l'USS Omaha, in vigilanza strategica delle acque del Giappone, 1500 miglia a nord di Leyte, in attesa dell'invasione.
Ma prima di raggiungere Oldendorf e le sue navi, l'Indy avrebbe dovuto eseguire esercitazioni di manovra, tiro e posto di combattimento per almeno 17 giorni. Finalmente senza pi passeggeri e carichi ingombranti, McVay poteva dedicarsi all'addestramento dei suoi uomini.
A Leyte avrebbe dovuto andare a rapporto dal contrammiraglio Lynde McCormick, l'immediato subalterno di Oldendorf, ormeggiato a bordo della corazzata USS Idaho. Esperto di logistica e insignito di due stelle d'oro e della Legione di merito, McCormick avrebbe guidato McVay e i suoi uomini nel corso dell'esercitazione.
A sei ore dall'arrivo a Tinian, l'Indy salp l'ancora e un sorridente McVay, ben contento dei suoi nuovi ordini, punt verso sud in direzione di Guam.
Mentre McVay era in navigazione, il piano, anche se ben concepito, cominci tuttavia a incepparsi.
Copie degli ordini che gli ingiungevano di andare a rapporto da Oldendorf e poi da McCormick furono trasmesse via radio a otto diversi comandi: all'ammiraglio Nimitz e all'ammiraglio Spruance, entrambi a Guam, ai direttori di porto di Tinian e Guam, al comandante delle isole Marianne, viceammiraglio George Murray, responsabile anche delle operazioni navali di Guam e Tinian, al contrammiraglio McCormick, al viceammiraglio Oldendorf e al CINCPAC a Pearl Harbor. Questa diffusione rispondeva alla procedura standard per tenere contemporaneamente informati tutti gli interessati.
Ma, quando ricevette il messaggio, un membro della sala radio di McCormick a bordo della Idaho sbagli a decodificare il nome del destinatario(7). Dal momento che il dispaccio non sembrava indirizzato a McCormick, ma a un altro comandante, l'addetto alla sala radio smise immediatamente di decifrarlo. Non decodific mai il testo, in cui si parlava dell'arrivo di McVay; il messaggio era stato definito ristretto, il che significava che non era una comunicazione classificata o di massima priorit.
Ne risult che il contrammiraglio McCormick non seppe mai di dover attendere l'arrivo dell' Indianapolis a Leyte.
Gli altri destinatari, compreso Oldendorf, ricevettero l'informazione pi o meno come previsto. Ma il messaggio non indicava la data dell'arrivo dell'Indy. Questa sarebbe stata comunicata in un dispaccio successivo.
In rotta verso Guam, McVay pot addestrare con successo i suoi uomini al tiro contraereo(8). Poi si prepar a presentarsi al direttore del porto per ricevere i nuovi ordini. Il 27 luglio, nelle vicinanze dell'isola, l'Indy si ferm all'imbocco di Apra Harbor. La nave attese che un rimorchiatore ritirasse i lunghi cavi collegati alle reti subacquee che, sospese attraverso l'imboccatura del porto, dovevano impedire l'ingresso ai sommergibili. Un altro rimorchiatore prese a girare intorno all'Indy con un sonar calato in mare per assicurarsi che
non fosse stato seguito da sommergibili. Una volta all'interno della rada, i rimorchiatori richiusero le reti antisommergibile e l'incrociatore diede fondo. Mentre le cisterne e le navi rifornimento accostavano alle murate dell'Indy, una motolancia giunse a prelevare McVay per portarlo a terra.
Guam era un'animata isola abitata da circa mezzo milione di soldati: le forze giapponesi l'avevano occupata nel dicembre 1941 e gli Stati Uniti l'avevano ripresa due anni e mezzo pi tardi, dopo tre settimane di sanguinosi combattimenti. Durante l'invasione di Iwo Jima e Okinawa, per un'intera settimana navi trasporto con a bordo migliaia di soldati avevano lasciato quel porto giorno e notte, dirette alle teste di sbarco oltre 1200 miglia a nord.
In quel momento erano ormeggiate nella rada 20 navi di vario genere: incrociatori, cacciatorpediniere e trasporti. C'erano anche unit danneggiate durante attacchi di kamikaze e in attesa di riparazioni nei bacini di carenaggio dell'isola. Una nave in disuso era stata requisita e destinata ad alloggio per le truppe.
A Guam c'era un'atmosfera solare e irreale. Sulle spiagge circondate da palme, i piloti sedevano intorno a tavolini di legno a bere in abbondanza verdi lattine di birra, che venivano raffreddate alla perfezione facendole volare in aereo per tre ore ad alta quota.
Non appena provata la terra sotto i piedi, McVay chiese un autista e una jeep, perch gli ufficiali non potevano guidare per motivi di sicurezza. Ben presto si ritrov su una strada asfaltata di fresco che costeggiava la spiaggia, oltrepassando capanne di paglia che ospitavano i pochi nativi rimasti nell'isola. Proseguendo super i resti bombardati dell'isola, spianati durante l'invasione americana. Poi la strada cominci a inerpicarsi e la jeep si arrest in cima a quella che veniva chiamata CINCPAC Hill, il centro di comando del teatro di guerra del Pacifico.
Il quartier generale era una villetta di legno a due piani con un'asta di bandiera davanti e aiuole tutt'intorno. Dava
sul mare e sulla rada ed era situata sul fianco di una collina verdeggiante. Intorno al comando c'erano baracche Quonset di metallo dipinto di verde in cui si trovavano gli uffici dello stato maggiore dell'ammiraglio Nimitz.
Al comando, McVay incontr il sottocapo di stato maggiore di Nimitz, commodoro James Carter(9). Senza indugio gli chiese di poter addestrare al tiro i suoi uomini a Guam invece di attendere la prevista sessione di esercitazioni a Leyte. Si sentiva incalzato dal tempo: voleva che l'equipaggio fosse in forma al pi presto. Ma Carter lo inform che a Guam non si facevano pi esercitazioni e che avrebbe dovuto aspettare di arrivare a Leyte.
McVay si sent frustrato(10). Di quel passo, fece notare, i suoi ragazzi si sarebbero addestrati con ogni probabilit al largo di Tokyo. Dopo quell'incontro rapido e insoddisfacente raggiunse l'ammiraglio Spruance alla mensa ufficiali, in una delle baracche Quonset. McVay non l'aveva pi visto dopo l'attacco di kamikaze al largo di Okinawa, quasi quattro mesi prima. Spruance aveva subito abbandonato l'Indy una volta colpito per continuare a dirigere il bombardamento navale dal ponte della New Mexico, diventata temporaneamente la sua ammiraglia(11).
Spruance era ottimista riguardo la conduzione attuale della guerra, ma non intendeva dilungarsi in particolari(12). Gli comunic solo che per il momento i piani d'invasione procedevano in modo regolare. Lui e il suo stato maggiore si stavano preparando all'attacco previsto per la fine dell'anno contro Kyushu, che speravano sarebbe sfociato nella resa del Giappone(*3).
A quell'epoca c'erano essenzialmente due piani di guerra allo studio(14). Il primo prevedeva il dispiegamento di circa un milione di soldati americani sulle spiagge del Giappone. Il secondo (la segretissima operazione Centerboard) consisteva nel lancio della bomba, di cui era incerto l'effetto preciso.
Entrato in carica da tre mesi, dopo la morte improvvisa di Roosevelt, il presidente Truman era stato informato solo da poco del progetto Little Boy e Fat Man(15). (Fat Man era stato scherzosamente chiamato cos in onore di Winston Churchill, sostenitore del progetto Manhattan, mentre il soprannome originale di Little Boy era Thin Man in onore di Roosevelt; era stato cambiato quando il disegno del bariletto era stato raccorciato.) Il generale MacArthur, comandante in capo delle forze americane nel teatro del Pacifico, sarebbe stato informato solo il 1 agosto. Durante tutta la fase di preparazione, il progetto Manhattan era stato tenuto in secondo piano rispetto ai pi vasti piani d'invasione, che avevano ricevuto i nomi in codice di Olympic e Coronet.
Mentre pranzavano, l'ammiraglio si era accorto delle preoccupazioni di McVay per la preparazione dei suoi uomini e aveva cercato di rassicurarlo(16). Gli aveva detto che non occorreva affrettare le cose poich si sarebbero addestrati a Leyte. Aveva aggiunto che avrebbe richiesto la nave in un certo momento delle esercitazioni per portare parte del suo stato maggiore a Manila, a nord di Leyte, sempre nelle Filippine. Lui stesso aveva in mente di tornare a bordo in autunno per poi incontrarsi con il viceammiraglio Oldendorf al largo delle coste del Giappone in vista dell'invasione.
Dopo pranzo McVay fu riaccompagnato all'ufficio del direttore di porto ad Apra Harbor. L'edificio, caldo come
un forno nel sole tropicale, era a pochi metri dalla battigia. All'interno era debolmente rinfrescato da ventilatori elettrici appesi alle pareti. Marinai e ufficiali - ali'incirca una quindicina - rispondevano al telefono e si agitavano sotto un incessante arrivo di ordini per avviare movimenti e di dispacci in codice. L'ufficio era un centro di smistamento per gli ordini provenienti dal comando del CINCPAC, dove McVay aveva appena pranzato, e diretti alla base navale dell'isola, che si occupava dell'attuazione di quegli ordini.
McVay scambi qualche battuta con un ufficiale addetto al movimento dei convogli, agli ordini del tenente di vascello Joseph Waldron(17). Negli ultimi dieci mesi l'ufficio aveva instradato circa 5000 navi, un ritmo sostenuto in qualsiasi circostanza. Gli ordini di movimento - in pratica la cartina stradale - indirizzavano ogni nave lungo rotte oceaniche specifiche e approvate. Quella di McVay sembrava piuttosto semplice. Disse all'ufficiale che voleva arrivare al largo di Leyte la mattina presto per potersi esercitare nel fuoco contraereo. (Condizioni di scarsa luminosit avrebbero reso pi facile seguire le traccianti e giudicare l'accuratezza del tiro.)
Fu detto a McVay che, se fosse salpato il giorno successivo, sabato 28 luglio, sarebbe potuto arrivare la mattina di luned 30 luglio, a patto che mantenesse una velocit media di 25 nodi (circa 46 chilometri orari). Il comandante ci pens, ma era preoccupato per lo stato delle macchine dell 'Indy dopo il faticoso viaggio a tutta velocit da San Francisco. Non voleva sfidare la fortuna. I due convennero allora che la nave avrebbe puntato ad arrivare a Leyte marted mattina, cosa realizzabile se avesse mantenuto una velocit minima di 15,7 nodi. McVay riteneva di potercela fare, poich in fondo si trattava della consueta velocit di crociera.
Quindi gli fu suggerito di seguire quella che era nota come la rotta di convoglio Peddie, riservata ai convogli, che partiva da Guam e giungeva fino a Leyte. Una rotta di 1300 miglia, utilizzata per tutti i tre anni e mezzo della campagna del Pacifico e considerata la via pi normale.
McVay e l'Indianapolis si accingevano a passare dalle acque territoriali delle Marianne a quelle delle Filippine, che era come un passaggio tra due mondi completamente diversi(18). Le navi si spostavano da una frontiera all'altra attraversando il Chop (cambiamento), un confine segnato dalla linea dei 130 gradi di longitudine (est). Per quanto la demarcazione fosse chiara, c'era un fattore che la rendeva complicata: in quella zona le comunicazioni diventavano spesso confuse a causa di un conflitto politico tra l'ammiraglio Nimitz e il generale MacArthur per il controllo delle forze navali(19). MacArthur, responsabile dell'area in cui operava la 7a Flotta, voleva unirla all'Esercito. Nimitz, comandante del Pacifico, voleva che rimanesse autonoma. Alla fine Nimitz ottenne il controllo di tutte le operazioni navali del Pacifico, ma fra i due titani della guerra continuava a esistere un certo attrito. Ne conseguiva che le informazioni sulla posizione di una nave o su altri fatti di cruciale importanza andavano a volte perdute. La cosa poteva costituire un serio problema per l'Indianapolis, che a volte si basava sulla presenza di scorte perfettamente in orario per proteggersi da sommergibili nemici e uscire da acque pericolose.
L'Indy non aveva sonar(20). Non era compito suo individuare i sommergibili: spettava ai cacciatorpediniere, che li bombardavano con bombe da oltre 20 chili di un esplosivo ad alto potenziale chiamato Torpex. Le bombe di profondit, dette anche portacenere, di norma non facevano esplodere un sommergibile - non erano sufficientemente precise -, ma lo circondavano di una nuvola di vibrazioni subsoniche che avevano l'effetto di scuoterlo sino all'affondamento.
Quando McVay chiese una scorta per la crociera fino a Leyte, il tenente di vascello Waldron, l'ufficiale pi elevato in grado per il movimento dei convogli (che a quel punto si era unito alla conversazione), prese il telefono(21). Chiam l'ufficio del capitano di vascello Oliver Naquin, addetto alle
operazioni di superficie, e chiese all'ufficiale di servizio se ci fosse una scorta in partenza per Leyte cui l'Indianapolis potesse unirsi. Gli fu detto che non era necessaria e che tutti i cacciatorpediniere disponibili erano gi stati dispiegati per assistere i B-29 negli incessanti raid sul Giappone, con l'incarico di raccogliere i piloti abbattuti. Dovevano inoltre scortare le navi che trasportavano truppe fresche nella zona avanzata di Okinawa.
L'Indy aveva gi navigato da solo e, a quel punto del conflitto, il comando navale riteneva che potesse viaggiare senza scorta nelle acque interne alla zona di guerra.
Quando Waldron riappese e rifer a McVay la notizia, il comandante dell'Indy l'accolse tranquillamente. Poi domand se esisteva un rapporto dei servizi d'informazione sul traffico nemico lungo la rotta Peddie. Gli risposero che doveva ancora essere preparato, e che l'avrebbero aggiunto agli ordini di trasferimento una volta battuto a macchina. McVay disse che li avrebbe ritirati entrambi il suo ufficiale di rotta in serata, quindi usc dall'ufficio, fiducioso che il viaggio dell'Indy sarebbe stato tranquillo.
Dopo essersi recato nell'ufficio del direttore di porto e aver preso gli ordini di viaggio e il rapporto dei servizi d'informazione, l'ufficiale di rotta torn alla nave(22). McVay riun gli ufficiali e disse loro: Andiamo a Leyte a prepararci all'invasione di Kyushu. Era una chiara indicazione che l'Indy si sarebbe trovato nel cuore dell'azione.
Annunci inoltre che avrebbero viaggiato senza scorta. Il dottor Haynes, proprio come McVay, prese la notizia con filosofia. Eccoci daccapo, osserv uno degli ufficiali(23). Haynes ricordava la volta in cui, nei primi mesi di guerra, con l'ammiraglio Spruance a bordo, l'Indy aveva percorso senza scorta le 1000 miglia da Iwo Jima a Okinawa. L'energico Spruance aveva sempre voglia di trovarsi dove c'era azione.
McVay s'incontr poi con l'ufficiale di rotta e il comandante in seconda Flynn, e insieme diedero un'occhiata agli ordini della nave(24). McVay apprese che avrebbe dovuto seguire una rotta a zigzag durante le ore del giorno, e a discrezione di notte nei periodi di buona visibilit. Si trattava di una manovra precauzionale: si pensava che, se un bersaglio in movimento era difficile da colpire, uno dai movimenti imprevedibili lo fosse ancor pi. La manovra non era in realt molto efficace, ma era richiesta dai regolamenti della Marina.
Il rapporto dei servizi d'informazione non sembrava contenere nulla d'insolito(25). Affermava che tre sommergibili erano stati avvistati nella zona della rotta Peddie, due di loro non confermati come nemici. Di questi uno era solo un contatto sonar, l'altro un battello non identificato che mostrava un possibile periscopio. L'unico avvistamento affidabile era vecchio di quasi una settimana. L'ufficiale di rotta dell'Indy aveva gi ricevuto l'informazione da quelli che erano chiamati i Resoconti blu, dispacci dei servizi d'informazione emessi settimanalmente dal comando della flotta di Pearl Harbor.
Ma n il rapporto preparato per il comandante McVay n i Resoconti blu contenevano due informazioni di vitale importanza.
Tre giorni prima, il 24 luglio, mentre l'Indy navigava alla volta di Tinian, il caccia-scorta USS Underhill era stato affondato da un kaiten giapponese - una sorta di siluro umano suicida - mentre navigava da Okinawa a Leyte in un convoglio di 15 unit(26). 111 uomini erano morti e altri 109 erano stati salvati dalle navi del convoglio. Il kaiten era stato rilasciato da un grande sommergibile da pattugliamento e nell'avvistarlo l'Underhill lo aveva speronato come misura difensiva (e in retrospettiva errata) causandone l'esplosione.
Il rapporto trascurava di citare un altro fatto: si sapeva che il Gruppo Tamon operava al momento nelle acque intorno alla rotta Peddie, la stessa che l'Indy si accingeva a
percorrere(27). Il commodoro James Carter, con il quale si era incontrato McVay al quartier generale del CINCPAC, sapeva dei sommergibili Tamon e dell'affondamento dell'Underhill, ma non ne aveva parlato con McVay. Pensava che il comandante dell'Indy sarebbe stato informato quando avesse ricevuto gli ordini di viaggio.
Invece non era stato informato(28). Questo in parte perch l'esistenza dei sommergibili Tamon era stata dedotta da Ultra, un programma di penetrazione dei codici (nemici) della massima segretezza che aveva operato con brillanti esiti per tutta la durata della guerra. Il programma Ultra era composto di unit di decodificazione attentamente sorvegliate a Pearl Harbor e a Washington, dove gli addetti sedevano davanti a scrivanie, con le cuffie incollate alle orecchie, a trascrivere i messaggi radio giapponesi. I giapponesi inviavano i loro messaggi in un codice creato da una macchina cifrante che gli ufficiali dei servizi d'informazione statunitensi avevano soprannominato Purple. Gli americani immettevano i messaggi intercettati in una macchina decrittatrice - che aveva lo stesso nome - basata su una serie di commutatori telefonici, in un processo di decrittazione d'incredibile complessit che comprendeva migliaia di calcoli per ottenere la versione decodificata dei messaggi giapponesi intercettati. Questi messaggi decodificati erano chiamati Magic e gli uomini che lavoravano a queste macchine erano noti come i Maghi.
Ultra era stato usato durante la battaglia delle Midway per individuare e annientare le forze navali giapponesi. Ma molti giorni dopo la battaglia i giornali statunitensi rivelarono che le forze americane avevano saputo della posizione delle navi e delle truppe giapponesi, e l'effetto fu disastroso. In una settimana i giapponesi cambiarono il loro cifrario, rendendo del tutto inutilizzabili i decodificatori americani e costringendo il programma Ultra a rompere ancora una volta il nuovo sistema di codifica dei giapponesi. Il comando americano stabili quindi di mantenere a tutti
i costi la segretezza sul sistema Ultra. Ci comportava la decisione di evitare l'affondamento di certe navi, anche quando la Marina ne conosceva la posizione esatta, per convincere i giapponesi della ritrovata sicurezza dei mari.
Come risultato di questi provvedimenti di sicurezza, McVay fu lasciato all'oscuro di quello che avrebbe trovato sulla rotta Peddie.
Il tenente di vascello Waldron, l'ufficiale addetto all'invio e alla rotta dei convogli che aveva dato a McVay gli ordini di viaggio e il rapporto dei servizi d'informazione, non aveva accesso a quei dati. La colpa di tale carenza d'indicazioni era da attribuire all'ufficio che Waldron aveva chiamato al telefono durante l'incontro con McVay - il quartier generale del comando delle Marianne - e al capitano di vascello Naquin. Quest'ultimo era al corrente delle informazioni raccolte da Ultra, ma non dell'esistenza dell'operazione in s. Riceveva cio i rapporti senza sapere come erano stati creati. Sapeva che i sommergibili giapponesi erano attivi lungo la rotta Peddie. Era inoltre a conoscenza dell'affondamento dell'Underhill il 24 luglio nelle vicinanze di quella rotta.
Il suo compito era di riformulare i rapporti per renderli utilizzabili dai comandanti senza creare sospetti nel nemico. Dal momento che la sicurezza di Ultra era custodita cos gelosamente, l'accesso ai dati grezzi era limitato a ufficiali di grado superiore a quello di capitano di vascello, perci McVay non poteva consultarli. Ma, se l'ammiraglio Spruance fosse stato a bordo dell'Indy, le informazioni provenienti da Ultra sarebbero state accluse agli ordini di viaggio(*4).
McVay, in ogni modo, non avrebbe potuto accedere a quelle informazioni nella loro forma originaria.
60 metri sotto la superficie scura del Pacifico, a bordo di un sommergibile tecnologicamente evoluto, il capitano di corvetta Mochitsura Hashimoto era agitato(30). Nei quattro anni trascorsi in mare, il trentaseienne comandante di sommergibili non aveva mai affondato una nave. Adesso, come ben sapeva, la guerra volgeva alla sconfitta e temeva di tornare a casa senza nemmeno una preda. Aveva eretto un altare scintoista a bordo del sommergibile e ogni giorno pregava che la sua fortuna cambiasse.
L'I-58 era uno dei sei sommergibili ancora in attivit della Marina giapponese ormai decimata e faceva parte del rinnovato Gruppo Sommergibili Tamon. Era salpato da una base navale sulla costa del Giappone vicino a Kure, lo stesso giorno in cui il comandante McVay aveva lasciato San Francisco.
Il sommergibile di Hashimoto aveva a bordo la pi recente tecnologia in fatto di siluri. (In questo ambito della guerra per mare, i giapponesi furono all'avanguardia rispetto agli americani fino agli ultimi mesi di guerra.) L'I-58 era lungo 108,66 metri e aveva a bordo un idrovolante oltre a una mitragliera montata sul ponte, destinata, fra le altre cose, a eliminare i sopravvissuti ai siluramenti(*5). Mosso da due diesel da 4700 cavalli poteva percorrere 21.000 miglia senza rifornimento, spingendosi fino a una velocit di 15 nodi in superficie. In immersione si muoveva alla velocit di sette nodi. Lo scafo era rivestito da una fascia di gomma che distorceva le modalit dell'eco e tendeva a confondere gli ascolti sonar delle navi americane. Molto spesso lo avevano scambiato per una balena.
A bordo c'erano 19 siluri magnetici spinti da ossigeno e 6 kaiten, siluri kamikaze pilotati da uomini che avevano deciso di morire per l'onore della patria. Questi guerrieri suicidi s'infilavano in tubi metallici lunghi poco pi di 14 metri, si sedevano su seggiolini di tela davanti alla ruota del timone e agli strumenti di governo - una bussola, un orologio svizzero e una radio - e aspettavano di udire la parola fatale: Fuori! Staccandosi dalle braghe metalliche che lo rizzavano al sommergibile, il kaiten sfrecciava verso l'eternit. Con una velocit di punta di 20 nodi e un raggio d'azione di 27 miglia, era un bello spettacolo, anche se sbagliava regolarmente il bersaglio perch il pilota aveva difficolt a mantenerlo in rotta a quella velocit(*6).
Quando riusciva a colpire il bersaglio - il kaiten aveva una testata magnetica progettata per esplodere a otto-nove metri da qualunque scafo di metallo -, il pilota veniva vaporizzato dall'impatto, spesso mentre pregava con ardore. (Il sommergibile madre non era in grado di recuperare un kaiten e, se il pilota mancava il bersaglio, alla fine rimaneva senza carburante e scivolava fatalmente verso il fondo dell'oceano, dove l'immensa pressione lo stritolava.)
La notte di sabato 28 luglio i piloti dei kaiten attendevano con ansia il loro momento di gloria. Ma, osservando attraverso il periscopio l'orizzonte del Pacifico appena increspato, Hashimoto scopr che non c'era nessuno in vista.
Negli ultimi dieci giorni aveva navigato in continuazione al largo di Okinawa, senza avvistare nessun bersaglio. Aveva trascorso quella giornata in superficie con un tempo caldo e tempestoso, ballando in mezzo alle onde e ponderando la mossa successiva. Dal momento che si trovava nell'importante crocevia della rotta Peddie per Leyte, era sicuro che prima o poi sarebbe passata una nave.
A 650 miglia di distanza, alle 9, l'Indianapolis era salpato dal porto di Apra diretto a Leyte.
l'Indianapolis navigava vivacemente a 17 nodi su un mare mosso, sotto un mucchio di nuvole bianche. Otto ore dopo aver lasciato Guam, si trovava a una distanza tale che nessun aiuto sarebbe potuto venirgli dalla terraferma. A notte era ormai al punto di non ritorno. Se fosse successo qualcosa, avrebbe dovuto provvedere da s.
In plancia, a gambe larghe per bilanciare il rollio della nave, il comandante McVay pensava solo a mantenere la rotta. Avrebbe portato la sua nave e il suo equipaggio al sicuro a Leyte, avrebbe chiesto al contrammiraglio McCormick di poter eseguire esercitazioni di tiro e poi sarebbe tornato in guerra con il viceammiraglio Oldendorf.
McVay viveva in un mondo di assolutismi. Che fosse la fine del giorno, del viaggio o della guerra, si trattava sempre di una questione di vita o di morte. Le navi continuavano ad affondare in battaglia e questa possibilit lo ossessionava. In un noto disastro del 1943 i giapponesi avevano silurato la portaerei di scorta USS Liscombe Bay. La nave era affondata in 20 minuti e l'attacco aveva provocato la morte di 644 membri dell'equipaggio(31). Le portaerei USS Yorktown e USS Wasp erano state silurate rispettivamente nel giugno e nel settembre 1942, e non ne era rimasto nulla(32). Erano proprio le storie cui un comandante non piaceva pensare.
McVay aveva trascorso la maggior parte della giornata nell'esiguo spazio della plancia, controllando gli strumenti di navigazione e comunicazione. In base agli ordini aveva seguito una rotta a zigzag. I ragazzi appostati nel cielo di
poppa e nel cielo di prua erano attenti a scrutare qualunque traccia di aerei o sommergibili nemici. Non c'era nulla in vista.
Poco prima della partenza dell'Indy da Guam, le notizie del suo passaggio lungo la rotta Peddie erano state trasmesse ancora una volta alle parti interessate insieme con la notifica dell'arrivo previsto a Leyte(33). Era una ripetizione della procedura che aveva avuto luogo il 26 luglio, quando era partito alla volta di Tinian. Ma adesso il contrammiraglio McCormick, che McVay doveva incontrare per ottenere il permesso di esercitarsi al tiro, aveva ricevuto e decifrato correttamente il messaggio che lo avvertiva dell'arrivo dell'Indy.
Non avendo per ricevuto il primo messaggio, inviato due giorni prima, McCormick era rimasto perplesso. Innanzitutto non sapeva perch il comandante dell'Indy avrebbe dovuto rivolgersi a lui. Inoltre, visto che era l'ammiraglia della 5a Flotta, pensava che sarebbe stato dirottato a nord per sostituire un altro incrociatore, l'USS Portland, tolto di recente dal servizio. McCormick dubitava che l'Indy sarebbe mai giunto a Leyte. Dal suo punto di vista, l'arrivo della nave non era argomento che lo riguardasse.
Altrove ci furono invece problemi con il secondo messaggio. A bordo dell'Omaha, il viceammiraglio Oldendorf non
lo ricevette. Il dispaccio giunse fino a una stazione radio di Okinawa e poi scomparve. Il viceammiraglio aveva ricevuto
il primo bollettino riguardante l'itinerario dell'Indy, dove per non veniva comunicata la data del suo arrivo anticipato. Oldendorf sapeva che il comandante McVay sarebbe andato a rapporto da lui, ma non sapeva quando aspettarlo.
L'effetto di questo duplice errore di comunicazione fu semplice: le due persone dalle quali McVay doveva andare a rapporto non possedevano informazioni sufficienti a stabilire se fosse in ritardo. Navigando alla volta di Leyte, egli era in sostanza un uomo senza meta.
Il viaggio procedeva bene e l'equipaggio, che trascorreva il tempo a ordinare cavi e materiale di bordo e a stivare gli approvvigionamenti, aveva il morale alto. Al nostromo Mike Kuryla piaceva osservare i capi mentre indugiavano a poppa, la mattina, a bere caff dalle enormi tazze fumanti con i pollici ben dentro il bordo. La vita di mare sembrava accettabile, persino gradevole. In una delle mense, McCoy ascoltava i dischi suonati dal disc jockey di bordo, un ragazzo di Chicago cui la madre mandava sempre i pi recenti successi americani. Adesso risuonavano le note di Let's Dance del clarinettista Benny Goodman. A volte McCoy ascoltava Tokyo Rose parlare negli altoparlanti della mensa, con quella voce misteriosa che lo turbava e lo preoccupava. Sappiamo che siete l fuori, ragazzi. E sappiamo chi siete. Non vorreste tornarvene a casa?
La mattina di domenica 29 luglio l'equipaggio assistette ai servizi religiosi in coperta, immersa nella luce del Pacifico. Il forte sole equatoriale si levava dal mare ogni alba e si tuffava all'orizzonte occidentale alle 18. Il senso di comunione era molto forte tra i ragazzi: i primi a partecipare erano i cattolici, ai quali davano il cambio i protestanti, dopo aver lasciato le incombenze di bordo appositamente per assistere ai loro servizi. La voce gentile di padre Conway guidava la celebrazione riservata ai cattolici e il suo fido amico dottor Haynes dirigeva i protestanti in vecchi inni religiosi come The Old Rugged Cross e Amazing Grace. McCoy assistette alla messa cattolica e poi trascorse parte della giornata a togliere la pittura vecchia dalle scale di bordo.
La domenica mattina, dopo le funzioni religiose, veniva tolta la proibizione di fumare e gli uomini si disperdevano in vari gruppi per eseguire lavori sul ponte. Dopo un pranzo a base di pollo - il pasto migliore della settimana, completo di tortine alla fragola -, alcuni si riunivano sul ponte alloggi e si dedicavano al pallone elastico per tenersi in forma. Altri saltavano la corda o partecipavano a incontri di boxe arbitrati da padre Conway. Altri ancora si sedevano tutt'intorno a unire pezzi di cima come decorativi souvenir, mentre qualcuno imparava a lavorare federe a uncinetto.
A un certo punto, sul far della sera, dopo uno splendido tramonto, passarono sul punto pi profondo della Terra, un posto chiamato Challenger Deep(34). Poteva starci tutto il monte Everest con l'aggiunta di altri 1620 metri per raggiungere la superficie. Si trovavano a poco meno di 300 miglia dalla pi vicina terraferma e un grigio velo di nuvole drappeggiava l'orizzonte. Per navigare, l'equipaggio usava una serie di punti nave rilevati con un antico metodo chiamato punto stimato. Si trattava d'individuare una rotta moltiplicando il tempo trascorso a percorrerla per la velocit. Sostanzialmente era un modo per andare dove dovevi andare in base a dove eri gi stato. I punti astronomici erano rilevati inquadrando con un sestante Venere, Saturno e Marte, visibili appena prima del sorgere del sole, e cercando l'insieme delle coordinate corrispondenti in un libro custodito in sala nautica. Per molti aspetti la scura notte nella quale viaggiava l'Indy avrebbe potuto essere una qualunque notte del XIX secolo. Il radar di navigazione della nave, soprannominato Sugar George, serviva solo per distanze comprese tra le 12 e le 14 miglia, e il radar di ricerca aerea, chiamato Sky Search, di solito non era affidabile. A volte rilevava un aereo non identificato a 100 miglia, altre volte non rilevava nulla fin quando l'oggetto non era a portata di voce(*7).
La sera i ragazzi andarono al cinema sul ponte dell'hangar di dritta (i componenti di Little Boy avevano occupato
quello di sinistra). Alle 21 fu suonato il silenzio e alcuni mormorarono: Trascorsa  la giornata / calato  il sole / dalle colline / dal lago / dai cieli / tutto va bene / dormi tranquillo / Dio ti  vicino.
Il primo nostromo ispezion i ponti in cerca di boccaporti aperti che lasciassero trapelare la luce e gli altoparlanti di bordo annunciarono che il divieto di fumare sul ponte era stato ripristinato. Il rosso baluginio di una sigaretta era troppo visibile di notte, i sommergibili potevano scorgerlo.
E i sommergibili erano l'incubo di tutti(36). Poco prima, nel quadrato ufficiali, l'ufficiale di rotta aveva annunciato che il 28 luglio un mercantile, il Wild Hunter, aveva scorto quello che a parere del suo comandante era un periscopio. Un caccia-scorta era partito da Guam per indagare, ma non aveva trovato nulla. L'ufficiale aveva inoltre fatto notare che l'Indy sarebbe passato per il luogo dell'avvistamento a notte fonda. Gli ufficiali, scherzando, dissero che la scorta dell'Indy avrebbe sicuramente affondato il sommergibile. Risero e terminarono la loro partita di bridge.
Fra le 19,30 e le 20 McVay aveva dato l'ordine di cessare l'andatura a zigzag(37). Gli ordini di viaggio affermavano chiaramente che il comandante poteva farlo a sua completa discrezione durante i periodi di scarsa visibilit. Il mare era sempre pi mosso, con onde alte e lunghe, e nel cielo incombevano nuvole basse e pesanti, che lasciavano intravedere solo un fioco bagliore di luna. In certi momenti era cos buio che gli uomini sul ponte, quando s'incontravano, dovevano annunciarsi con nome e cognome.
La decisione di McVay si basava anche sul rapporto dei servizi d'informazione, in cui si diceva che lungo la rotta Peddie i corridoi erano sgombri da traffico nemico.
Poco dopo le 22,30, nell'umida aria della notte, McVay scese dal ponte. Sotto coperta la nave era un inferno: il calore assorbito durante il giorno veniva rilasciato adesso e la temperatura si aggirava intorno ai 35 gradi; nella sola sala macchine superava regolarmente i 40 gradi. Tutti i boccaporti e i portelli erano stati aperti per aspirare all'interno la preziosa brezza salmastra.
Negli alloggi dell'equipaggio la temperatura era leggermente pi confortevole e molti uomini avevano scelto di dormire in coperta dove c'erano all'incirca 27 gradi. Erano saliti sul ponte con le lenzuola e le scarpe in mano in cerca di sollievo dall'umidit e dal caldo. Alcuni si erano infilati sotto le grandi torri dei cannoni e si erano accovacciati contro le fredde piastre d'acciaio. Una scia fosforescente, che appariva a tratti intorno allo scafo della nave mentre navigava nell'oscurit, si allungava dietro di loro.
L'Indianapolis avanzava in quello che veniva chiamato assetto yoke modified. L'assetto pi sicuro era noto come Z, che significava che tutti i boccaporti e i portelli erano stati bloccati rendendo i compartimenti stagni. Lo yoke modified riguardava un modo meno rigoroso di navigare ed era tollerato in acque dove si riteneva vi fossero scarse minacce di un attacco nemico. Lasciava gli spazi interni della nave pericolosamente vulnerabili. Con i boccaporti aperti, i compartimenti altrimenti stagni potevano essere invasi dall'acqua in pochi secondi.
Almeno 300 uomini erano sparsi sul ponte immerso nell'oscurit. Si giravano e rigiravano senza posa alla ricerca di un po' di sonno. McVay poteva sentirli parlare a voce bassa, russare o agitarsi mentre sognavano. I rumori si levavano sopra il fruscio incessante del mare che si apriva davanti all'enorme prua d'acciaio. Rimase sul ponte per un quarto d'ora.
Alle 23 la nave fu preparata per la notte secondo la Condition Able. Poco dopo il comandante McVay si ritir nel camerino di combattimento, dove dormiva durante i periodi di vigilanza operativa. Grande come un ripostiglio per gli attrezzi da giardino, era situato subito dietro la sala nautica in plancia di navigazione. Se ci fosse stato bisogno, avrebbero potuto avvertirlo bussando semplicemente alla porta o
attraverso il cosiddetto portavoce. Il tubo, che lo collegava alla plancia, era puntato dritto verso il suo orecchio.
L'ufficiale di guardia, incaricato del turno dalle 20 a mezzanotte, doveva occuparsi di ogni cambiamento della situazione. Se il tempo e la visibilit fossero migliorati, avrebbe dovuto riprendere l'andatura a zigzag e comunicarlo subito al comandante.
Nel camerino caldo e angusto, McVay si spogli completamente e si accomod nella cuccetta. Sotto di lui la nave borbottava e sussultava, aprendosi la strada verso ovest nell'oscurit pi assoluta. Ben presto il comandante si addorment.
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Asterischi.
*1. In realt, i due ufficiali cercavano qualcuno che dicesse loro se il test Trinity era riuscito. Quando l'Indy si era fermato prima di lasciare San Francisco, neanche Nolan e Furman erano al corrente del perch. I motivi furono rivelati solo al termine del programma atomico di guerra(3).
*2. Di fatto Nolan aveva trascorso gran parte del viaggio nel camerino dell'aiutante di bandiera, dove, per mezzo di un contatore Geiger tenuto nascosto all'equipaggio, misurava costantemente il grado di radioattivit emanato dal contenitore. Ma non era risultata nessuna emanazione(4).
*3. Anche se era a conoscenza della missione speciale di McVay, Spruance molto probabilmente non sapeva nulla dell'esistenza della bomba atomica. Due giorni prima di questa conversazione, l'ammiraglio Nimitz - ufficiale superiore di Spruance - aveva potuto dare un'occhiata alla terrificante potenza dell'arma assistendo a un filmato sul test Trinity(13). Lo spezzone gli era stato mostrato dal capitano di vascello Parsons, l'ufficiale che due settimane prima aveva consegnato a McVay l'ordine segreto di salpare in tutta fretta da San Francisco.
*4. Alla morte del capitano di vascello Naquin, nel 1989, non si era ancora chiarito come mai non avesse riformulato quei dati importanti in modo che McVay potesse utilizzarli. Nella sua vita non spieg mai perch non avesse comunicato almeno una parte delle informazioni, e si limit ad affermare che il rischio di un incontro dell'Indy con un sommergibile era molto esiguo. In breve, la sua fu un'opinione personale(29).
*5. A parte la gratuita illazione riguardante i naufraghi nemici, occorrono alcune precisazioni anche per i dati che seguiranno: l'armamento di questa classe di sommergibili comprendeva - oltre a un idrovolante - 2 mitragliere antiaeree da 25 mm e 6 tubi lanciasiluri da 533 mm (con 19 siluri). La velocit in superficie toccava i 17,5 nodi, quella in immersione i 6,5. (N.d.R.)
*6. I dati riferiti dall'Autore sono in parte inesatti: la velocit massima raggiungeva i 30 nodi nei kaiten della prima serie e i 40 in quelli della seconda. L'autonomia variava naturalmente in base alla velocit effettiva (per esempio circa 12 miglia a 30 nodi, quasi 45 a 12 nodi). (N.d.R.)
*7. Ovviamente, anche se la navigazione Loran A era possibile per il 50-60 per cento della rotta Guam-Leyte (il sistema di navigazione Loran, conosciutissimo oggi, utilizza una serie di onde inviate da antenne radio situate sulla costa per stabilire la posizione di una nave), il punto stimato era sia un'arte sia una scelta obbligata per l'Indy. Oggi un navigatore della domenica equipaggiato con il Global Positioning System gode di un sistema di navigazione pi sofisticato di tutti quelli dell'Indy(35).
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PARTE SECONDA.
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AFFONDAMENTO.
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4.
MARE IN FIAMME.
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Amico, si sentiva benissimo: era un rombo, ecco tutto, sentivi che tutto esplodeva. Sotto questo ponte era un po' come i fuochi d'artificio. Hai presente i fuochi d'artificio quando... pop... pop... e poi all'improvviso pum, pum, pum! Tutto esplodeva. Quella botta squarci la nave da un capo all'altro. Erano granate perforanti quelle che scoppiavano. Be', come avrebbe fatto a sopravvivere, quella nave?
Richard Stephens, comune di seconda classe, USS Indianapolis.
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Domenica 29 luglio - luned 30 luglio 1945.
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Mar delle Filippine.
A circa 12 miglia dalla zona in cui navigava l'Indianapolis, il comandante Hashimoto era stato svegliato da un ufficiale, in esecuzione degli ordini da lui emanati(1). Era il momento di cominciare le manovre notturne.
Indoss l'uniforme umida e sporca, si allacci gli scarponcini e percorse lo stretto corridoio del suo sommergibile, ansioso di sapere che cosa gli riservava la notte. Alle 23 ordin il posto di navigazione notturna, poi alz il periscopio notturno - costruito appositamente per ingrandire i bersagli in condizioni di scarsa luce - e lo fece ruotare in un rapido arco. In precedenza il sonar dell'I-55 aveva colto qualcosa, identificato poi come un rumore di piatti sbatacchianti. E questo suono aumentava e si avvicinava sempre pi(*1).
In superficie il periscopio frug l'orizzonte. Pitturato di grigio, si confondeva alla perfezione con l'oscurit e il colore neutro del mare mosso. Ma l'orizzonte era vuoto. Non una nave in vista. Hashimoto ordin di emergere per un'osservazione pi completa. Il sommergibile balz alla vita.
L'equipaggio apr gli sfoghi d'aria dei doppi fondi principali, rilasciando aria compressa e scaricando l'acqua che aveva imbarcato al momento dell'immersione, tre ore e mezzo prima. Il sommergibile scivol silenzioso e sbuc
in superficie, rovesciando tonnellate d'acqua dallo scafo grigio e tondeggiante.
Il portello della plancia fu aperto e l'ufficiale di rotta sal sulla piccola piattaforma a controllare l'orizzonte. Aria fresca si rivers dall'apertura all'interno del sommergibile, rendendo pi respirabile l'atmosfera di bordo. La plancia era stata collocata nella parte anteriore della nave, presso la prora, e serviva da osservatorio quando navigava in superficie. Gli uomini erano in piedi sulla piattaforma di metallo, circondati da un parapetto che li proteggeva dal fuoco nemico(*2). L'ufficiale di rotta perlustr l'orizzonte con il binocolo.
Improvvisamente grid: Rilevamento rosso, nove-zero gradi. Possibile nave nemica!
L'annuncio fu uno shock. Hashimoto aveva scrutato lo stesso orizzonte, ma non si era accorto della nave avvolta nel buio. Tutto eccitato, il comandante del sommergibile sal la scaletta che portava in plancia. Ma non riusc a capire che cosa stesse osservando. Il bersaglio era a circa sei miglia. Era semplicemente una macchia sulla superficie. Hashimoto ordin l'immersione. Il boccaporto fu chiuso, i doppi fondi furono aperti e le casse cominciarono a imbarcare varie tonnellate d'acqua. Il sommergibile scivol sotto la superficie.
La caccia era iniziata.
Una volta sotto, al periscopio, Hashimoto si accinse a elaborare i dati di lancio. Occorreva innanzitutto valutare la distanza dal bersaglio, la sua velocit e la sua direzione. Era una faccenda complicata e non priva di tensione: ogni minuto che passava concedeva al bersaglio pi tempo per
sfuggire. Il comandante cercava un punto d'intersezione verso cui dirigere i siluri. Mentre seguiva il bersaglio con gli occhi incollati al periscopio, decise che non avrebbe dovuto perderlo di vista. Ma non aveva idea se il bersaglio fosse accompagnato o no da un cacciatorpediniere di scorta.
Alle 23,39 ordin di caricare sei siluri e di prepararsi al lancio. Un pilota si sistem a bordo di un kaiten, mentre a un altro fu ordinato di rimanere in attesa.
Il sommergibile procedeva alla velocit di tre nodi.
Hashimoto non stava pi nella pelle, non riusciva a credere alla propria fortuna.
A bordo dell'Indy, i ragazzi giocavano a dadi e a poker, leggevano romanzi, facevano il caff, dormivano o scrivevano a casa(3). Padre Conway, incontrandosi con un marinaio in un improvvisato confessionale nella biblioteca della nave, ordin al ragazzo di scrivere alla madre. Ho ricevuto una lettera da lei e dice che non le dai mai tue notizie. Adesso le scrivi subito una lettera. La spediremo da Leyte. Il prete, di solito gentile e a proprio agio pi in compagnia dei marinai che in quella degli ufficiali, gli consegn carta e penna. Il ragazzo obbed e si dedic alla sua lettera mentre la nave dondolava nella brumosa notte tropicale.
I ragazzi avevano fiducia in padre Conway. Durante le battaglie di Iwo Jima e Okinawa molti di loro avevano provato una paura terribile, avevano raccato e si erano lasciati cogliere da crisi di nervi. Mentre i kamikaze si gettavano in picchiata sulla nave, avevano chiamato a gran voce il sacerdote dai loro posti di combattimento. Lui era passato da un cannone all'altro, rassicurando ogni marinaio. La maggior parte voleva solo un'assoluzione immediata dei propri peccati. Oddio, padre. Durante la mia ultima franchigia non mi sono comportato troppo bene, se capisce quel che voglio dire. E ho bisogno di sgravarmi di un paio di cosette.
S, figliolo, continua. E allora, mentre i cannoni sparavano dalla nave, il marinaio confessava i suoi peccati. Aveva bevuto, aveva fornicato, a volte anche rubato.
Poco oltre la trentina, Conway era infaticabile e non conosceva la paura. Una volta, mentre celebrava la messa, la gente era stata chiamata improvvisamente al posto di combattimento, e l'accorto padre aveva esclamato: Che Dio ci benedica tutti, ragazzi! E fategli vedere l'inferno! I ragazzi lo amavano proprio per questo. Era un prete, si, ma un prete con grinta. Non era quello che definivano uno sdolcinato. Quell'uomo era un duro.
Nel camerone in cui era situata anche la guardina, McCoy sorvegliava due prigionieri. Era entrato in servizio presto, perch faceva troppo caldo nell'alloggio dei marine. Era un camerone di solido acciaio verniciato di grigio, che dava l'impressione di essere una tomba. Piuttosto che rimanere qui a bollire, aveva pensato McCoy, che cavolo, far un turno di guardia pi lungo e dar il cambio a quel povero marinaio. Era andato in mensa e si era versato una tazza di caff, poi si era diretto alla guardina. Il caff era cos caldo che lo aveva fatto lacrimare, ma gli serviva per stare sveglio.
Il piccolo compartimento puzzava di sudore e calze sporche ed era situato negli ultimi sei metri della poppa, con quattro cuccette sovrapposte addossate alla parete opposta. C'era una scala che portava sul ponte, l'unica via per entrare e uscire da quel posto. A sinistra della scala c'erano le due celle.
McCoy percorse senza far rumore il ponte metallico, attento a non svegliare i ragazzi, soprattutto i novellini che dovevano dormire l. Quel luogo era ancora pi caldo e umido del suo compartimento. Cerc di considerarne gli aspetti positivi, come sua madre gli diceva sempre di fare: immagin che il fastidio del caldo lo avrebbe almeno tenuto sveglio durante le quattro interminabili ore di guardia.
Diede un'occhiata ai marinai che avrebbe dovuto sorvegliare a vista. Era dispiaciuto per i due cucinieri cui aveva fatto la guardia fin dalla partenza da San Francisco. Stavano scontando una pena di due settimane di regime a pane e acqua, anche se i compagni della cucina non mancavano di rifornirli di panini e torte. In quei casi McCoy guardava da un'altra parte. Non pensava di dover fare il duro a tutti i costi. Erano ragazzi simpatici, avevano solo bevuto troppo. Per lui, gli unici cattivi erano i giapponesi.
Sentiva il rumore continuo del mare contro lo scafo. McCoy sperava con tutto se stesso di tornare a casa dalla guerra. Gli mancavano ancora due anni di ferma. Intorno al collo portava un rosario che gli aveva dato sua madre.
Rivolse il fascio della torcia elettrica verso i due cucinieri, volendo controllare che non si fossero impiccati per la noia. Uno si mosse.
Ehi, marine. Puoi girare quel bocchettone dell'aria da questa parte? Il bocchettone passava lungo tutta la nave dal ponte e forniva uno scarso ma prezioso sollievo.
Certo, marinaio, rispose McCoy voltandolo nella sua direzione. Lui stesso pot percepire una debole corrente mentre si appoggiava a una cuccetta. Dall'altra parte della paratia udiva il monotono, incessante rumore delle eliche. Lui e i ragazzi in guardina erano all'altezza della linea di galleggiamento, a cuocere in un maledetto forno fluttuante sulle onde. Quando fosse smontato, alle 4, aveva in mente di bere altro caff e aspettare l'ora della ginnastica mattutina. Alle 8 sarebbe tornato in guardina per il secondo turno.
Nella parte prodiera della nave, il dottor Haynes osservava una vivace partita di bridge appoggiato alla porta di un camerino. Era esausto. Quel giorno aveva somministrato all'equipaggio mille vaccini contro il colera in vista dell'incombente invasione. Erano innumerevoli le malattie che i Prigionieri feriti provenienti dalle spiagge avrebbero potuto Portare a bordo.
Haynes sapeva che alcuni ragazzi erano estremamente nervosi riguardo il loro futuro. Gli raccontavano pressoch tutto. Per lo pi parlavano dei problemi che avevano in patria con le loro ragazze o fidanzate. Quando ricevevano una lettera d'addio, in cui venivano pi o meno elegantemente scaricati, per i ragazzi era sempre un momento molto difficile. A bordo di una nave non era facile guarire quel genere di ferite. O dimenticare il desiderio.
Un giocatore di bridge alz lo sguardo e gli chiese se volesse partecipare. Haynes ci riflett un istante e rispose: No, continuate pure. Faccio schifo come giocatore. Poi si scost dalla porta e raggiunse il suo camerino.
Accanto a quello di Haynes c'era il camerino del dentista, capitano di corvetta Earl Henry. Nel natio Tennessee era famoso per i suoi quadri raffiguranti uccelli(4). Haynes ne aveva comprati alcuni e li aveva mandati alla moglie. Alla serata del dilettante che padre Conway organizzava il venerd sera, il dottor Henry, tra una parodia e una canzoncella da osteria presentate dagli altri marinai, si era esibito in richiami per uccelli.
Haynes tir la tenda, si spogli e indoss i pantaloni del pigiama di cotone bianco. L'indomani avrebbe avuto molto da fare. Alla sveglia avrebbe dovuto, insieme con il comandante, ispezionare la mensa e gli alloggiamenti dell'equipaggio. Poi si sarebbe dedicato a quelli che marcavano visita, i quali, per lo pi, non erano affatto malati e volevano solo una scusa per evitare i turni di lavoro. Quando il dottor Haynes scopriva che un ragazzo faceva finta di star male, gli abbaiava: Non prendermi per il culo! e lo rimandava al lavoro. Ma non poteva fare a meno di sorridere davanti all'ingegnosit dei ragazzi che s'inventavano di tutto pur di sfuggire alle corve.
In precedenza, durante il trasferimento da San Francisco, aveva eseguito un'appendicectomia su un robusto giovane di nome Harold Schechterle, che non fingeva affatto. L'operazione era riuscita benissimo anche se il medico era dovuto ricorrere a un'anestesia locale. Terminato l'intervento, gli aveva detto: Va bene, Schechterle, sei ricucito. Adesso scapicollati al lavoro.
Il ragazzo era saltato gi dal tavolo operatorio, con i punti appena messi, e stava per sparire oltre la soglia. Haynes era rimasto di stucco: Schechterle! Stavo solo scherzando! Prenditela comoda, figliolo. Guarirai benissimo.
Solo nel suo camerino, il medico sorrise tra s ricordando l'episodio. Poi, conclusa la giornata di lavoro, s'infil tra le lenzuola e quasi subito si addorment.
Nel cielo di poppa il ventitreenne guardiamarina Harlan Twible, uscito da due settimane dall'Accademia Navale, scrutava il cielo notturno dal nido della cornacchia a 24 metri dal ponte di coperta. Nuvoloni scuri passavano davanti alla luna. Era la classica notte che l'equipaggio avrebbe definito del cuc. Il guardiamarina non riusciva a vedere la mano tesa davanti a s.
Twible era di guardia con Leland Clinton. Nelle ultime due settimane erano diventati amici. Clinton proveniva da una famiglia di agricoltori del Midwest. I genitori di Twible erano di origine irlandese e lavoravano in una fabbrica del Massachusetts. Per Twible frequentare l'Accademia era stato il coronamento di un sogno. Come guardiamarina era solo al fondo della gerarchia navale, ma era deciso a farsi strada.
Poteva comunicare con la plancia per mezzo di un telefono. Se avesse avvistato un aereo o un siluro, avrebbe potuto dare rapidamente l'allarme e sarebbe stato chiamato il posto di combattimento. Ma adesso vedeva solo una distesa scura, con lunghe onde alte che attraversavano l'oceano da nord-est. Dal 27 luglio un tifone si stava muovendo in direzione sud-ovest da Okinawa e stava rinforzando(5).
In tutta la nave c'erano una ventina di uomini in posizione di vigilanza e ognuno sorvegliava un quadrante dell'orizzonte(6). C'erano quattro ufficiali in servizio in plancia. L'ufficiale di guardia, tenente di vascello John Orr, era incaricato delle comunicazioni con il comandante McVay, qualora si fosse reso necessario modificare le manovre della nave(7). McVay si fidava ciecamente delle sue capacit, e il tenente era ansioso di dimostrare al comandante di essere all'altezza del suo incarico. Aveva avuto una dura esperienza di battaglia, essendo sopravvissuto a un siluramento mentre si trovava a bordo di un cacciatorpediniere nella baia di Ormoc, al largo di Leyte.
Il responsabile della guardia notturna, il trentasettenne capitano di corvetta K.C. Moore, era incaricato di sorvegliare sia Orr sia le operazioni sul ponte e nella sala macchine. Moore controll le guardie e le vedette notturne e le trov tutte all'erta.
A tre miglia di distanza e in avvicinamento rispetto all'Indy, il comandante Hashimoto esamin la linea confusa della nave attraverso il periscopio(8). Stava cercando d'identificare con accuratezza quell'unit. Era di fondamentale importanza. Aperto su una tavola accanto al periscopio c'era un libro in cui erano riprodotte le sagome di tutte le navi da guerra americane. Forniva le informazioni necessarie a identificare correttamente corazzate, portaerei e incrociatori. Vi erano anche importanti informazioni sulla velocit e sulle capacit di ciascuna nave.
Hashimoto sapeva che la nave non era amica, perch era stato informato di tutti i movimenti navali giapponesi tramite dispacci in codice. Doveva quindi essere nemica, ma di quale tipo? Studi attraverso il periscopio la sagoma che si avvicinava. Cacciatorpediniere? Corazzata? Perch si dirigeva dritto su di lui? Si chiese se per caso non lo stesse inseguendo.
Ordin di accostare leggermente a sinistra. Attraverso il periscopio, le sovrastrutture e il ponte della nave divennero
pi visibili: la forma era pi o meno quella di un triangolo. Hashimoto congettur che si trattasse di una corazzata e lo annunci mentre l'operatore sonar si sintonizzava con il rumore dei giri delle macchine della nave in avvicinamento. Il comandante li cont per un minuto, calcolando la velocit del bersaglio.
Andava a 20 nodi(*3). Il comandante giapponese accost in modo che il sommergibile mettesse la prora sul fianco dell'Indy per il colpo mortale. Da quel punto di vista pot constatare che il bersaglio, illuminato da un frammento di luna che faceva capolino dalle nuvole, era in realt una grande nave da guerra. Anzi era enorme.
Mentre la procedura d'attacco continuava, i quattro piloti di kaiten chiedevano con insistenza adamantina di essere lanciati. Ma, nell'improvvisa eccitazione di identificare la nave, Hashimoto si era dimenticato di loro. Perci disse ai piloti che, grazie alle condizioni atmosferiche, con il bersaglio in avvicinamento, sarebbe stato quasi impossibile non affondarlo e che quindi la loro vita sarebbe andata persa senza alcuna utilit se li avesse usati.
Poi, con l'occhio premuto contro la cornice di gomma dell'oculare del periscopio, diede l'ordine di lanciare. Erano le 0,04.
Il primo siluro usc da uno dei tubi di prua del sommergibile e, a una profondit di circa quattro metri, acceler rapidamente raggiungendo una velocit di crociera di 48 nodi, pi o meno quella di un levriero in corsa, lasciandosi dietro una scia turbinosa.
Il siluro portava 605 chili di esplosivo ed era regolato per un raggio d'azione di 1600 metri, poco meno di un miglio.
Aveva una potenza sufficiente ad abbattere un intero isolato di edifici. Hashimoto ne lanci sei, che lasciarono il sommergibile a intervalli di tre secondi in un ventaglio sempre pi ampio di scie bianche.
Ci volle meno di un minuto perch due siluri intercettassero l'Indianapolis.
Alle 0,05 scoppi l'inferno.
Il primo siluro colp la murata di dritta a prua e squarci per una ventina di metri i compartimenti prodieri(10). Li annient. Gli uomini furono scaraventati tre metri in aria. Alcuni atterrarono in piedi, scioccati, con le orecchie che ronzavano.
Il secondo colp a mezza nave e fu ancora pi devastante. (I restanti quattro siluri mancarono il bersaglio.)
Il mare stesso sembr incendiarsi. Il primo siluro aveva distrutto un serbatoio contenente 13.230 litri di carburante avio ad alto numero di ottani, provocando un fiume di fiamme che ridusse paratie e porte a lastre incandescenti. Il fuoco incener tutto quello che trov sul suo cammino. Il fumaiolo 1, fungendo da camino per l'inferno che infuriava pi in basso, emise una colonna di fuoco che si lev diverse centinaia di metri in aria, cospargendo la nave di scintille e cenere.
Il secondo siluro aveva perforato la corazza d'acciaio spessa 102 millimetri sotto il torrione, leggermente a poppa della zona ufficiali(*4). Colp anche le sale caldaie dell'Indy
che mandavano vapore alla sala macchine di prua della nave (la sala macchine 1) e il deposito munizioni dei cannoni da 203 mm. Entrambi i siluri avevano fracassato la murata di dritta, sollevando la nave dall'acqua e facendola sbandare a sinistra, lungo una rotta un po' pi a sud. L'Indianapolis sussult come un immenso animale colpito alle costole, poi si adagi di nuovo nel mare continuando a navigare a una velocit di 17 nodi. Ma, con la scomparsa della prua, cominci a imbarcare acqua a tonnellate.
Erano le 0,06, un minuto dopo il siluramento. La nave era stata quasi tagliata in due. Tutti i compartimenti e gli uomini a proravia del fumaiolo 1 lottavano per salvarsi la vita. Le zone a poppa del fumaiolo - il ponte alloggi, il ponte dell'hangar e la sala radio 2, cos come la sala macchine 2 e i compartimenti sotto coperta, fra cui il chiosco dei gelati, l'ufficio postale e le varie mense - all'inizio rimasero relativamente intatte. Ma in capo a pochi minuti la situazione cambi. Ben presto l'armeria, la biblioteca, il locale solcometro e l'alloggio dei marine furono in fiamme e le mense si riempirono di fumo e polvere. La nave cominci a sbandare leggermente a dritta. Le restavano pochi minuti prima di affondare, e chi era a bordo aveva pochi secondi per decidere del proprio destino.
Nella parte prodiera della nave tutte le comunicazioni e l'energia elettrica si erano interrotte ed era impossibile parlare con il personale delle sale macchine. Fu un momento critico: era assolutamente necessario fermare le macchine per impedire alla nave di procedere e al flusso d'acqua che imbarcava di allagarla completamente.
Sotto, nella sala macchine 1, vicino al fumaiolo 1 e nel punto d'impatto, dai condotti di ventilazione scaturirono scintille che inondarono il compartimento(11). L'aiuto macchinista William Nightingale, che era nel turno di guardia di mezzanotte, cadde fra le turbine mentre si fermavano tossicchiando. Le luci si spensero e la sala si riemp di fumo. I generatori d'emergenza, necessari all'erogazione di energia
ausiliaria, crepitarono e cessarono di funzionare. Con l'aiuto di una torcia elettrica, Nightingale si accorse che la pressione delle caldaie si abbassava precipitosamente non appena petrolio nero e denso e acqua di mare cominciarono a fluire dal boccaporto.
In quell'istante cap la gravit del danno subito dalla nave. Delle quattro macchine, due controllavano le eliche fuoribordo (situate una a sinistra e una a dritta dello scafo, nella parte pi estrema della poppa). Quando erano state fermate, le eliche avevano smesso di girare. Se la nave era stata silurata, come Nightingale pensava fosse successo, era importante tenerla in movimento e lontana dal sommergibile in arrivo. Ma non c'era niente che potesse fare in quel luogo e corse quindi fuori del compartimento, dirigendosi alla sala macchine 2.
Il primo ufficiale di macchina, tenente di vascello Richard Redmayne, il superiore di Nightingale, si trovava nei gabinetti riservati agli ufficiali quando l'esplosione aveva fatto tremare il compartimento(12). Il siluro aveva impattato a meno di nove metri da l, e Redmayne sent odore di fumo e ud le fiamme che lambivano il corridoio di dritta, al di l della porta. Facendosi coraggio corse attraverso il passaggio incandescente e si apr la strada, ustionandosi gravemente in mezzo ai detriti caduti e alle volute di fumo, fino alla sala macchine 2, situata dietro il fumaiolo 2, a circa 90 metri dalla prua. L scopr che tutto funzionava.
Tutti i generatori diesel ausiliari intorno a lui erano in funzione. Erano partiti vibrando, automaticamente, e fornivano potenza ed energia da mezza nave a poppa. Redmayne cerc di usare il telegrafo, ma si accorse che non funzionava. Cerc disperatamente di mettersi in contatto con la plancia per riferire e avere altri ordini, ma fu impossibile. Cerc di pompare nafta nei depositi di sinistra per arrestare lo sbandamento della nave, ma non riusc a risolvere il problema.
Terrorizzato e scioccato, Redmayne non sapeva ancora nulla del disastro che si era verificato nella sala macchine
1. Non era nemmeno sicuro di che cosa avesse provocato l'esplosione. Leggendo i manometri scopr che nella macchina che controllava una delle eliche entrobordo (situate una a sinistra e una a dritta dello scafo, a fianco delle eliche fuoribordo) c'era un vuoto di potenza, mentre l'altra girava ancora. Redmayne era convinto che la nave non dovesse fermarsi in caso di siluramento. Dal momento che non poteva consultarsi con il comandante McVay o con l'ufficiale addetto al controllo danni, doveva valutare la situazione da solo. Ordin che l'elica rimasta fosse portata a 160 giri al minuto.
Nel camerino di combattimento il comandante McVay era stato sollevato dal letto e sbattuto sul pavimento(13). Si alz muovendosi in mezzo a nuvole di fumo bianco, la gola irritata dall'odore pungente della combustione. Si cal subito in una situazione di combattimento e si lasci assalire da un turbine di pensieri confusi. Erano stati colpiti da un kamikaze? Erano finiti su una mina ancorata? Erano sotto attacco? Le tremule vibrazioni della nave riportarono alla mente dell'esperto comandante l'attacco dei kamikaze al largo di Okinawa.
Ricordandosi che si trovavano ormai in alto mare, McVay escluse subito le mine ancorate, poich i giapponesi non potevano aver posato campi minati a quella distanza dalle coste del Giappone. Gli sembr di cogliere una sensazione di scuotimento, come se la nave vibrasse da un lato all'altro. Riflett che il tremore del ponte e delle paratie era troppo violento per essere attribuito all'attacco di un singolo aereo kamikaze.
L'unica spiegazione razionale era che fossero stati silurati. McVay non aveva mai avuto a che fare con quel genere di disastro, ma sapeva quali fossero i suoi compiti. Tre erano urgenti: valutare il danno, cercare di rimediarvi e, se davvero erano in combattimento, impegnare il nemico. La
cosa che pi temeva era la possibilit di dover ordinare l'abbandono nave, nel caso in cui i danni fossero stati fuori controllo. Al momento, tuttavia, la sua prima preoccupazione era inviare il messaggio di richiesta di soccorso con la posizione e la situazione della nave. Usc senza abiti e a piedi nudi dal camerino e si diresse verso la plancia.
In situazioni di stress e di combattimento il comandante di una nave  simile a un re, cui tutte le stazioni devono riferire l'estensione dei danni insieme con le prognosi. Quando McVay apparve sulla piattaforma della plancia, larga sei metri, vi trov il caos. L'oscurit era cos spessa che gli uomini si identificavano chiamandosi per nome. McVay cap di dover ristabilire l'ordine valutando la portata dei danni. Cerc K.C. Moore, l'ufficiale addetto al controllo danni, ma non lo trov.
Quello che il comandante non sapeva era che le tubolature dell'acqua destinate a combattere il fuoco erano rovinate. Il tentativo di valutare i danni risult inefficace contro quell'inferno in continua espansione. L'equipaggio, attraverso ci che rimaneva del ponte di castello, trascin sul ponte alloggi pesanti manichette e le avvit agli idranti. Ma solo all'apertura delle valvole si scopr che l'acqua non aveva pi pressione. Altri membri dell'equipaggio, sotto la direzione di Moore, cercavano di attivare una serie di valvole disposte lungo la nave che servivano ad aprire e chiudere certi compartimenti. Questi compartimenti potevano essere riempiti dall'acqua del mare nel tentativo di controbilanciare lo sbandamento della nave. Fino ad allora quei provvedimenti, insieme con la chiusura dei boccaporti della zona danneggiata, non erano riusciti a interrompere o a rallentare lo sbandamento sempre pi pronunciato dell'Indianapolis.
In plancia, McVay si occupava d'inviare un messaggio di soccorso. Ordin al capitano di fregata John Janney di raggiungere la sala radio 1. Era essenziale trasmettere ripetutamente latitudine e longitudine. Mandi il messaggio che siamo stati silurati e che abbiamo bisogno di aiuto al pi presto, disse al fido ufficiale di rotta. Janney part di corsa. McVay non lo avrebbe mai pi rivisto.
Poi chiam l'ufficiale di guardia, tenente di vascello Orr, e il giovane scatt sull'attenti a fianco del comandante. Il ventiduenne diplomato di Annapolis era profondamente sconvolto, sapendo che l'Indy, continuando a navigare, stava rapidamente imbarcando acqua. Si calm quanto bastava a spiegare che, essendo fuori uso la rete elettrica, non poteva parlare con la sala macchine. Ho cercato di fermare le macchine. Ma non so se l'ordine sia mai stato ricevuto.
McVay lo ascolt attentamente. Era il primo rapporto che gli giungeva sulla situazione della nave e ancora non riusciva a stabilire la gravit dei danni. A giudicare dal leggero appaiamento e dal fatto che la met poppiera della nave non aveva subito danni, sembrava che l'Indy potesse salvarsi.
McVay corse al camerino di combattimento, afferr la divisa e il berretto kaki e torn al posto di comando, vestendosi mentre attendeva Janney. Poco dopo Bob Gause entr nella plancia buia e piena di fumo. (L'alloggio di Gause era a mezza nave, proprio sopra il deposito munizioni che aveva spezzato la nave in due. Ma non si trovava nella sua cuccetta, perch un fastidioso foruncolo lo aveva costretto a dormire su una brandina nella torretta della catapulta che sovrastava il ponte alloggi sulla sinistra.) L trov McVay con Stanley Lipski, l'ufficiale alle artiglierie, chino sul parapetto verso prora. Lipski era rimasto orribilmente ustionato; c'era da stupirsi che fosse ancora vivo. Le mani erano state scarnificate sino ai tendini e gli occhi erano ridotti a due buchi carbonizzati. A tentoni, tenendosi alle paratie e alle cime di salvataggio, era riuscito a tornare in plancia.
McVay fu felice di rivedere Gause, che chiamava affettuosamente Conch (Gause veniva dalla Florida e Conch  il nome degli abitanti di Key West). Aveva visto il nostromo alle 21, quando si erano scambiati il libro degli ordini notturni. Adesso gli sembrava che fosse stato un secolo prima. Gli domand se sapeva che cosa fosse successo a Janney.
Comandante, non c' pi la sala radio 1.  andata all'inferno.
McVay era allibito. La situazione peggiorava di minuto in minuto.
La nave pullulava di uomini - dovevano essercene almeno 900 -, in vari stadi di confusione mentale. Tutti attendevano l'ordine successivo. Molti avevano ancora l'impressione di trovarsi sotto un attacco aereo. Pensavano di essere stati colpiti da un Betty, un bombardiere giapponese che sganciava bombe perforanti, o di essere diventati il bersaglio di qualche corazzata nemica. Non riuscivano a capire.
Adesso l'Indy era sbandato di 15 gradi verso dritta, dunque il ponte non era pi parallelo rispetto al pelo dell'acqua. Con un'elica ancora in funzione avanzava a una velocit di circa 12 o 14 nodi, e lo sbandamento aumentava a ogni istante. Divelta la prua, la parte prodiera della nave assomigliava a un grugno smangiucchiato di un animale che si facesse strada nel mare inghiottendo acqua a volont. La grande quantit d'acqua che entrava sbatteva contro le paratie ausiliarie, assumeva vita propria e rotolava fragorosamente per tutta la nave in direzione della poppa, travolgendo le strutture interne.
Erano gi morti un centinaio di uomini, bruciati, dilaniati dall'esplosione o affogati. La prima esplosione aveva polverizzato molti di quelli che dormivano a prua davanti ai cannoni da 203 mm. I corpi rimasti erano completamente carbonizzati. I sopravvissuti si allontanarono dalla zona prodiera incespicando sul ponte coperto da uno spesso strato di sangue, con la pelle fumante nella notte afosa. Gli uomini dell'equipaggio che dormivano nel sottocastello nei 35 metri che andavano dalla torre di prua alla prua stessa erano morti sul colpo. Erano rimasti intrappolati nei corridoi e nei
cameroni da muri di fuoco che avanzavano impetuosamente verso di loro risucchiando tutta l'aria dai loro polmoni.
Il capitano di corvetta K.C. Moore era corso per tutta la nave cercando di rendere in qualche modo pi sicuri i compartimenti pi danneggiati. Il suo scopo era arrestare l'acqua di mare prima che trascinasse la nave sott'acqua, ma l'ufficiale preposto al controllo danni aveva difficolt a trovare uomini che lo aiutassero. Mentre l'acqua si riversava a bordo dell'Indy, i ragazzi sopravvissuti alle esplosioni avevano cercato di arrampicarsi sul ponte di castello tramite le scalette, ma si erano trovati circondati dal fuoco che infuriava sopra di loro. Altri, correndo lungo gli stretti passaggi in direzione dei boccaporti chiusi di poppa, erano stati intrappolati dalla massa d'acqua e sospinti contro le paratie, mentre la nave continuava a sbandare a dritta con ci che restava della prua puntato verso la superficie dell'oceano.
Il controllo dei danni non serv a nulla. Il secondo siluro aveva aperto un grosso squarcio di 12 metri di diametro nella murata della nave. Erano fuoriuscite migliaia di litri di nafta, che avevano formato una liquida cicatrice sulla scia della nave. Tavoli, materassi, libri, carte, abiti, cadaveri erano stati risucchiati attraverso il buco mentre una massa d'acqua si riversava in senso opposto all'interno dello scafo.
Sul ponte di castello, i marinai pi vicini a prua videro con sgomento che il ponte era devastato. Notarono anche che le lamiere d'acciaio erano spezzate in vari punti e che fuoco e fiamme uscivano da queste fessure. Pi o meno gravemente feriti, i ragazzi che si trovavano sul ponte furono investiti dall'ondata di calore che emanava dall'acciaio surriscaldato(14). La notte era piena di urla e di esplosioni, che si smorzavano sull'acqua allontanandosi di un miglio o due dalla nave.
L'Indy era rimasto solo, tagliato fuori dalle comunicazioni, e lottava per stare a galla.
McVay attendeva con ansia un rapporto dalla sala radio 2. Sperava che questa, nel caso fosse saltata la sala centrale, funzionasse ancora. Le sue riflessioni furono interrotte da Moore, che irruppe in plancia. Senza fiato, visibilmente sconvolto, l'ufficiale inform il comandante che i compartimenti di prua della nave si stavano allagando con grande rapidit. Siamo stati danneggiati in modo grave, signore, gli comunic, e aggiunse: Vuole che ordini di abbandonare la nave?
Erano le 0,11 e la nave aveva rallentato a circa nove nodi. Dal momento delle esplosioni, l'abbrivo e la sua stessa spinta l'avevano fatta avanzare di circa un miglio.
Il comandante McVay non riusciva affatto a immaginare come mai la situazione si stesse deteriorando cos rapidamente. Ma aveva poco tempo per reagire. Due cose soprattutto lo preoccupavano: che i danni provocati dal kamikaze quattro mesi prima al largo di Okinawa fossero peggiori di come erano apparsi, e che, se l'Indy era ancora recuperabile, ordinare all'equipaggio di abbandonare la nave potesse costargli la corte marziale. Semplicemente non riusciva a credere che i danni fossero cos gravi, data la rapidit con cui tutto era accaduto. Era irragionevole, gli suggeriva la sua esperienza. A Okinawa la USS Franklin era stata tramutata in un inferno fiammeggiante dall'attacco di un bombardiere, ma era riuscita a restare a galla. L'equipaggio aveva potuto saltare dal ponte inclinato avvolto dalle fiamme su un cacciatorpediniere che aveva prontamente affiancato la nave. Aveva ragione di credere di poter ancora salvare l'Indy.
Forse possiamo tenerla a galla, disse a Moore. Torni di sotto e dia un'altra occhiata. Poi venga subito a riferirmi. L'ufficiale corse ai ponti inferiori a controllare di nuovo la situazione. McVay non lo vide mai pi.
Quasi immediatamente arriv il comandante in seconda, capitano di fregata Joseph Flynn, e lo inform del continuo peggioramento della situazione a bordo. Ulndy era sbandato a un'angolazione pericolosa. Sotto di loro, i ragazzi feriti
che avevano ancora energie a sufficienza cercavano di compensare lo sbandamento dei ponti tenendosi con la mano lungo le cime di sicurezza. I feriti pi gravi incespicavano e crollavano contro le paratie. O rotolavano senza opporre resistenza sino a finire fuori bordo.
Il comandante in seconda disse a McVay che l'Indy si stava allagando rapidamente. Poi giunse il colpo definitivo: Stiamo affondando. Suggerisco di dare l'ordine di abbandonare la nave.
McVay era stordito, ma si fid di quel che diceva Flynn. Le sue affermazioni, insieme con quelle fatte in precedenza dall'ufficiale addetto al controllo danni, lo convinsero che l'unica cosa che restava da fare era abbandonare la nave.
Va bene, Red. Da' l'ordine di abbandonare la nave.
Erano passati solo otto minuti da quando i siluri avevano colpito l'incrociatore.
L'Indy stava affondando.
Aveva rallentato, ma non abbastanza rapidamente, e imbarcava ancora acqua. Senza pi la prua, ci che restava della parte prodiera, circa 45 metri, si stava indebolendo e minacciava di schiantarsi sotto la spinta dell'acqua che vi entrava. La nave gemeva e brontolava mentre combatteva attraverso pesanti onde di quattro metri e mezzo di altezza. Nei ponti inferiori i ragazzi udivano schiocchi simili a tuoni quando macchinari ed equipaggiamenti sbattevano contro le paratie e altri compartimenti erano sfondati dalla potenza del mare.
Di solito l'annuncio che McVay si apprestava a fare sarebbe giunto tramite il sistema di comunicazione di bordo, ma adesso non funzionava e non c'era energia elettrica lungo le linee. Spostandosi rapidamente sull'ala di sinistra della plancia, mise le mani a coppa intorno alla bocca e url alle centinaia di uomini riuniti lungo la battagliola inferiore: Abbandonare la nave!
L'ordine pass in un lampo tra l'equipaggio. Nella confusione il trombettiere di bordo credette che gli avessero dato l'ordine di lasciare subito la nave. Perci, invece d'inviare il segnale, si allontan dalla plancia in cerca di un modo per scendere dall'Indy.
Nel frattempo il capitano di fregata Lipski, riuscito in qualche modo a superare il terribile dolore delle ferite, si era fatto strada a tentoni fino al ponte alloggi per ordinare ai marinai che vi si erano riuniti di abbandonare la nave. I ragazzi erano in fila per quattro presso la battagliola di sinistra mentre il ponte si sollevava lentamente dall'acqua e s'inclinava sempre pi. Fin dal momento dell'impatto si erano raccolti a poppa, fuggendo d'istinto il fumo, il fuoco e le esplosioni a prua. Alcuni di loro, terrorizzati, avevano deciso di abbandonare la nave anche se non era stato dato l'ordine ufficiale(*5).
Presero a saltare uno alla volta, poi in gruppi, approfittando di un'onda che aveva spazzato la nave verso poppa. Quasi tutti avevano salvagenti, alcuni erano terrorizzati all'idea di saltare e di ritrovarsi congelati, ma furono spinti da dietro e precipitarono in mare sparendo alla vista. Come una folla che cerca di uscire da un unico cancello, circa 400 membri dell'equipaggio si affollavano alla battagliola di sinistra a poppa. Un giovane tenente di vascello, che non aveva udito l'ordine di abbandonare la nave, aveva cercato di trattenerli urlando: Non gettatevi!
A quel punto per si arrese e fu quasi schiacciato quando gli uomini lottarono per salire sulla battagliola cercando di mantenere l'equilibrio. Si lanciarono nel vuoto e precipitarono per quasi 25 metri, urlando mentre s'infilavano nell'acqua scura sottostante.
La procedura di abbandono nave, almeno com'era descritta nelle pagine di The Bluejacket's Manual, avrebbe dovuto svolgersi nel massimo ordine. Ma a conti fatti l'addestramento alla sopravvivenza al centro reclute era stato lacunoso (alcuni non avevano nemmeno imparato a nuotare), e nel caos e nella confusione - aggravati dall'interruzione del sistema di comunicazione della nave - le procedure in vigore erano state dimenticate o eseguite in modo casuale. A tutto questo bisognava aggiungere il fatto che, durante la veloce crociera alla volta di Tinian, le reclute di bordo non avevano avuto molto tempo per familiarizzare con le procedure di abbandono nave.
In teoria gli zatteroni e le motolance vengono calate in acqua. Poi le biscagline e le reti di cavo vengono calate lungo la murata della nave per accedere agli zatteroni di salvataggio, che hanno a bordo provviste ed equipaggiamenti. Nel 1945 il kit di sopravvivenza comprendeva stoviglie, una cassetta del pronto soccorso, pistole Very con tanto di proiettili illuminanti chiamati bengala, bandiere per le segnalazioni, uno specchio di metallo per riflettere i raggi del sole e fucili e munizioni.
A bordo dell'Indy le due baleniere a motore, collocate vicino alla poppa - ognuna lunga circa 8 metri e capace di trasportare 22 uomini -, non erano state danneggiate nel siluramento. Nei pressi, ammucchiate come gigantesche fette di pane grigio, c'erano 7 delle 35 zattere di sughero ricoperto di tela, ognuna in grado di sopportare 25 uomini. (Erano distribuite in numero uguale lungo tutta la nave, ma quelle di prua erano state rese inutilizzabili dall'esplosione.)
Ogni imbarcazione doveva essere fornita a norma di regolamento di pane contenuto in lattine a tenuta stagna e acqua potabile in barilotti di legno da 11, 18 e 30 litri. Per ogni marinaio erano inoltre previsti 500 grammi di galletta e 700 grammi di carne in scatola (la famosa Spam), oltre a
quasi quattro litri d'acqua. Ogni baleniera era equipaggiata con una cassetta contenente un'ascia, un martello, un cacciavite, pinze, aghi da vela, stoppini, sagole, un rocchetto con una lenza da pesca, ami e galleggianti di vario genere, lampada a olio e fiammiferi.
Delle 35 zattere in dotazione alla nave 12 furono calate fuori bordo con parte del loro equipaggiamento. Nel trambusto della frettolosa partenza dell'Indy da Hunters Point, sembrava che alcuni barilotti d'acqua non fossero stati riempiti e, siccome in molti l'acqua non era stata sostituita, il contenuto non era pi potabile. Poche erano le cassette degli attrezzi a bordo di queste imbarcazioni.
D'altra parte i ragazzi dell'Indy erano gi stati fortunati quando due settimane prima, a Hunters Point, avevano ricevuto una quantit doppia di giubbotti salvagente. Questi 2500 capi - insieme con un gran numero di cinture di salvataggio - erano immagazzinati in sacchi tutt'intorno alle paratie della nave e in scatoloni collocati strategicamente nei punti di sbarco. Mentre la nave oscillava sotto i loro piedi, gli uomini si affrettarono a raggiungerli.
Il comandante McVay si chiedeva se le due sale radio avessero lanciato i messaggi. Da questi, in un certo senso, dipendeva ogni cosa, ma soprattutto la rapidit con cui sarebbe stato soccorso il suo equipaggio. In poco meno di 36 ore, quando si fossero accorti che la nave non era giunta a Leyte, senza dubbio l'avrebbero data per dispersa, ma McVay era preoccupato che molti dei feriti pi gravi non sopravvivessero in acqua. Si diresse verso la scaletta della plancia che portava al ponte e cominci a scenderla. Voleva vedere con i propri occhi, da vicino, che cosa diavolo fosse successo alla sua nave. Il pensiero del siluramento lo faceva inorridire. Proprio mentre raggiungeva il ponte comunicazioni la nave sband bruscamente fino a 60 gradi. Sotto di lui, sulla murata di dritta, vide i marinai prepararsi a saltare senza aver indossato i salvagenti.
Ragazzi, no! url. Non gettatevi se non l'avete indossato! Indic freneticamente il suo stesso salvagente. Troppo tardi, i ragazzi si erano gi lanciati. Nei pressi il marinaio Jack Cassidy, un diciottenne di West Springfield, Massachusetts, figlio di un allibratore, alz lo sguardo dal ponte su cui era inginocchiato e vide McVay stagliarsi contro le fiamme che uscivano dalla parte prodiera. I loro sguardi s'incrociarono per un istante. McVay esclam: Dio ti benedica!
In pochi secondi l'Indy roll a 90 gradi. McVay salt sul ponte di castello e strisci fino alla battagliola. Fece alcuni rapidi calcoli mentali. Era chiaro che la sala radio non era raggiungibile e anzi correva il pericolo di essere allagata. La parte poppiera della nave, dalla plancia fino alla poppa, pullulava di uomini. McVay si avvi in quella direzione.
Era un percorso pericoloso e il comandante procedette barcollando e tenendosi alla battagliola vibrante della nave rovesciata. Erano visibili 15 metri di carena rossa e la battagliola di sinistra non puntava pi al cielo. Era come camminare in equilibrio nel buio pi assoluto.
Gli uomini ancora sotto coperta - un centinaio circa - si ritrovarono a camminare sulle paratie e furono schiacciati dai macchinari allentati e divelti dalle loro sedi. Il ponte sotto di loro era scomparso all'improvviso. Quelli rimasti intrappolati nella battagliola di dritta cercarono disperatamente di arrampicarsi su per il ponte verso quella di sinistra. Si sollevarono a forza di braccia usando battagliole, scale e cime di fortuna, un po' come chi volesse scalare la ripida parete di una montagna.
Su tutta la nave i ragazzi avevano reagito all'affondamento nei modi pi disparati. Alcuni erano corsi alle loro cuccette e avevano finito in tutta fretta di scrivere le lettere a casa.
Un marinaio si era attardato nella sua branda intento a tagliarsi le unghie, un altro si era fatto un sandwich e lo aveva divorato rapidamente, facendolo seguire da un bicchier d'acqua. In plancetta segnali alcuni marinai si erano affrettati a infilare i documenti segreti in una borsa zavorrata per lanciarla fuori bordo e farla affondare, cos che il nemico non potesse ottenere preziose informazioni. Ma, mentre lo sbandamento della nave si faceva sempre pi pronunciato, i marinai ci rinunciarono e si limitarono a sistemarla sotto un tavolo correndo poi fuori del locale. Avevano capito che, ben presto, niente intorno a loro avrebbe pi galleggiato.
Jack Cassidy cercava freneticamente di tagliare con un coltello l'ingessatura che gli bloccava la gamba. Se l'era slogata durante un addestramento al tiro nel viaggio da Pearl Harbor. Un ultimo taglio e l'ingessatura si stacc. Il giovane si arrampic su per il ponte verso la murata di sinistra. Tenendosi alla battagliola guard la prua e vide cadaveri sparsi tutt'intorno alle lamiere metalliche deformate. Si lanci cercando di allontanarsi il pi possibile dalla murata. Con addosso solo un paio di calzoni da fatica, Cassidy teneva stretto un salvagente di gomma che non aveva potuto gonfiare. Non appena entrato in acqua, prese a nuotare. Ma la curiosit ebbe la meglio e si volt per vedere la nave avvolta da esplosioni che si allungavano verso la sezione prodiera con un'agghiacciante serie di lampi.
Sul ponte dell'hangar Ed Brown era pronto a saltare quando un tipo che aveva conosciuto al Club Lido la sera prima di salpare lo ferm: Non saltare, dannazione... la caduta ti uccider.
Perch? Abbiamo qualche altra possibilit? chiese Brown, e salt. In acqua cominci a nuotare, poi si volt e vide che almeno una cinquantina di uomini lo seguiva. Non riusc a individuare il suo amico.
A bordo dell'incrociatore uomini armati di coltelli aprivano i sacchi contenenti salvagenti di kapok e reti galleggianti. Mentre cercava di liberare una delle baleniere da circa otto metri dell'Indy, un marinaio rimase schiacciato quando il ponte gli scivol sotto i piedi facendogli cadere addosso la pesante imbarcazione di legno. Mike Kuryla tentava di liberare la seconda baleniera, ma lo sbandamento sempre pi accentuato rendeva impossibile l'impresa: non riusciva a strappare lo spinotto che la fermava all'invasatura. Fu costretto a rinunciarvi. Scovato un sacco contenente salvagenti, lo svuot e, urlando a tutti che li aveva trovati, cominci a farli passare di mano in mano.
A questo punto erano passati circa 11 minuti da quando la nave era stata silurata e gli uomini che si trovavano sulla murata di sinistra cominciarono a scivolare lungo la parte esposta dello scafo, fortunatamente priva di cirripedi come risultato delle ampie verifiche eseguite a San Francisco. Entravano in acqua in mezzo a spruzzi urlando mentre scivolavano.
Nella parte bassa della nave la battagliola di dritta era ormai a livello dell'acqua e per gli uomini lasciare la nave non era problematico. Alcuni riuscirono a non bagnarsi nemmeno i capelli. Bastava un passo e cominciavano subito a nuotare.
Fu li che gli uomini decisero il loro destino, in base al lato da cui abbandonarono la nave. Chi si allontan da sinistra entr in un mare pressoch privo di attrezzature di salvataggio: dal momento che la nave era sbandata a dritta, tutte le attrezzature erano scivolate in acqua da quella parte. Chi aveva lasciato la nave dalla battagliola di dritta si ritrov fra onde nere come la pece cosparse di lattine, sedie di legno, tavoli, carte, casse di patate e carote. Anche gli zatteroni e i salvagenti erano finiti in quel tratto di mare. Adesso gli uomini dovevano lavorare con rapidit, cercando di riunire tutto ci che galleggiava prima di allontanarsi il pi possibile dallo scafo incandescente che minacciava ormai di capovolgersi su di loro.
Ma, indipendentemente dal lato da cui si erano gettati, i marinai dell'Indy dovevano nuotare in un mare annerito
dalla nafta fuoriuscita dallo scafo. Era appiccicosa come la melassa e non potevano evitare d'inghiottirla mentre si agitavano fra le onde alte. Li avvolse in un abbraccio micidiale, tappando loro orecchie, occhi e bocca, e divorando con la sua intensa acidit le mucose pi sensibili.
Molti si lasciarono trasportare dalle onde in preda allo shock. Tutto quello che si vedeva dei loro volti erano il bianco degli occhi e le bocche rosse e urlanti.
Il caos era al culmine.
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Asterischi.
*1. Come avrebbe spiegato poi Goro Yamada, sottufficiale a bordo dell'I-55, il sonarista aveva identificato un tintinnio di piatti a circa 12,5 miglia di distanza. Secondo Yamada il rumore proveniva da una delle cucine dell'Indianapolis(2).
*2. La descrizione del sommergibile fatta dall'Autore non corrisponde alla realt: come in ogni sommergibile, la torretta (con relativa plancia) si trovava verso il centro-nave. Il parapetto, poi, ha sempre avuto il solo scopo di proteggere il personale dai colpi di mare. Nulla a che fare con il fuoco nemico. (N.d.R.)
*3. L'Indy viaggiava in realt a 17 nodi con un regime sfasato delle macchine, il che voleva dire che le quattro eliche si muovevano a un regime diverso di giri al minuto. Era una pratica comune, usata proprio per confondere il tipo di rilevamenti idrofonici che aveva appena eseguito Hashimoto(9).
*4. La ricostruzione degli eventi fatta dall'Autore richiede alcune precisazioni. Un siluro non possiede testa perforante, capace cio di bucare una corazza, penetrare all'interno e scoppiare. In realt si deve pensare che l'esplosione, molto potente, abbia provocato la sconnessione e/o la rottura di piastre di corazza, con esiti ovviamente gravi. In questo caso il sonar veniva utilizzato in modalit passiva, cio come un idrofono (che capta i rumori senza emettere segnali propri). (N.d.R.)
*5. In effetti una piccola parte dell'equipaggio aveva gi deciso di lasciare la nave pochi minuti dopo il siluramento, saltando da entrambe le murate. Trovandosi soli in mare, in seguito avrebbero cercato di unirsi a chi aveva abbandonato la nave dopo che era stato dato l'ordine. Comunque la maggior parte dei circa 900 uomini che abbandonarono la nave lo fece solo nei pochi minuti precedenti l'affondamento.
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5.
ABBANDONATE LA NAVE!
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Saltai e mi misi a nuotare. Guardai indietro e vidi che la nave era quasi tutta immersa. Sul ponte di poppa dovevano esserci almeno trecento marinai. Poi and gi. E loro la seguirono come uno sciame di mosche.
Robert Gause, capo di prima classe, USS Indianapolis.
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Luned 30 luglio 1945.
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McCoy aveva capito che era successo qualcosa di molto grave ma, poich in guardina non c'erano fumo, incendi o perdite di energia elettrica, non gli era facile immaginare di che cosa si trattasse. Non sapeva che il terrore aveva completamente avvolto la parte prodiera della nave. Prima del siluramento, vestito con T-shirt verde e pantaloni da fatica, era rimasto sotto il bocchettone dell'aria che sporgeva dalla paratia, alla ricerca di uno spiffero d'aria fresca, cullato dal ritmo continuo delle grandi eliche d'ottone che ruotavano a poppa. Poi, all'improvviso: bum!
Le luci si erano spente e il compartimento aveva vibrato come un gong. McCoy era stato gettato a cinque metri di distanza da dove si trovava ed era finito contro una cuccetta. L'urto aveva innescato una reazione a catena, facendo crollare sul pavimento tutte le cuccette. McCoy era finito con il corpo di un marinaio svenuto sopra di s. Lo allontan e si alz tastandosi per capire se ci fosse qualcosa di rotto, ma andava tutto bene.
Pens subito che l'Indy fosse stato speronato da un cacciatorpediniere giapponese. O che avesse urtato una mina. Non ne aveva idea. Di una cosa era sicuro: il suo primo dovere era aiutare il ferito a uscire dall'alloggio adiacente la guardina, poi correre al suo posto di combattimento vicino al cannone poppiero da 127 mm. Tutt'intorno a lui i marinai urlavano di dolore. McCoy scrut nel buio, trov una grossa torcia elettrica da nove volt e la punt sulle pareti grigie del compartimento.
Una trentina di uomini erano stati scaraventati gi dalle cuccette e adesso formavano un mucchio. Nel raggio pallido della torcia McCoy vide che alcuni avevano perso conoscenza. S'inginocchi e tast loro i polsi, cercando nel contempo di farli rinvenire. Non serv a nulla: ormai erano morti. Li avrebbe spostati pi tardi. Pens che gli uomini addetti al controllo dei danni fossero impegnati a combattere gli incendi sul ponte di coperta e - sper con tutto se stesso - a domarli mentre i portelli venivano chiusi e i compartimenti stagni isolati.
Ma erano proprio i portelli chiusi a preoccuparlo di pi. Non avrebbe voluto trovarsi in quel compartimento se avessero dato l'ordine di chiuderli. Sapeva di doversi spostare rapidamente.
Dietro di lui i due prigionieri urlarono che volevano essere liberati. McCoy cerc le chiavi e si affrett ad aprire le celle. Tutti e tre prestarono i primi soccorsi ai feriti. Alcuni avevano braccia e gambe rotte, altri fratture alle costole. Almeno venti si dibattevano contorcendosi e pregandolo di liberarli dal groviglio delle cuccette cadute.
Respirando a fatica nel calore soffocante, McCoy e i due cucinieri si misero a liberare i compagni e a scortarli sulla ripida scaletta di metallo che conduceva al portello, l'unica via d'uscita. Era un lavoro difficile e nella frenesia cercavano di muoversi il pi rapidamente possibile. A circa 8 minuti dall'esplosione apparve un secondo capo nel nero riquadro notturno che riempiva il portello. McCoy si accorse che era agitato.
Dobbiamo chiudere questo portello, soldato.
Ma ci sono ancora uomini laggi!
Va bene, fateli uscire.
Questo era ci che i marinai temevano di pi: che i loro compagni non facessero in tempo ad aiutarli e fossero quindi costretti ad affondare con la nave.
Aumentarono il ritmo, ma, quando il sottufficiale torn, McCoy era sicuro che almeno altri nove marinai fossero ancora nel compartimento. I cucinieri si slanciarono su per le scale e sparirono nella notte.
Guardando gli scalini che conducevano all'apertura, McCoy vide il cielo notturno coperto di nuvole. Non riusciva a sopportare il pensiero di lasciare il compartimento. Intuendo che il loro destino era segnato, i ragazzi lasciati indietro gridarono: Non abbandonarci, non abbandonarci!
Sto arrivando! grid McCoy al secondo capo e, amareggiato, corse su per la scala senza voltarsi indietro. Pochi secondi dopo, ud il fragore del portello che veniva chiuso e il ronzio metallico dei galletti, avvitati sui loro perni filettati. Poi arriv il rumore raschiante delle copiglie che venivano inserite per bloccare la chiusura.
Gli uomini intrappolati all'interno urlavano, ma il rumore giungeva smorzato e debole. McCoy cap che la notte era appena iniziata.
Raggiunto il ponte di coperta, si afferr alla battagliola di sinistra, poi cerc di dirigersi verso prua nell'intento di raggiungere il suo pezzo, vicino al ponte dell'hangar di dritta. Vide marinai gementi incespicare nel buio, i volti ustionati e anneriti. Sembravano impazziti.  qui che devo stare, pens.
Ma la nave si stava spaccando proprio sotto i suoi piedi. Si chiese che cosa fosse successo al capitano Parke e agli altri marine(*1). McCoy ud un forte sibilo mentre la nave affondava: era un suono acuto e spaventoso.
Abbassando lo sguardo si accorse di avere una scarpa sola; l'altra l'aveva in mano. La calz rapidamente e prosegu lungo la battagliola. Trovato un salvagente, lo indoss senza fermarsi. Sentiva la nave vibrare sotto di lui mentre al suo interno risuonavano esplosioni. Era come cavalcare un tuono. Vide che la prua era completamente sott'acqua.
Le battagliole s'infilavano nel mare. Fu allora che cap che l'Indy sarebbe davvero affondato. Il ponte ebbe un ultimo sussulto e la battagliola di sinistra si mise parallela al cielo. Scivolando, McCoy riusc ad afferrare l'estremit di un cavo, se lo assicur intorno al pugno e si arrampic sull'impianto inclinato di un cannone.
Si iss su un paraschegge - una grande piastra di metallo a protezione degli artiglieri - e si ferm un istante. Ora o mai pi, pens, e si mise a camminare sulla murata della nave insieme con una trentina di marinai tutti diretti verso l'acqua. McCoy si accucci, sollev i piedi e scivol sulla carena. Con un tonfo giunse in acqua e fu avvolto dalla nafta fuoriuscita dalla nave.
Torn in superficie tossendo, scosse la testa, poi cerc di pulirsi gli occhi ma riusc solo a farvi entrare altra nafta. Allora cominci a nuotare. Guardando dietro di s vide che una delle eliche entrobordo girava ancora. Alcuni uomini si gettarono dalla poppa, urlando mentre si lanciavano: finirono sulle pale dell'elica e furono lanciati in aria. Un istante prima cadevano verso l'acqua, un istante dopo volavano di lato, urlando mentre venivano scaraventati nell'oscurit.
Addormentato nel suo camerino nella parte prodiera della nave, il dottor Haynes era stato lanciato in aria quando il primo siluro aveva raggiunto la nave, finendo contro il bordo del suo tavolino di formica. Era appena riuscito a rialzarsi sulle gambe barcollanti quando la seconda esplosione lo aveva atterrato di nuovo. Questa volta aveva sentito la mano sfrigolare sul pavimento rovente. Oh, Cristo, meglio che me ne vada al pi presto, aveva pensato mentre afferrava il giubbotto salvagente appeso a un gancio della porta. Poi, lanciato un ultimo sguardo al ritratto incorniciato di sua moglie, aveva sollevato la tenda per precipitarsi nel corridoio, dove era stato accolto da urla di dolore.
Si ferm per cercare di localizzare la fonte di quelle grida: era il capitano di corvetta Henry, il dentista che aveva il camerino accanto al suo. Rimase paralizzato nell'udire quelle urla di dolore: era chiaro che l'uomo stava bruciando nel suo camerino. Si avvi in quella direzione, ma dovette fermarsi: non c'era niente da fare. Haynes cap che il camerino di Henry aveva ricevuto in pieno qualsiasi cosa avesse colpito la nave. Con le urla del dentista ancora nelle orecchie, s'inoltr nel corridoio.
L incontr il capitano di corvetta Ken Stout, emerso dal fumo che stagnava in grossi sbuffi nella parte superiore del passaggio. Attento, Lew! url, e Haynes sollev la mano al volto appena prima che la terribile esplosione di una lingua di fuoco - vuum! - ingombrasse il corridoio. Haynes ud lo schiocco e lo sfrigolio di cavi che saltavano; pi in lontananza, vicino alla prua, ci furono altre esplosioni. Per un istante Haynes pens di aver preso fuoco, cos intensi erano il calore e il dolore.
In effetti il fuoco gli aveva bruciacchiato capelli, fronte e mani, procurandogli un'ustione - come aveva capito dalla sua esperienza di medico - di terzo grado. Quando riusc ad aprire gli occhi, Stout era sparito. Restava solo l'odore acre di pelle bruciata.
L'esplosione aveva spalancato il portello della riserva munizioni dei cannoni da 203 mm sul ponte di coperta. (Per portare granate e polvere nella torre veniva usato un elevatore nel deposito.) Haynes fiss sgomento i proietti. La loro sottile pellicola protettiva di nafta stava bruciando e gli scaffali erano avvolti dalle fiamme.
Passando attraverso il fumo si diresse verso il quadrato ufficiali. Aveva in mente di raggiungere il suo posto di combattimento sul ponte alloggi ed era ansioso di rendersi utile ai feriti. Entrando nel quadrato fu quasi soffocato dai fumi nocivi della pittura grigia che bruciava sulle paratie. La sala era piena di una specie di foschia rossastra. In un angolo un uomo cercava di spegnere l'incendio scaturito da un mucchio di stracci sul pavimento. Non potendo vedere nulla e procedendo a tentoni con le mani ustionate contro la paratia rovente, Haynes cerc di dirigersi verso poppa. Poi inciamp in una seggiola, barcoll e si ritrov seduto.
Si guard intorno. Stava morendo e se ne rendeva conto. Ma invece di provare paura gli venne voglia di restare l, immobile, senza cercare la salvezza. Si lasci andare. Non sentiva nulla.
All'improvviso davanti a lui si stagli una figura. Era un altro ufficiale, altrettanto intontito, che gemeva: Oddio, sto svenendo, e poi inciamp nella stessa seggiola che aveva provocato la caduta di Haynes. L'ufficiale - il medico non fu in grado di identificarlo - barcoll, cadde e non si rialz.
Haynes si alz di scatto, come se si svegliasse da un incubo. Non aveva idea di dove si trovasse. L'ufficiale svenuto rotol su un fianco e il medico gli pass sopra dopo aver udito una voce che chiamava da un angolo della sala: Aprite un obl! Per amor del cielo, aprite un obl!
Un obl? S, potrebbe essere una buona idea. La decisione si fece strada nella coscienza del medico mentre attraversava la sala inciampando nel mobilio. Trovatone uno aperto, v'infil la testa. Il sollievo fu immediato. Inspir a grandi boccate l'aria umida della notte, sentendosi subito meglio. Poi, guardando in basso, vide lo squarcio nella murata della nave e il flusso di rottami che usciva senza posa dall'apertura.
Qualcosa di umido lo colp al volto. Era una cima. Gli venne in mente che avrebbe potuto uscire dall'obl e arrampicarsi con quel cavo lungo la murata della nave. Non era una mossa facile, specialmente nelle condizioni in cui si trovavano le sue mani ustionate e la sua spalla, che gli provocava un dolore acuto, ma era il solo modo di uscire. Avrebbe dovuto provarci.
Il medico afferr il bordo dell'obl. V'infil prima il braccio e la spalla destri e si aiut scalciando, come un uomo che nuotasse nell'aria. Questo gli facilit i movimenti,
cos che riusc a infilarvi anche il braccio sinistro. Adesso vedeva sotto di s il mare ruggente. Spruzzi salati misti a nafta gli schizzarono in volto e ne sent il sapore di marcio. Con cautela si gir in modo da trovarsi appoggiato con la schiena sul bordo dell'obl, poi si mise seduto.
Afferr la cima. Il dolore della mano era terribile. Guardando in alto vide che mancava un metro e mezzo al ponte. Strinse i denti e prese a issarsi, muovendo una mano dopo l'altra. Mentre si avvicinava al ponte alloggi le urla si fecero pi alte. Raggiunta una cima di sicurezza, avanz in mezzo all'inferno.
La scena era orribile; davanti a lui c'erano marinai feriti in vari stadi di delirio, alcuni ustionati al punto di essere irriconoscibili. Qualcuno camminava in tondo con gli abiti strappati e bruciacchiati e i capelli fumanti. Un uomo teneva le braccia alzate e Haynes vide la carne bruciata che gli pendeva dalla schiena in orrendi brandelli. Avvicinandosi si accorse che era lo stesso ufficiale che gli aveva chiesto se voleva giocare a bridge. Una leggera brezza avvolse i brandelli di carne, che si agitarono dietro l'uomo come macabre ali. Non toccatemi! Non toccatemi! urlava.
Fa' qualcosa... fa' qualunque cosa! pens Haynes. Ma che cosa? Quegli uomini avevano bisogno di un ospedale. Molti di loro, come poteva constatare, sarebbero morti entro breve per le ferite. Durante le esercitazioni di abbandono nave era stato detto che i feriti dovevano riunirsi sul ponte alloggi. Haynes vide che il farmacista di bordo, tenente di vascello John Schmueck, aveva preso alcune barelle da un hangar e vi faceva adagiare quelli che riuscivano ancora a muoversi. Aveva anche trovato una cassetta del pronto soccorso. Quando il medico si avvicin, Schmueck gli pass uno stetoscopio e alcune siringhe preconfezionate di morfina. Gli uomini erano cos malconci che Haynes si affrett a somministrare l'analgesico senza far domande e senza nemmeno esaminarli.
Quando morfina e bende cominciarono a scarseggiare ordin a un marinaio di andare a prenderne altre in infermeria. Il marinaio corse alla scaletta all'estremit del ponte alloggi, diede uno sguardo in basso e torn da Haynes. Non c' pi l'infermeria, url. L'acqua aveva invaso il corridoio. Un ufficiale si avvicin a Haynes. Sarebbe meglio mettere loro i salvagenti, dottore, esclam in mezzo al fumo.
Lasciando perdere siringhe e bende, Haynes e Schmueck attraversarono di corsa il ponte alloggi e imboccarono una scaletta che portava al ponte successivo, su cui si trovavano il fumaiolo 1 e alcuni impianti di cannoni. L alcuni marinai staccavano i giubbotti salvagente e li consegnavano a chi ne aveva bisogno. Haynes ne prese il pi possibile e poi torn con Schmueck dai feriti.
Il medico si avvicin all'ustionato dalla cui schiena pendevano brandelli di pelle. Mentre gli legava intorno pezzi di tela strappata, continuava a ripetere: Devo farlo, devo farlo. Oh, Cristo, devo farlo. L'uomo url, ma Haynes dovette stringergli le cinghie. Poi rivolse la sua attenzione al ferito pi vicino. Lavorando incessantemente alla debole luce della luna che appariva a tratti, fece del suo meglio pur con il cuore spezzato.
Ci che accadde in seguito fu quasi intollerabile, ma rimase a osservare senza distogliere lo sguardo. L'hangar era ormai pieno di feriti stesi sulle barelle e, mentre la nave rollava improvvisamente a dritta, gli uomini cominciarono a scivolare fuori bordo, prima uno alla volta, poi a gruppi. S'infilavano a grande velocit nell'acqua. Un uomo con la gamba ingessata agit le braccia disperatamente e affond senza emettere un suono.
Impotente, il medico si arrampic sul ponte alloggi, inclinato ormai di 60 gradi, e si afferr alle cime di salvataggio. Vicino, a una ventina di passi, uno zatterone e una rete -fatta di pesanti cime, con sugheri galleggianti ai bordi -erano legati alla paratia. Il peso li trascinava verso la murata di dritta, allontanandoli, e il medico non riusc a sollevare n l'uno n l'altra. Fu preso dal panico pensando
alle vite che avrebbe potuto salvare se solo fosse riuscito a liberarli, ma non c'era verso. Non gli restava che abbandonare la nave.
Cominci a camminare lentamente lungo lo scafo grigio, tra una folla di marinai spaventati le cui urla si levavano come da un coro stonato. Dopo una quindicina di passi Haynes raggiunse la bulbosa carena. Davanti a lui c'era solo oscurit. Qua e l piccole lingue di fuoco si levavano dall'acqua.
E Haynes salt.
Si allontan nuotando rapidamente. Quando si volt a guardare, la poppa della nave puntava dritto verso il cielo. Vide uomini accucciati su una delle gigantesche eliche di sinistra ormai immobili, come figurine appollaiate in cima a un fiore d'ottone, in attesa della fine.
Mentre l'Indy affondava, i segnali di soccorso con la sua latitudine e longitudine furono trasmessi su frequenze controllate da navi in mare e da stazioni a terra(1). Il radiotelegrafista J.J. Moran era entrato nella sala radio 1 dopo il siluramento e aveva cominciato a comporre messaggi. X Ray Victor Mike Love, diceva uno di questi, siamo stati colpiti da siluri. Abbiamo bisogno di aiuto immediato.
Non sembrava che ci fosse energia sufficiente a trasmettere queste richieste d'aiuto. Stava infatti lavorando con dead key. La sala radio 1, usata di solito per inviare messaggi, aveva ricevuto in pieno il secondo siluro. I cavi che collegavano i trasmettitori alle antenne sul ponte erano stati spezzati. All'interno della sala il pesante equipaggiamento ricetrasmittente penzolava dai montanti. Una grossa trasmittente si era staccata e si era schiantata sul ponte.
La sala radio 2, distante un centinaio di metri verso poppa, sotto il fumaiolo 2, aveva continuato a funzionare dopo il siluramento. Tutte le luci si erano spente e nella sala si trovavano almeno 15 addetti alla radio.
Il radiotecnico Jack Miner - appena uscito dalla Yale University e da nove mesi di rigoroso addestramento navale in apparecchiature radio e radar - era a bordo dell'Indy solo da due settimane. Entr nella sala radio 2 poco dopo il siluramento solo per scoprire l'ufficiale suo superiore, caposervizio radioelettrico Lonard T. Woods, che tentava d'inviare un segnale con un equipaggiamento non usato in genere per quello scopo. Woods afferr Miner per la spalla e lo piazz direttamente davanti a una delle trasmittenti. Era nera, grande come un frigorifero e con centinaia di cavi. Woods gli ordin di prepararla, poi di provare con una vicina, che operava su un'altra frequenza.
Quando Miner ebbe preparato il suo equipaggiamento rimase a guardare il capo che cercava di risolvere il problema. Davanti alla sua trasmittente c'era un tasto che assomigliava a un interruttore della luce e Woods intu che se lo avesse mosso su e gi ripetutamente avrebbe inviato una serie di segnali binari - inserito, disinserito, inserito, disinserito - simili a quelli del telegrafo. Dal momento che l'interruttore non tornava automaticamente al suo posto dopo essere stato premuto, ogni volta Woods dovette riportarlo nella posizione iniziale.
Miner era stupito dalla tranquillit del capo. Vide il sottile ago rosso del monitor muoversi a ogni accensione dell'interruttore. Questo significava che l'energia circolava nella trasmittente e viaggiava attraverso i cavi fino alle antenne. Woods armeggi per un paio di minuti, trasmettendo l'SOS e le coordinate della nave.
Gli uomini erano cos concentrati nel loro lavoro che non si accorsero nemmeno di quanto si stesse accentuando lo sbandamento della nave a dritta. Quando Miner distolse lo sguardo dall'ipnotico ago del monitor, si accorse che la sala radio era inclinata su un fianco ad angolo acuto. Lui e Woods cominciarono a perdere l'equilibrio. Miner sapeva che, se la sala si fosse inclinata ancora un po', sarebbero andati a sbattere contro la paratia. Finalmente Woods url: D'accordo, abbandoniamo la nave.
Miner usc dalla sala e vide che la battagliola di sinistra puntava verso il cielo. Ricordava dai tempi dell'addestramento che avrebbe dovuto lasciare la nave dalla battagliola pi alta. Abbandonandola dalla parte pi bassa avrebbe potuto rischiare che, se non avesse nuotato il pi velocemente possibile, la nave gli si schiantasse addosso. Inoltre si sarebbe reso pi vulnerabile ai vortici di risucchio che la nave avrebbe creato affondando. Quando un marinaio gli pass accanto avanzando come un granchio in direzione della battagliola di sinistra, Miner lo afferr per una gamba ed esclam: Tirami fin dove sei. Ma il giovane, in preda al panico, lo scalci e si liber dalla stretta. Miner rotol gi per il ponte e oltrepass la cima di salvataggio, ormai a pochi centimetri dall'acqua.
All'improvviso si ritrov circondato dall'oscurit, come se la nave gli si fosse rovesciata addosso. Sollev le braccia e url: No! Era tornato in superficie infilando la testa in un bugliolo per lavare i ponti. Non riusciva a crederci. Gli venne quasi da ridere: c' qui l'intero oceano Pacifico e risalgo dentro un bugliolo! Lo spost e cominci a nuotare con tutte le sue forze. Era sicuro che un messaggio di soccorso avesse lasciato la nave e si disse che i soccorritori dovevano gi essere per via.
In effetti, il messaggio era giunto in una sala radio sull'isola di Leyte, 650 miglia a ovest(2). Fu ricevuto da un marinaio di nome Clair B. Young, in servizio di guardia vicino agli alloggi di un certo commodoro Jacob Jacobson, l'ufficiale di grado pi elevato a Leyte nella base navale operativa di Tacloban.
Dopo la mezzanotte una staffetta era arrivata al posto di guardia con un dispaccio. Young lesse il messaggio alla luce della torcia elettrica e cap che doveva essere sottoposto
immediatamente all'attenzione del commodoro. Il messaggio annunciava che l'USS Indianapolis era stato silurato e forniva le coordinate della sua posizione. Young corse nell'alloggio di Jacobson, appollaiato sul fianco di una collina affacciata sul porto di Leyte.
Jacobson dormiva protetto da una zanzariera. Young, volgendo il fascio della torcia elettrica sul volto del commodoro, annunci: Messaggio radio per lei, signore.
Jacobson si svegli e, appoggiandosi a un gomito, lesse il messaggio.
C' una risposta, signore? chiese infine Young.
Al momento nessuna, rispose Jacobson. Se ricevi altri messaggi, vieni a dirmelo di corsa. E lo conged. Confuso, il marinaio torn al suo posto di guardia. Non fu fatto nessun tentativo di confermare
o negare l'autenticit del messaggio(*2).
Un secondo messaggio fu ricevuto a Leyte, stando a quanto sostenne un marinaio di nome Donald Allen. Era l'autista del facente funzione di comandante della Frontiera Marittima delle Filippine, il commodoro Norman Gillette. Dal suo ufficio di Tolosa, 12 chilometri a sud di Tacloban, Gillette dirigeva tutte le operazioni navali dell'isola.
Poco dopo la mezzanotte del 30 luglio, nella baracca Quonset dell'ufficiale di giornata, dove Allen era di guardia, un radiotelegrafista annunci di aver appena ricevuto un messaggio di soccorso dall'Indy in cui erano indicate le coordinate. In risposta, un ufficiale in servizio aveva inviato due veloci rimorchiatori oceanici sul luogo dell'affondamento.
In quel momento il commodoro Gillette giocava a bridge nella vicina isola di Samar, a nord di Leyte, con un gruppo di ufficiali. Pi tardi, secondo Allen, nel corso di quella notte, avendo saputo che i rimorchiatori erano salpati senza la sua autorizzazione, Gillette li aveva richiamati in porto, anche se avevano gi completato quasi 7 delle loro 21 ore di crociera. Non furono fatte ulteriori indagini per stabilire se la nave stesse davvero affondando.
Un terzo messaggio, infine, fu ricevuto a bordo di un mezzo da sbarco nel porto di Leyte. Un marinaio di nome Russell Hetz era di guardia quando la sala radio aveva ricevuto un SOS da una nave che sosteneva di essere l'USS Indianapolis e poi, otto minuti e mezzo pi tardi, un duplicato dello stesso messaggio. Gli uomini della sala radio avevano cercato di mettersi in contatto con l'Indy, ma non avevano ottenuto risposta. L'unit di Hetz aveva inoltrato il messaggio tramite i canali autorizzati (presumibilmente la base operativa navale di Leyte), ma il messaggio era stato ignorato(*3).
Il protocollo in vigore al comando navale prevedeva che i messaggi non confermati da risposta dovevano essere considerati inesistenti(4). Simili risposte erano pi o meno semplici formalit a quel punto della guerra. Nel tentativo di confondere i servizi d'informazione americani e di attirare unit in ricerca, i giapponesi avevano l'abitudine d'inviare messaggi di soccorso fasulli. Nei primi tempi della guerra si
sarebbe indagato su un messaggio del genere, ma quella sera fu liquidato come un potenziale pericolo nel gioco di guerra.
Poco dopo l'invio dei messaggi di soccorso, il comandante McVay si ritrov solo, appoggiato a una paratia vicino alla battagliola di sinistra(5). Riflett sulla possibilit di affondare con la nave e consider l'immenso senso di colpa che avrebbe provato se fosse sopravvissuto. Temeva anche l'interrogatorio cui lo avrebbero sottoposto le autorit navali una volta a terra. La principale responsabilit di un comandante  il benessere della sua unit. McVay sapeva che in ultima analisi era sua la colpa delle urla e delle grida che udiva levarsi nella notte. Ma l'affondamento era stato cos rapido che non riusciva ancora a capire come fosse accaduto. Tutti i normali sistemi di reazione erano andati in corto quasi immediatamente. Era come un incubo da cui non riuscisse a svegliarsi.
Si arrampic sulla battagliola e rimase appollaiato sul Pacifico. Be', pens, questa  la mia fine. All'improvviso fu spazzato via dalla nave da un'alta onda che si muoveva lungo la battagliola semisommersa. Sollevando lo sguardo dall'acqua, vide sopra di s un'elica e gli sembr che la nave si stesse capovolgendo addosso a lui. E poi cominci a nuotare in mezzo alla nafta bollente, sentendosi bruciare la nuca. Ud una specie di sibilo e, quando si volt, la nave era scomparsa.
Fu stimato in seguito che gli uomini morti immediatamente nel siluramento e nelle successive esplosioni furono 300. Circa 900 riuscirono ad abbandonare la nave(6).
Erano tutti intorno alla nave che stava per affondare. Nuotavano come potevano, in gruppo, mentre l'Indy era scosso da altre esplosioni e le fiamme si levavano dal ponte
spezzato. Dopo il siluramento aveva continuato a navigare per quasi due miglia, con la parte prodiera sempre pi immersa, e adesso, in quegli ultimi istanti, aveva rallentato a circa tre nodi e mezzo. I marinai, affascinati e terrorizzati nel contempo, lo videro infine fermarsi, sussultando, la poppa alta verso il cielo. A quel punto cominci ad affondare, dapprima lentamente, poi acquistando velocit, trascinato all'improvviso per la prua nella profondit dell'oceano. In 15 secondi l'intera nave era scomparsa. Restava solo una vasta macchia di relitti, lunga circa la met di un campo da football, ribollente di spuma. La stessa spuma sibilava come un immenso sciame di api.
Non c'erano uccelli nel cielo, non c'era vento: solo lo sciabordare della nociva mistura di acqua marina e nafta contro i salvagenti di kapok. Non c'erano stelle: solo l'apparire occasionale della luna crescente, simile a un ago fatto di corno che si apra la strada infilando una fuggevole cortina di nuvole. In certi momenti i marinai esausti galleggiavano nella pi completa oscurit, incapaci di scorgere l'orizzonte, mentre il mare era percorso incessantemente da onde. In altri, gli uomini erano illuminati da un'argentea luce spettrale. I vivi pregavano a voce alta e i morenti urlavano.
Sotto di loro, sotto i piedi scalcianti, l'Indy affondava al rallentatore, la prua puntata verso il fondo. Un paio di obl rilucevano ancora dall'interno, mentre i resti dei numerosi incendi che l'avevano devastato continuavano a infuriare nei compartimenti. A un certo momento la pressione divenne maggiore di quella che poteva sopportare e cominci un processo di autodistruzione sotto la sua stessa massa. Camere d'aria, paratie, serbatoi e caldaie - tutto quello che non era gi esploso - si squarciarono adesso rilasciando nafta e detriti nella scia della nave che colava a picco.
Completamente immerso, l'Indy ebbe un'ultima terribile esplosione - un tuono immenso - e le onde d'urto incresparono la superficie nera e calda del mare.
Nei suoi ultimi secondi raggiunse una velocit limite di
circa 18 metri al secondo, poco meno della sua velocit di punta durante la crociera da Hunters Point. Precipit in tre miglia e mezzo di acqua, in uno dei punti pi profondi del pianeta, e impieg circa cinque minuti a raggiungere il fondo, un luogo cos remoto, scuro e freddo che la luce del mondo non vi aveva mai brillato. Mentre cozzava contro il fondo dell'oceano in una gigantesca nuvola di sedimenti,
lo scafo d'acciaio si spezz in due e rimase a oscillare finch non si blocc definitivamente.
L'USS Indianapolis aveva impiegato 12 minuti a scomparire.
McCoy sent l'ultima esplosione rimbombargli nelle ossa, nelle viscere. Stava nuotando con tutta la sua forza, cercando disperatamente di allontanarsi dalla nave che precipitava in fondo all'oceano.
Mentre nuotava sent qualcosa afferrargli la gamba sinistra e strappargli la scarpa. Poi gl'imped di nuotare e lo trascin sott'acqua. L'ultimo suo ricordo prima di svenire fu il flusso dell'acqua sul volto e la sensazione che gli occhi gli sarebbero schizzati dalle orbite per l'incessante aumentare della pressione.
Quando riprese coscienza, si ritrov a risalire in superficie a gran velocit, come un uomo in un rapido ascensore. Ma non era in un ascensore. Era in un'enorme bolla d'aria che lo avvolgeva tutt'intorno alla met inferiore del corpo, lasciando sporgere testa e spalle mentre schizzava in superficie.
Emerse con tale forza che fu proiettato un buon metro fuori dall'acqua. Con un tonfo ripiomb nel mondo nero e spaventoso abitato da uomini urlanti. Tutt'intorno a lui
il mare era cosparso di cassette di patate, scatole di munizioni, salvagenti senza proprietari e cadaveri.
Si guard intorno e cap di dover prendere una decisione: vivr o morir?

Asterischi.
*1. Almeno un quarto dei 39 marine fu ucciso sul colpo. Mentre McCoy saliva la scaletta della guardina, la sua cuccetta e il suo alloggiamento erano completamente avvolti dalle fiamme. Se non avesse dato il cambio alla guardia prima del tempo, sarebbe rimasto carbonizzato con gli altri.
*2. Parecchi giorni pi tardi, Young not che all'Indy era stato assegnato un ormeggio nella rada di Leyte. Not anche che non era apparso. Ricordando il messaggio radio, rimase sconcertato, ma non disse nulla perch, come spieg in seguito, sapeva che anche altre persone erano a conoscenza dell'SOS. In altre parole, da modesto arruolato in Marina, pensava di aver le mani legate e che la sua opinione non contasse molto.
*3. Il resoconto di Clair Young non venne alla luce fino al 1955. Quell'anno, dopo aver letto un articolo del Los Angeles Times e un altro del Saturday Evening Post sull'affondamento, Young rimase sorpreso nell'apprendere che non esisteva nessuna testimonianza degli SOS lanciati dalla nave. Scrisse al Dipartimento Marina, il quale rispose che la storia del Post, in particolare, era un resoconto di un sopravvissuto e non era confermata in tutti i fatti e le conclusioni dalla Marina americana. Russell Hetz e Donald Allen pubblicarono i loro ricordi nel 1998, quando i superstiti chiesero al Congresso di riabilitare il comandante McVay(3).
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6.
SPERANZE ALLA DERIVA.
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A che cosa pensavo quand'ero in acqua? Fantasticavo d'incontrare i miei genitori in un baretto male illuminato, sul ciglio di una strada nei boschi settentrionali del Wisconsin, per raccontarci la storia davanti a un paio di birre ghiacciate. Feci un patto con Dio. Col passare dei giorni pensai sempre di meno e sognai sempre di pi.
Jack Miner, radiotecnico di seconda classe, USS Indianapolis.
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Primo giorno Luned 30 luglio 1945.
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Mentre galleggiavano nell'inchiostro scuro della notte, anche i superstiti pi lucidi dell'Indianapolis si ritrovarono in uno stato di estremo disorientamento. Senza la nave come riferimento, non sapevano dove si stavano dirigendo n di quanto si fossero spostati. E tanto meno sapevano quanti loro compagni fossero riusciti ad abbandonare vivi la nave.
Adesso, in realt, andavano alla deriva in una direzione che piegava leggermente a sud-ovest, grosso modo verso il Borneo, e non verso quella che era la destinazione dell'Indy, Leyte, 650 miglia a ovest. Dietro di loro, altre 650 miglia a est, c'era Guam, il precedente porto d'attracco. Scarrocciavano attraverso una terra di nessuno, un tratto di oceano di circa 10.000 miglia quadrate.
Ed erano sparsi lungo una linea di tre miglia che si allungava - e si allargava - ogni minuto. Durante le prime ore in mare, la maggior parte degli uomini si era riunita in gruppi, tutti disseminati in diverse direzioni. Ciascun gruppo era separato da circa un miglio di mare scuro e oleoso. All'inizio nessuno sapeva con sicurezza se vi fossero altri uomini in mare, ma col passare del tempo gli uomini spaventati si ritrovarono separati dagli uni ma riuniti ad altri. A poco a poco si cercava di ristabilire una sorta di gerarchia.
Il dottor Haynes, il capitano Parke e padre Conway si ritrovarono al comando del gruppo pi vasto di superstiti, consistente unicamente di uomini con giubbotti salvagente e cinture gonfiabili. Haynes li avrebbe definiti in seguito i nuotatori. Insieme con Parke e Conway prese a radunare gli uomini, ordinando che tutti i marinai a portata di udito
nuotassero verso di lui. Ed Brown e Bob Gause, sentendo il grido acuto del medico di bordo, si mossero verso quel suono. Gause soffriva molto perch, lanciandosi da sei-sette metri dalla poppa prima che la nave affondasse, aveva colpito il grande timone d'acciaio. Non pensava di essersi rotto qualche osso, ma quasi non riusciva a nuotare.
Molti sanguinavano, raccavano ed erano sopraffatti dalla diarrea. Alcuni avevano braccia e gambe spezzate, altri fratture alla schiena e al cranio. Chi era rimasto ferito dall'esplosione in modo grave era gi affogato. Haynes, con indosso solo i pantaloni di cotone del pigiama e il salvagente, si diresse verso quelli che si lamentavano per portare il suo aiuto. Sapeva che gli uomini, se erano in buona salute, sarebbero potuti vivere senza cibo 30 giorni e circa 7 senz'acqua. Ma chi era indebolito o ferito aveva davanti a s solo poche ore di vita. Sperava che i soccorsi sarebbero arrivati presto.
Circa met dei 900 superstiti era riuscita ad abbandonare la nave con un giubbotto salvagente o una cintura gonfiabile(1). Queste ultime erano risultate inservibili perch la nafta corrodeva le giunture e le sfilacciava. Gli uomini che le indossavano cominciarono ad affondare e, se erano troppo deboli per nuotare, ad affogare. Chi non aveva n l'uno n l'altra si dibatteva freneticamente guardandosi in giro: non appena un uomo moriva gli altri si gettavano su di lui per rubargli il giubbotto.
Conway e Haynes trascorsero le prime cupe ore di quella mattina nuotando avanti e indietro in mezzo all'equipaggio terrorizzato, a volte riportando nel gruppo quelli che si erano allontanati troppo usando un modo di nuotare lateralmente con qualche leggera modifica. A un certo punto Parke scorse quella che sembrava una luce rossa lampeggiante. Si ferm di colpo. Non rispondete al segnale! mormor con voce roca. Temeva che fosse il sommergibile che li aveva affondati. Se li avesse trovati, potevano considerarsi morti. Di sicuro li avrebbe mitragliati. Ma la luce rossa
scomparve. Gli uomini si chiesero se non si fosse trattato di uno scherzo della loro immaginazione.
Il secondo gruppo in ordine di grandezza era comandato dal guardiamarina Harlan Twible e dal direttore di macchina Richard Redmayne. Erano 325 uomini, molti dei quali avevano abbandonato l'Indy dopo il gruppo di Haynes ma prima di McVay e McCoy. Al contrario dei nuotatori, questo gruppo aveva lasciato la nave dalla battagliola sommersa della murata di dritta, che era dotata di preziosi equipaggiamenti di salvataggio. Molti erano stati abbastanza fortunati da impadronirsene. C'erano cinque reti galleggianti, quattro zatteroni e un po' di vettovaglie assortite: tavolette di latte al malto (per placare la sete), gallette in scatole a tenuta stagna e alcuni barilotti di acqua potabile. Quattro reti erano state caricate con i feriti, mentre la quinta era stata requisita come posto di ristoro per chi stava bene. Ogni rete conteneva una cinquantina di uomini, ma non in modo molto confortevole perch era il doppio del numero previsto. Ogni corpo in movimento metteva i naufraghi in equilibrio precario. Sbattevano la testa e a volte scivolavano nelle onde che ribollivano sotto la rete. Era una situazione penosa.
Il comandante McVay si ritrov solo a nuotare nell'oscurit e ci lo innervosiva(2). Non voleva credere di essere l'unico superstite dell'affondamento e tuttavia, sopra lo sciaguattare dell'acqua sul suo volto, non udiva nessun grido. Nessuno dei suoi ragazzi era apparso dall'oscurit. In quello stesso momento, a un miglio circa di distanza, il soldato McCoy, tenendosi a un giubbotto che non aveva ancora avuto il tempo d'indossare, ballonzolava sul mare oleoso e vomitava l'anima.
Tutti i gruppi si spostavano seguendo una corrente equatoriale che li spingeva a ovest a nove decimi di nodo, cio a circa un miglio all'ora. Anche gli alisei di nord-est soffiavano verso ovest a una velocit media di tre nodi (3,5 miglia all'ora). Il rateo di deriva era tale che gli uomini avrebbero
percorso una media di 24 miglia al giorno. Questo situava la terra pi vicina, l'isola di Mindanao, a tre settimane da loro.
Tuttavia l'elemento che determinava realmente la direzione e la velocit di ogni gruppo era il cosiddetto effetto scarroccio. Questo fenomeno coinvolge il rapporto tra superficie esposta del corpo, corrente oceanica e vento. Per esempio, se un superstite ha oltre met del corpo immersa nell'acqua e il resto esposto al vento, la corrente agisce su di lui in grado maggiore del vento. Ci significava che gli uomini avvolti nei giubbotti salvagente erano pi interessati dalla corrente, mentre quelli che sedevano negli zatteroni erano spinti con maggiore forza dagli alisei.
I nuotatori avevano cominciato a scarrocciare a sud del luogo dell'affondamento a circa un miglio e mezzo all'ora, mentre quelli che avevano trovato posto negli zatteroni e sulle reti galleggianti andavano alla deriva leggermente a nord, sotto l'impulso dei venti che soffiavano a una velocit fra i tre e i cinque nodi. Il gruppo Twible-Redmayne si muoveva dunque pi in fretta verso nord, mentre Haynes e i suoi si spingevano pi a sud. Fra questi due gruppi, McCoy e McVay continuavano a combattere contro la maretta. Come forma, la massa dei superstiti assomigliava a una lacrima con l'estremit pi sottile puntata
a sud-est verso le isolette di Yap e Ulithi(*1).
Quasi nessuno degli uomini in mare sapeva qualcosa delle tecniche di sopravvivenza. Nessuno aveva vele o mezzi per fare vele. Solo pochi dei 12 zatteroni avevano remi in
grado di funzionare. Nessuno possedeva una bussola. Mentre andavano alla deriva nell'oscurit che precede l'alba, la temperatura si alz. Nessuno sapeva quel che sarebbe successo in seguito, ma tutti speravano che nelle 48 ore successive quella incredibile ordalia sarebbe finita. Pensavano che, se l'Indy non fosse apparso a Leyte in orario, avrebbero mandato pattuglie in ricognizione. Dicevano tra loro che i soccorsi stavano per arrivare. Dicevano che sarebbero arrivati a Leyte in meno di due giorni e che li avrebbero tirati fuori dall'acqua anche prima. Pregavano ad alta voce perch ci accadesse.
Libero finalmente dall'enorme bolla d'aria e in preda a conati di vomito per l'acqua salata ingerita, McCoy bestemmi e cerc di riprendersi. Era un marine e da lui ci si aspettava che fosse pi coriaceo di qualsiasi altro marinaio. Se mollava lui, che cos'avrebbero fatto gli altri?
Si assicur il salvagente intorno al corpo e si sforz di valutare la situazione. Pens che dalla nave doveva essere sicuramente partito un messaggio di soccorso, ma non riusciva a immaginare che gli aerei arrivassero subito. Davanti a s scorse uno zatterone e decise che era un posto molto migliore su cui trascorrere quel luned mattina. Mentre si preparava a nuotare in quella direzione, un marinaio apparve al suo fianco cogliendolo completamente di sorpresa. Non indossava il giubbotto salvagente ed era aggrappato a un barilotto di polvere da sparo della grandezza pi o meno di una latta di vernice. Era l'unica cosa che lo teneva a galla sulla superficie dell'oceano.
McCoy lo squadr. Sar meglio trovare un giubbotto salvagente. Lo so.
Bene, aspetteremo che ne arrivi uno. Dove sei diretto? A quello zatterone laggi.
No, sta' qui. Verranno a prenderci fra pochissimo. Si, col cavolo. McCoy, che per un istante aveva pensato che forse sarebbe stato meglio lasciarglielo credere, fece per avviarsi. Cerc di nuotare nel mare coperto di nafta, ma lo strato era spesso almeno cinque centimetri. Riusciva a stento ad avanzare, impacciato com'era dal giubbotto zuppo. Cristo. Torn faticosamente dal ragazzo sputando nafta. Non ce la faccio, disse il marinaio. Lo vedo. In quel momento un cadavere apparve dall'oscurit e li oltrepass, come se stesse facendo un viaggio tutto suo. McCoy non riusc a individuare chi fosse perch il volto era ricoperto di nafta. Si ferm, poi tese il braccio e avvicin il cadavere a s per sfilargli il giubbotto salvagente. Diede una spinta gentile al corpo, che spar sotto le onde.
Porse il giubbotto al marinaio e cerc di pensare alla mossa successiva. Sentiva urlare dallo zatterone, sembravano tanti. Qui, qui! continuavano a ripetere. Abbiamo uno zatterone.
A McCoy sembr quasi che volessero compagnia e in cuor suo diede loro ragione. Le sue gambe erano libere, ma aveva l'impressione che qualcosa avrebbe potuto afferrarlo da un momento all'altro. All'inferno, pens, e si tolse il giubbotto lanciandolo al marinaio. Poi respir a fondo e prese a nuotare.
Nuot in profondit, tornando a galla ogni tre metri per respirare. Pensava ci fossero solo un centinaio di metri fra lui e lo zatterone, ma in ogni caso era dura. Quando riusc a raggiungerlo boccheggiava ed era quasi svenuto. Agit le braccia finch non riusc ad afferrare una cima che pendeva dal bordo. Vi si aggrapp, sputando nafta e guardandosi la mano come se non gli appartenesse. Lentamente la vide aprirsi e mollare la cima. Poi cominci ad affondare.
In quel momento sent qualcuno afferrarlo per i capelli e tirarlo a bordo. Si iss raccando, poi osserv l'orribile spettacolo dei marinai che erano gi a bordo. Rimase sbalordito nel vedere un uomo ustionato al punto di non avere pi pelle sulle braccia. Il dolore dell'uomo era cos intenso che dalla sua bocca, mentre fissava il cielo con sguardo impotente, non usciva nessun suono.
McCoy s'infil due dita in bocca e ricominci a raccare, nel tentativo di liberare il corpo dalla nafta e dall'acqua salata. Inalare i vapori del combustibile era pericoloso quanto ingerirlo e temette che i suoi polmoni fossero danneggiati.
Sullo zatterone c'erano altri quattro marinai, tutti in preda a conati di vomito. Lo zatterone era un rettangolo di balsa due metri per tre su cui era appoggiato un telone grigio. Era gi danneggiato. Met della prua era scomparsa e il pagliolato di legno intrecciato era a pezzi. Era appeso fuori dell'intelaiatura a cime che pendevano per circa un metro e mezzo sotto la superficie dell'oceano. McCoy non era propriamente seduto sull'imbarcazione: vi era aggrappato con le braccia.
Le onde mattutine sollevavano di quattro metri l'imbarcazione ogni dieci secondi, poi la mollavano di colpo lasciando gli uomini senza sostegno. Il brusco movimento faceva rimbalzare la testa di McCoy come se fosse colpito ripetutamente da un pugno. Gli facevano male le gambe e le braccia; gli sembrava di aver ricevuto un calcio nel petto. A causa delle onde alcuni soffrivano il mal di mare, aumentando la nausea indotta dalla nafta ingerita. McCoy si guard intorno e decise che aveva fatto una sciocchezza. Quello non era un bel posto in cui stare.
Nessuno parlava, le urla erano cessate. Sulle prime McCoy non riusc a identificare i suoi compagni di sventura, tutti ricoperti di nafta. Faticava a ricordare il suo stesso nome. A poco a poco, liberatosi gli occhi dalla patina oleosa della nafta, si ritrov in una scena bizzarra. In un angolo c'era un giovane alto e ossuto di nome Bob Brundige, figlio di un agricoltore del Tennessee, che forse non aveva ancora compiuto i 19 anni. Il ragazzo lo guard in silenzio da dietro la maschera nera della nafta. McCoy non riusc a sopportare lo sguardo che gli scoccavano quegli occhi funesti.
In un altro angolo dello zatterone c'era un piccolo e tranquillo marinaio diciottenne del North Carolina di nome Felton Outland, uno dei cannonieri dei pezzi antiaerei. Si era allontanato dall'Indy senza nemmeno bagnarsi i capelli. Ma poi, come McCoy, era stato risucchiato dall'affondamento della nave e per poco non era annegato. Era vestito di tutto punto, camicia azzurra e pantaloni da fatica, il bianco berretto tondo ficcato in un taschino. Non sembrava ferito(3).
C'erano anche il diciannovenne Ed Payne, figlio di un agricoltore del Kentucky, e Willis Gray, ventottenne di Chicago. Payne e Gray, rabbrividendo nello zatterone beccheggiante, indossavano solo T-shirt e pantaloni da fatica. Entrambi erano scappati dai cameroni dell'equipaggio e non avevano avuto il tempo di vestirsi prima di gettarsi dalla nave(*2).
Va bene, prendetevela comoda, annunci McCoy. Verranno a prenderci in mattinata, non appena si accorgeranno che non siamo arrivati a Leyte. D'accordo? Quindi cerchiamo di vedere il lato positivo della situazione.
Outland intervenne dicendo qualcosa d'incoraggiante, mentre Brundige si limit a grugnire. Payne e Gray continuavano a raccare.
Attaccati a questo zatterone ce n'erano altri tre, dati volta fra di loro da una cima di tre metri, per un totale di 17 uomini. Nello zatterone immediatamente dietro quello di McCoy c'era il nostromo Mike Kuryla, anche lui scampato per miracolo dal risucchio creato dalla nave mentre affondava. A ogni ondata i quattro zatteroni entravano in collisione sbattendo gli uomini contro i bordi o scaraventandoli
sul fondo semisommerso, dove affondavano completamente prima di riapparire sputacchiando.
Kuryla stava raccando ma sembrava in uno stato migliore di quello di McCoy. Si era imbattuto nello zatterone una mezz'ora prima e le sue urla avevano aiutato Payne, Outland, Brundige e Gray a trovare un rifugio relativamente sicuro su quell'imbarcazione. Kuryla si pieg di lato e prese quella che sembrava una palla nera di grasso. Tolto il rivestimento, apparve una cipolla tutta unta di nafta. Per sicurezza la infil nel giubbotto salvagente.
McCoy riusc a recuperare una scatola di tavolette di latte al malto dalla cima di un'onda di passaggio. Frugando dentro lo zatterone non trov invece nulla di utile. Avrebbe voluto mettere le mani su uno specchio da segnalazioni o almeno su qualche razzo. Rizzato allo zatterone in un'imbragatura di cavi c'era un barilotto per l'acqua dolce, ma era vuoto e McCoy pens che non fosse nemmeno stato riempito prima della frettolosa partenza della nave. Affamato, mangi una tavoletta di latte al malto, che per gli fece venire ancora pi sete. Aveva la lingua e le labbra secche come un osso.
Era chiaro che la situazione andava solo peggiorando. Decise di fare qualcosa: avrebbe pulito la pistola. Infil la mano nell'acqua e trov la fondina ancora attaccata alla cintura dei calzoni da fatica. Ne estrasse la 45 e la tenne sollevata per far sgocciolare l'acqua dalla canna. Poteva smontarla e rimontarla a occhi chiusi e fu proprio questo che adesso cerc di fare. Pens che prima o poi lui e i suoi compagni avrebbero avuto bisogno di qualcosa con cui fare segnalazioni a un aereo di passaggio o a un'unit di salvataggio.
Chiese a tutti di porgergli le mani, poi sistem i vari pezzi dell'arma sui palmi tesi. Con la T-shirt tolse la nafta dal caricatore e dall'impugnatura, ma si tratt in ogni caso di una pulizia sommaria. Quando una latta di nafta gli pass accanto galleggiando, l'afferr e con quella ingrass i meccanismi di sparo dell'arma.
Kuryla non riusciva a crederci: quel pazzoide di marine stava pulendo la pistola in mezzo all'oceano. McCoy mise un colpo in canna e annunci che l'arma era pulita. Poi vide qualcosa galleggiare all'orizzonte, qualcosa di grosso e grigio. Puntava dritto verso di loro.
Lo vedi? chiese a Kuryla. Era sempre pi convinto che fosse una nave ed era sicuro che fosse venuta a salvarli. Alz la pistola e spar un colpo.
Il rumore fu subito inghiottito dall'aria. McCoy sbirci ansiosamente nell'oscurit, sperando di scorgere un segnale di risposta dalla nave. Niente, non vide niente.
Ma che fanno?
Infil un altro proietto e spar di nuovo.
Figli di puttana! Perch non ci avvistano? Poi gli venne in mente un pensiero tremendo: e se gli avessero risposto sparando? All'improvviso si rese conto che quella sagoma poteva essere quella di un sommergibile. O forse di un cacciatorpediniere giapponese(*3). Si sent sciocco come mai in vita sua. Si chiese se per caso non fosse impazzito senza accorgersene. Cap di dover controllare meglio i suoi pensieri e le sue azioni. Sent che stava di nuovo per raccare.
Il dottor Haynes e il suo gruppo erano sull'orlo del collasso. Riunire gli uomini era stato un compito devastante e al medico era sembrato che non sarebbero mai riusciti a portarlo a termine. Non fosse stato per gli sforzi infaticabili di padre Conway e del capitano Parke, gli uomini si sarebbero dispersi in tutte le direzioni.
Contatevi! url il capitano Parke. A bordo i ragazzi avevano sempre sostenuto che l'ufficiale dei marine era
un tipo rognoso, ma pensavano pure che era in grado di apprezzare i meriti e le virt. Dapprima lentamente, cominciarono a contare ad alta voce, finch non arrivarono a 400. Per Haynes fu una stupefacente dimostrazione di capacit di comando e resistenza da parte di Parke. L'ufficiale ordin poi di dar volta insieme i giubbotti salvagente in modo da impedire che andassero alla deriva. La cosa funzion. Istintivamente ognuno avvolse gambe e braccia intorno all'uomo che gli stava davanti. In questo modo potevano anche adagiarsi sul petto di chi stava dietro. Insieme andarono alla deriva scrutando nella soffocante e monotona oscurit.
Nel centro di questo cerchio umano il dottor Haynes galleggiava nel suo giubbotto salvagente. Come la maggior parte degli uomini, aveva il volto coperto di nafta. Molti marinai non lo riconobbero. Ben presto cominciarono a urlare: Ehi, qualcuno ha visto un medico? Abbiamo bisogno di un medico qui!
Haynes valut la richiesta. Provava un certo strano disagio a presentarsi. Sapeva che sarebbe stato pi facile ritrarsi, scivolare inosservato fra i marinai evitando di assumersi la responsabilit di curare chi stava gi troppo male. La prospettiva di affrontare tutta quell'infelicit senza l'aiuto di farmaci o strumenti lo riempiva di terrore.
Poi ud una voce: il tuo compito  far star bene la gente. Era come il sussurro di sua madre. Non ci aveva pensato molto ultimamente. In quel momento se la raffigur con suo padre nella confortevole casa sulla 5th Street a Manistee, Michigan. Si chiese se stesse osservando il lago, com'era sua abitudine, e se ci fosse il sole. Il padre doveva essere nello studio odontoiatrico a fare qualche otturazione ai contadini della zona. Quando usc dalle sue fantasticherie cap subito quel che avrebbe dovuto fare.
Alcuni marinai stavano raccando con tale violenza da fare addirittura capriole nell'acqua. Cercando di mantenersi calmo, Haynes esclam: Qui! Da questa parte! Dov' il marinaio che sta male? Quindi si mosse verso il gruppo.
Una dozzina di marinai teneva a galla un corpo immobile, un gesto di notevole forza se si considera che dovevano anche battere furiosamente i piedi nell'acqua per tenersi in superficie.
L'uomo in questione era in brutte condizioni. Aveva gli occhi bruciati. Sulle mani non c'era pi carne e rimanevano solo i tendini scoperti. Gli uomini lo sorreggevano in modo che quelle ferite non venissero bagnate dall'acqua salata.
Haynes lo riconobbe subito. Era il suo buon amico e compagno di bisbocce Stanley Lipski, ufficiale all'artiglieria. Rimasto accecato, era riuscito miracolosamente ad allontanarsi dal ponte alloggi e a gettarsi in acqua. Haynes capiva che i dolori di Stanley dovevano essere intollerabili. Lui stesso riusciva a stento a guardare il suo vecchio amico, che gemeva piano. Era una pellaccia, Haynes lo sapeva, ma sapeva pure che non gli restava molto da vivere. Con il cuore stretto si allontan per portare aiuto a chi avrebbe potuto farcela.
All'orizzonte era apparso il chiarore che annunciava l'alba. Il dottor Haynes preg che la luce del giorno portasse un po' di conforto a quegli uomini.
A nord-est dei gruppi di Haynes e di McCoy, il comandante McVay stava formulando il suo piano per sopravvivere(5). A parte la nafta negli occhi, non era ferito n soffriva fisicamente. Si sentiva anzi davvero in forma. Perfino il suo orologio da polso funzionava perfettamente. Ma non riusciva a togliersi di dosso il timore di essere l'unico superstite della nave.
Poi qualcosa lo tocc. Era una cassa di patate. Vi salt sopra e vi si mise a cavalcioni, continuando a scrutare l'orizzonte. Ma non riusc a scorgere nessun superstite.
Ud voci in lontananza. Due zatteroni scarrocciarono nella sua direzione, apparendo nell'oscurit, e lui prese a remare dall'alto della cassa di patate. Scoperto che erano vuoti, sal a bordo di uno e subito diede volta all'altro. All'improvviso giunse un grido: Aiuto! C' qualcuno laggi?
S! Sono il comandante! Aiutandosi con un remo si avvicin e vide tre volti anneriti e irriconoscibili. Fece salire a bordo del suo zatterone un nostromo di nome Vincent Allard, poi aiut gli altri due a salire sulla seconda imbarcazione.
McVay conosceva bene Allard. Il trentatreenne capo di prima classe aveva servito tre anni a bordo dell'Indy - fin dai tempi del bombardamento delle Aleutine all'inizio della guerra del Pacifico - sotto cinque diversi comandanti. Un nostromo aiutava il suo comandante nell'applicazione quotidiana dei regolamenti di bordo e mai come quella mattina McVay fu felice di vederlo.
Con Allard c'erano Angelo Galante, ventenne, e Ralph Klappa, diciottenne, due marinai di prima nomina. Klappa infatti era salito a bordo dell'Indy solo a San Francisco, Galante pochi mesi prima. I due erano dei veri novellini e McVay temette che morissero. A quanto sembrava, avevano ingoiato una gran quantit di acqua salata e nafta e adesso raccavano a pi non posso.
Venti minuti pi tardi ebbero un colpo di fortuna. Nella prima luce del mattino apparve uno zatterone. A bordo c'era il ventiduenne John Spinelli, un cuciniere del New Mexico la cui moglie aveva di recente dato alla luce una bambina. (Il marinaio aveva ricevuto l'ordine di tornare alla nave a Mare Island mentre era in visita alla moglie in ospedale, due giorni dopo la nascita della figlia.) Con Spinelli c'erano John Muldoon, un assistente macchinista trentenne di New Bedford, Massachusetts, che faceva parte dell'equipaggio dell'Indy da due anni, il capo furiere Otha Havins di 22 anni e il suo amico Jay Glenn, ventunenne assistente motorista d'Aviazione, e George Kurlick, ventiduenne, pompiere di bordo. Kurlick era nudo e aveva indosso solo il giubbotto, mentre gli altri erano vestiti con camicie e pantaloni da fatica(6). A parte il persistente bruciore agli occhi causato dalla nafta, nessuno di loro era gravemente ferito.
Ragazzi, siamo noi gli unici superstiti? domand McVay, esaminando la variopinta accozzaglia di uomini. Spinelli non lo sapeva. Solo poche ore prima stava giocando a pinnacolo con i suoi compagni nella panetteria della nave, davanti a un vassoio di panini appena sfornati che si raffreddavano sul tavolo. Poi il mondo era affondato sotto di lui. La presenza del comandante costituiva tuttavia un grande conforto.
McVay assunse il comando dei tre zatteroni, di una rete galleggiante e degli otto marinai, una flottiglia malconcia che tuttavia intendeva guidare con immutata imparzialit e dura disciplina di mare. Non preoccupatevi, verranno a salvarci. Abbiate fiducia e fatevi coraggio.
Quelle parole suonavano false. McVay sapeva benissimo che non c'era nessuna garanzia che i soccorsi giungessero presto. Sperava che i piloti degli aerei rimorchiatori di bersagli che, alle 6 di marted 31 luglio, avrebbe dovuto incontrare per l'addestramento al tiro vicino all'isola di Homonhon, 50 miglia a est di Leyte, avrebbero riferito al loro comando di non aver trovato la nave(*4). Se non avessero riferito del mancato appuntamento, riflett McVay, e se nessuno avesse ricevuto l'SOS, le operazioni di salvataggio sarebbero iniziate quando l'Indy non fosse apparso nel porto di Leyte marted a mezzogiorno.
Tenendo ben presente tutto ci, disse ai suoi uomini che potevano aspettarsi l'arrivo dei soccorsi per gioved. Annunci fiducioso che sarebbero state le navi e non gli aerei a rintracciarli. Gli aerei volano troppo alto per avvistarci, spieg.
I ragazzi, bench indeboliti e spaventati, si sentirono incoraggiati nelle loro speranze.
All'alba, quando il sole si lev all'orizzonte e cominci il suo viaggio nel cielo, la temperatura sal dai 26 gradi notturni a pi di 37 gradi. A soli 12 gradi a nord dell'equatore il calore era insopportabile. Le teste scoperte degli uomini cuocevano letteralmente mentre remavano storditi.
Il grosso gruppo guidato dal guardiamarina Harlan Twible e da Richard Redmayne sembrava avere tutto ci che occorreva per la sopravvivenza - zatteroni, reti galleggianti e cibo -, ma non c'era coesione fra gli uomini. Al contrario del gruppo guidato da Haynes, Parke e padre Conway, che si comportava come un'unit determinata a sopravvivere, era pi che altro un'accolita di anime alienate. Redmayne, pur essendo un ufficiale, non era in grado di comandare.
Il guardiamarina Twible cercava di compensare questa incapacit, ma non aveva nessuna esperienza. Tuttavia aveva fatto tesoro dell'addestramento all'Accademia Navale e adesso s'impegnava in una precisa imitazione di quello che riteneva dovesse essere il comportamento di un ufficiale. Non voleva ingannare nessuno, tentava solo di tenere in vita quegli uomini e di organizzare un qualunque piano di sopravvivenza. Tre settimane prima era in viaggio su un treno che attraversava il Paese, diplomato di fresco all'Accademia. Adesso pi di trecento volti coperti di nafta lo fissavano mentre emanava gli ordini. Quando disse di dar volta insieme i salvagenti, lo sguardo vacuo dei loro occhi lo sbalord. Pochi obbedirono.
Poi dal gruppo si lev una voce: Avete sentito l'ufficiale? Obbedite! Era Durward Horner, un capo cannoniere, un vecchio lupo di mare molto rispettato dall'equipaggio.
Twible vide un marinaio che teneva in mano una bottiglia di whisky. Non riusciva a crederci. Che cosa aveva pensato quell'uomo mentre lottava per allontanarsi dalla nave? Gettala! gli ordin. Ti far solo male. Di malavoglia il marinaio gli consegn la bottiglia e il guardiamarina la svuot in mare.
Liberatosi dal bugliolo che gli era arrivato in testa quella
notte, Jack Miner si sentiva stordito, ma cerc di obbedire agli ordini. Mentre Twible li obbligava a togliersi le scarpe perch potessero nuotare pi facilmente, Miner abbass lo sguardo e vide qualcosa guizzargli tra i piedi. L'immagine dur solo pochi secondi, poi scomparve. Non ci pens pi.
Due miglia a sud di questo gruppo, il dottor Haynes, il capitano Parke e padre Conway non si lasciarono spaventare dal caldo tormentoso della giornata. Un marinaio trov un salvagente e lo consegn a Parke, che subito ne escogit un uso. Assicurata al salvagente c'era una cima di 60 metri e il capitano ordin a tutti gli uomini in grado di farlo di afferrarla saldamente. Come spinta da un vento invisibile la cima cominci ad arrotolarsi intorno all'epicentro del salvagente. Con gli uomini attaccati a essa, si mosse lentamente in cerchio, creando un fiore di dolore con i feriti pi gravi all'interno.
Parke ordin a Haynes di entrare nel cerchio e di restare con i feriti, mentre padre Conway si teneva ai bordi a confessare i credenti e a dare l'estrema unzione a chi era troppo grave per riuscire a sopravvivere. Molti uomini - quasi la met - erano nudi o vestiti in modo sommario con una maglietta, altri indossavano una camicia o le scarpe. Alcuni avevano solo il berretto. Con il progredire del giorno, tuttavia, il morale and migliorando e presero allegramente a maledire la loro situazione. Riuscito a sopravvivere al siluramento, il gruppo era preda di una strana allegria nervosa. A volte ridevano e, urlando, si sovrastavano con le voci come partecipanti a un veglione di Capodanno. Erano sicuri che i soccorsi sarebbero arrivati dopo un paio di giorni.
Intorno alle 10 uscirono all'improvviso dalla vasta macchia di nafta e davanti a loro apparve il verde del mare sgombro. L'effetto fu fantastico. Eccoli sospesi nello spazio, fra cielo e terra. Un complesso sistema di vita marina - che comprendeva cernie gigantesche, enormi meduse con
pungenti tentacoli e grossi barracuda - s'intrecciava sotto di loro(8).
Ma il sollievo fu di breve durata. Il mare pullulava anche di dozzine di batteri e organismi aggressivi, che mentre gli uomini andavano alla deriva presero ad attaccare le loro carni. La stessa acqua di mare era una miscela caustica, composta per il 3,5 per cento da cloruro di sodio e contenente tracce di solfato, magnesio, potassio, bicarbonato e acido borico. Galleggiarvi non era molto diverso dall'essere immersi in un bagno leggermente acido. Ogni volta che si levava uno spruzzo, gli uomini inghiottivano piccole quantit d'acqua. Gli alti livelli di potassio presenti in ogni sorsata cominciarono a immettersi nella circolazione sanguigna e a corrodere i globuli rossi, creando la prima maglia di una catena che, lasciata a se stessa, poteva condurre all'instaurarsi dell'anemia e di una sempre maggiore debolezza fisica.
Ogni volta che i naufraghi inalavano gli spruzzi salati, aspirandoli incidentalmente, si verificava ci che i medici chiamano riduzione del plasma: i loro polmoni stavano cominciando a riempirsi di fluido e il continuo accumulo poteva causare un inizio di edema polmonare. L'edema avrebbe provocato difficolt respiratorie, un calo del contenuto di ossigeno nella circolazione sanguigna e infine battiti cardiaci irregolari e rapidi.
Verso la fine della mattinata le onde si placarono, il mare divenne piatto e il sole sparse tutt'intorno a loro milioni di luccicanti medaglioni. Gli occhi, abbagliati, bruciavano. Per alcuni il dolore divenne insopportabile. Anche con gli occhi chiusi credevano di vedere i riflessi del sole. A ogni battito di palpebra era come se un pezzo di carta vetrata passasse sulle loro cornee infiammate. Erano i primi stadi della fotofobia.
Il dottor Haynes ordin di tagliare a strisce gli indumenti per ricavare una benda da mettersi intorno agli occhi. Mentre andavano alla deriva, sembravano uomini pronti a fronteggiare un plotone d'esecuzione. Haynes sapeva che la situazione era grave, ma pensava di poterla tenere sotto controllo se solo i ragazzi si fossero protetti gli occhi. Not inoltre che la cornea di alcuni cominciava a gonfiarsi per l'esposizione all'acqua salata. Un senso d'inutilit ebbe la meglio sui suoi istinti paterni e sulla sua deontologia professionale. Sapeva che con il passare delle ore gli uomini avrebbero potuto trasformarsi in bombe a orologeria e cominciare a detonare tutt'intorno.
Il comandante McVay e il suo disastrato equipaggio trascorsero il luned mattina in una situazione tutto sommato confortevole(9). I nove uomini si erano acquattati sui bordi dei loro zatteroni. A un certo punto scoprirono che la nafta che per poco non li aveva avvelenati serviva da eccellente protezione solare. McVay ordin di cospargerla sulle parti esposte.
Durante la giornata apparvero aerei, alcuni molto lontani, altri pi vicini. Sebbene il comandante avesse sostenuto che non sarebbero stati gli aerei a farsi vedere per primi, la loro apparizione fu accolta con gioia e sollievo da lui stesso e dagli uomini. Ogni volta che ne passava uno, ordinava di scalciare in acqua e di sollevare spruzzi nel vano tentativo di attirare l'attenzione. Alle 13 avvist quello che secondo lui doveva essere un bimotore da bombardamento in volo verso ovest. Gli fece segnali con lo specchio metallico, ma senza risultato. Alle 15 vide un B-24 o un B-29, non ne era sicuro, diretto a sud. Nemmeno questo rispose ai segnali con lo specchio. Quegli aerei erano decollati da Tinian e da Okinawa ed erano quasi sicuramente diretti verso le Filippine.
McVay registr ogni avvistamento su un libro di bordo provvisorio fatto con pezzi di carta trovati nei portafogli dei suoi uomini(10). Era deciso a comportarsi come se fosse ancora a bordo della sua nave. Con pazienza insegn agli
uomini l'uso dei segnali con lo specchio e con i razzi. Ma mentre passavano altri aerei, tutte queste pratiche risultarono inutili.
La cosa sciocc qualcuno dei ragazzi, ma non il comandante.  sempre cos. Se un pilota non si aspetta di vedere niente, be', non vedr niente.  troppo occupato a pilotare il suo aereo.
Fece anche un inventario delle razioni disponibili. Trov diverse scatolette di Spam e di biscotti, un paio di scatole di tavolette di latte al malto, una cassetta del pronto soccorso, razzi e pistola lanciarazzi e una scatola contenente lenze e ami. Abbastanza, pens, da resistere almeno dieci giorni in mare. Ordin all'equipaggio di stabilire turni di guardia di due ore per l'osservazione degli aerei.
A un certo punto vide uno dei barilotti di legno d'acqua dolce scarrocciare sulle onde e lo al a bordo. Valeva tanto oro quanto pesava e gli uomini lo accolsero con gioia. McVay si accorse che sfortunatamente il barilotto era scheggiato, ma agitandolo sent ancora del liquido al suo interno. Lo port alle labbra e bevve. Il sapore era tremendo: conteneva solo acqua salata. Avendo capito quanto i ragazzi fossero vulnerabili, abbass il barilotto e sorrise. L'acqua, disse, era buona, ma era meglio tenerla da parte per quando ne avessero avuto realmente bisogno. Poi li invit a tener gli occhi fissi al cielo alla ricerca di aerei.
Era un tratto caratteristico del comandante. Una volta, a bordo dell'Indy, si era reso noto presso i marinai comuni per essersi messo in fila alla loro mensa - gli ufficiali ne avevano una propria -, in attesa del suo turno di mangiare la cosiddetta merda sull'asse servita alla bassa forza. Aveva sentito gli uomini lamentarsi del cibo e aveva deciso di provarlo di persona. Dopo che il cuciniere ebbe attentamente versato la sbobba nel suo vassoio ammaccato, McVay si era seduto e aveva mangiato. Non era terribile, ma di certo mediocre, il che, dal punto di vista di McVay, poteva costituire un reato ancor peggiore. Si alz, si avvicin ai cucinieri e dichiar: Questi uomini lavorano duro per la nave. Assicuratevi di farli mangiare maledettamente bene. Non voglio pi sentire lamentele.
McVay - come il soldato McCoy e il dottor Haynes alla deriva nelle vicinanze - non voleva rinunciare a sperare. Pensava che i soccorsi sarebbero arrivati. Ma era un uomo sensato e non si faceva troppe illusioni. A che cosa serviva preoccuparsi?
Sotto di loro, salendo dalle profondit, attirati forse dal rumore delle esplosioni dell'Indy o dalla scia di sangue lasciata dai feriti e dai morti, i timori pi intensi dei naufraghi prendevano corpo a poco a poco.
Al tramonto di quel luned centinaia di squali li circondarono. Erano squali tonno, tigre, azzurri e bianchi. Risalendo alla velocit di un uomo che stia correndo, gli squali apparvero dalle scure profondit nel pallido lucore dell'incombente notte, verso un cielo privo di stelle. Mentre il calore del giorno si stemperava in una serata relativamente fresca, gli uomini stesi sugli zatteroni, appesi alle reti galleggianti o ballonzolanti nei giubbotti salvagente cominciarono a sentire qualcosa sotto di loro: spinte e calci scambiati per collisioni con i compagni che si muovevano in acqua.
Si appisolarono e piombarono in un sonno profondo, almeno quelli cui le ferite permettevano di riposare. Si svegliarono spesso di soprassalto, fissando nel buio e domandandosi: Chi c' l sotto?
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Asterischi.
*1. La posizione dei superstiti alla deriva non era stata ancora stabilita mentre scrivevo questo libro. Le posizioni stimate vi appaiono per gentile concessione dell'esperto di salvataggi sottomarini Curt Newport, che nel 2000, in societ con Discovery Channel, ha cominciato una serie di ricerche in profondit per individuare la tomba dell'Indianapolis. Le posizioni di deriva sono arrivate grazie al CASP (Computer-Aided Simulation Program), il sistema usato attualmente dalla Guardia Costiera per stabilire con la massima precisione possibile la posizione dei superstiti di un naufragio.
*2. Personaggio addirittura stoico e certamente gentile, che ha parlato di rado della sua esperienza a bordo dell'Indy, Felton Outland non ricorda che Ed Payne fosse a bordo dello zatterone; ricorda invece un altro marinaio, un cuciniere di nome David Kemp. Quando gli  stato chiesto se Payne fosse a bordo dello zatterone - come sosteneva McCoy -, non lo ha negato. Kemp mor nel 1985. Outland e McCoy sono gli unici superstiti di questo gruppo.
*3. In realt quello che avevano avvistato era l'I-58 giapponese che li aveva affondati. Il comandante Hashimoto avrebbe spiegato in seguito di essere tornato in superficie per cercare conferma al suo centro. Non avendo trovato nulla ci aveva rinunciato dopo un'ora(4).
*4. I piloti non riferirono di non aver trovato l'Indy all'ora stabilita. Forse la richiesta di McVay non era mai stata inoltrata(7).
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7.
SQUALI ALL'ATTACCO.
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Si avvicinarono e presero a girare in tondo per ore intere. E qualcuno disse: "Sono motovedette!" E un altro ribatt: "No, quelli sono squali. Non vedi la scia che fanno?" Alla fine attaccarono: ci sospinsero letteralmente fuori dall'acqua. Noi ci agitammo cercando di tenerli alla larga, ma vennero dritto addosso al gruppo. Scaraventarono in aria la rete e tutto il resto. Strapparono gli arti dei marinai. L'acqua era insanguinata.
Gus Kay, comune di prima classe, USS Indianapolis.
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Secondo giorno Marted 31 luglio 1945.
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Gli squali attaccarono all'alba di marted.
McCoy guard dal bordo dello zatterone e li vide avvicinarsi in gruppi frenetici. Come figure intrappolate in una vetrina, gli enormi pesci grigi salivano a spirale verso la superficie. Ges, pens mettendosi a sedere, la situazione si fa grave.
Avevano cominciato ad attaccare nella notte di domenica, ma nel buio molti superstiti disorientati non se n'erano accorti. Allo spuntare del giorno di luned McCoy aveva visto un uomo avvolto nel giubbotto, apparentemente addormentato, scomparire all'improvviso. Aveva atteso che il giubbotto riapparisse in superficie, ma non era pi tornato a galla.
Con ogni probabilit gli squali che adesso si stavano riunendo intorno ai naufraghi avevano seguito l'Indy per giorni.  abitudine degli squali andare appresso alle navi e cibarsi dei rifiuti che vengono regolarmente gettati fuori bordo. L'Indy, costruito in acciaio, emetteva correnti elettriche a bassa intensit che potevano aver stimolato e attirato i predatori degli abissi.
Fino a quel momento, a quanto pareva, gli squali si erano cibati essenzialmente di cadaveri, sbranando i corpi quando toccavano il fondo dell'oceano. Oppure si erano concentrati sui naufraghi solitari. Adesso, invece, si dirigevano verso i grandi gruppi che si erano costituiti nelle ultime 36 ore. I marinai senza indumenti erano quelli che correvano i rischi maggiori(1). I pesci rilevavano i contrasti di colore, come
quello di un corpo sbiancato dall'acqua stagliato contro il mare azzurro intenso.
Gli squali sono fra i pi antichi predatori del pianeta e risalgono a 400 milioni di anni fa, ma fortunatamente, almeno sino a quella mattina, i naufraghi non avevano pensato alla possibilit di un attacco del genere. La maggior parte di quei marinai - molti dei quali si trovavano lontani da casa per la prima volta in vita loro - aveva avuto pochi contatti con il mare e gli squali erano materiale per storie e racconti. Le tradizioni marinare abbondavano di consigli su come comportarsi in caso di attacco, ma nessuno aveva pensato a un modo efficace per proteggere se stesso in mezzo all'oceano. Di certo, mentre il sole si districava a fatica dalle foschie notturne, i deboli e malconci superstiti dell'Indy non erano preparati ad affrontare quel pericolo.
La verit era che il comando della Marina non era in grado di dire nulla ai ragazzi su come fronteggiare un incontro con gli squali. L'addestramento di base aveva insegnato ai marinai ad agitare l'acqua per spaventare i predatori(*1). Nel 1943 la Marina aveva cercato di sviluppare un mezzo atto ad allontanare gli squali e aveva inventato un prodotto repellente da fissare al giubbotto salvagente noto come Life Jacket Shark Repellerti Compound Packei? Era fatto di vernice nera, carne di squalo in decomposizione e acetato di ammonio, e doveva essere usato dal naufrago una volta estratto da una tasca del giubbotto salvagente. Si pensava che la combinazione di odori cattivi e colori scuri avrebbe protetto lo sfortunato naufrago dall'attacco. Ma i superstiti
dell'Indy non erano equipaggiati con quel composto (che in ogni caso si sarebbe rivelato inutile). Tutto ci che avevano quegli uomini per combattere le iene del mare - come i marinai chiamavano gli squali - erano fortuna, fegato e quel che rimaneva del loro buon senso.
Non si hanno prove che gli squali preferiscano la carne umana alla loro solita dieta di pesci(4). N  stato stabilito scientificamente che privilegino le persone ferite o sanguinanti rispetto a quelle sane. I biologi non sono nemmeno sicuri del perch gli squali attacchino gli esseri umani: forse -secondo l'ipotesi pi accreditata - perch emettono basse frequenze irregolari e odori che assomigliano a quelli dei pesci feriti. Sono divoratori opportunistici (soprattutto gli squali tigre) e si  scoperto che mangiano anche tartarughe, gabbiani e scatolette di latta. Perfino i sommergibili sono stati attaccati, e i cavi oceanici di fibre ottiche morsicati e danneggiati. Fra gli oggetti trovati negli stomaci di squali sono da annoverare un'intera armatura, un barile di chiodi, un rotolo di carta catramata, carbone, un impermeabile, scarpe e borse di plastica e, fra gli animali, capre, pecore, lucertole, serpenti, polli, renne e scimmie.
Nel gruppo del dottor Haynes, dove la maggior parte degli uomini aveva indosso solo il giubbotto salvagente grigio, un marinaio si svegli e, ancora stordito e mezzo addormentato, diede uno spintone al compagno accanto per svegliarlo. L'uomo non rispose. Quando il marinaio lo sospinse di nuovo, il corpo dell'uomo si rovesci e si allontan ballonzolando come un giocattolo. La sua parte inferiore era stata divorata esattamente sotto il bordo del giubbotto salvagente.
A un certo punto Bob Gause si allontan dal gruppo per aiutare un marinaio cos esausto da essere sul punto di affogare. Il ragazzo era impazzito alla vista dei pesci che gli giravano intorno. Agitava le mani e chiamava aiuto. Mentre Gause si dirigeva verso di lui, fu intercettato da una grande
pinna dorsale, per cui torn di nuovo, il pi veloce possibile, verso il gruppo. Ben presto il ragazzo in difficolt scomparve.
Mentre gli attacchi degli squali si moltiplicavano, l'ottimismo dei marinai cominci a colorarsi di un senso d'impotenza. Jack Cassidy si era trovato di fronte a uno squalo tigre, da cui era stato infastidito cos a lungo che gli aveva anche dato un nome, Oscar. Lo colp con il coltello di fortuna e infil la lama per alcuni centimetri nel muso dell'animale, ma Oscar se ne and come se non fosse successo niente. Cassidy era furioso - lui lo voleva uccidere, quello squalo - ma fu contento di trovarsi finalmente solo.
Mentre sull'acqua guizzavano in tondo code e pinne dorsali, i superstiti decisero di mantenere la calma, mettendosi le mani a coppa intorno alle orecchie per cogliere urla e rumori strani. Tale determinazione per svan quando un marinaio fu trascinato sott'acqua come il galleggiante di una canna da pesca potrebbe essere trascinato da una grossa carpa(5). La vittima, chiusa tra le mandibole dello squalo all'altezza della vita, fu sospinta urlante sulla superficie dell'acqua. Altri scomparivano tranquillamente senza lasciar traccia, mentre i loro giubbotti tornavano a galla con le cinghie a pezzi, vuoti. Gli squali si eccitavano sempre pi, intensificando gli attacchi.
Capaci di scatti che raggiungono i 43 nodi all'ora, attaccavano usando quella che  nota come la tecnica urta e mordi(6). Si  misurata in laboratorio la potenza del morso dello squalo. Si tratta di una forza applicata di 15 tonnellate per pollice quadrato; il processo di masticazione  stato perfezionato nel corso dell'evoluzione. Le mandibole, sospese a un muscolo intrecciato, permettono agli incisivi di strappare pezzi di carne senza mollare la presa sulla vittima. Gli urti stordiscono la preda, mentre i morsi la consegnano all'eternit.
Circa venticinque squali giravano intorno agli zatteroni di McCoy. La maggior parte, secondo la sua valutazione, misurava tre metri. Li guard mentre passavano vicino agli zatteroni alla ricerca di un varco in cui entrare. Si comportavano, pens il marine, come i lupi che seguono l'odore di un cervo ferito. Lo zatterone di McCoy era spezzato a prua e l infatti c'era la possibilit di entrare. Lui e i compagni si ammucchiarono a poppa dell'imbarcazione mentre uno squalo cercava di passare sotto il legname rotto strisciando contro il fondo.
McCoy indietreggi quando il muso dello squalo, su cui si scorgevano le fosse nasali grandi e scure, morse freneticamente i bordi del buco. Gli occhi dell'animale gli ricordavano le prugne. I denti, lunghi circa cinque centimetri, erano bianchissimi e sporgevano dalla mandibola larga pi di mezzo metro.
Sulle prime McCoy rimase di sasso per la paura. Tolse dalla fondina la sua 45 e tir il grilletto, ma l'arma non spar. Allora prese a scalciare alla cieca cercando di allontanare l'animale dallo zatterone. Il piede sfreg contro la pelle squamosa, ma riusc a colpire l'animale in un occhio. Il marine l'osserv stupito mentre batteva in ritirata. Guardando fuori bordo lo vide contorcersi e dimenarsi quattro metri sotto di lui, gli spasimi ingranditi dalla pura, verde lente del mare. Ma pochi secondi dopo un altro squalo si present davanti allo squarcio dello zatterone.
Altrove, nel gruppo del dottor Haynes, alcuni uomini diventavano perfettamente catatonici durante gli attacchi, mentre altri si agitavano in modo scomposto. Gli uomini all'estremit del gruppo erano quelli che se la passavano peggio. Abbarbicato a una rete galleggiante un marinaio guard in basso e vide centinaia di squali nuotare in cerchio.
Intorno allo zatterone del comandante McVay, uno squalo pass talmente vicino che i marinai cercarono di colpire con un remo il pesce pilota che lo guidava nella speranza di catturarlo e mangiarlo(7). Quando capirono di non poter uccidere il pesce pilota, cominciarono a picchiare lo squalo stesso - un enorme pesce di tre metri e mezzo - sperando di allontanarlo. Ma lo squalo si mise a compiere cerchi sempre pi stretti, a volte anche urtando lo zatterone con la sua pinna dorsale.
Poi, con la stessa rapidit con cui erano cominciati, gli attacchi cessarono. Le orrende forme tornarono nel buio dei fondali. Il mare era cosparso di indumenti e di uomini con braccia e gambe amputate, in procinto di affogare.
La modalit degli attacchi in condizioni di luce bassa, in particolare nelle ore del tramonto e dell'alba, arriv ben presto a marcare il ritmo delle giornate dei naufraghi: gli squali attaccavano la mattina, poi passavano in mezzo ai feriti e ai morenti per tutto il giorno, e assalivano di nuovo i vivi al calar della notte.
A met mattina di marted gli uomini erano profondamente scossi e provati. Ormai non pensavano pi a essere soccorsi: pensavano a sopravvivere agli squali.
Nelle 36 ore trascorse dall'affondamento, il gruppo di Haynes era andato alla deriva per un miglio rispetto al grosso dei naufraghi. Appena dietro, circa quattro miglia a nord, c'erano McCoy e il suo gruppo di quattro zatteroni; quattro miglia a est il comandante McVay, i suoi quattro zatteroni, la rete galleggiante e nove uomini(*2). Dietro McVay, distanziato di un miglio, c'era il gruppo pi grande di zatteroni e di superstiti appollaiati sulle reti galleggianti, guidato da Twible e Redmayne. La formazione a goccia si stava nel frattempo ampliando e ormai si estendeva per 12 miglia sulla direttiva nord-sud e per 13 miglia sulla direttiva est-ovest. I gruppi continuavano ad allontanarsi gli uni dagli altri.
Nel gruppo di Haynes, in cui molti si erano bendati per proteggersi dall'abbagliante luce mattutina e per combattere la fotofobia, gli squali imperversavano, procurando abrasioni con le code squamose alle gambe penzolanti dei naufraghi. Disidratati, con la pelle priva della sua naturale protezione grassa a causa dell'immersione in mare, i corpi rinsecchivano. Le gambe e le braccia di Ed Brown erano coperte di graffi mostruosi che si aprivano al minimo contatto. Il sangue attirava piccoli pesci tropicali che prendevano a mordicchiare la carne esposta, mentre nel contempo i barracuda cominciarono a farsi vedere nei paraggi. Agli uomini sembrava che ogni cosa intorno a loro li volesse morti. Perfino l'aria umida e soffocante del pomeriggio impediva di respirare liberamente a chi soffriva dei primi sintomi di polmonite.
Il dottor Haynes si diresse verso un uomo - ben presto ce ne sarebbero stati numerosi altri - che si guardava bramoso le mani tremanti, unite a contenere l'acqua del mare.
Il giovane lo guard. Che ne dice, dottore? Un sorsetto?
No! lo mise in guardia Haynes. Non puoi berla!
Andiamo! Non pu farmi male, sussurr il ragazzo.
 morte certa... mi capisci?
Il giovane sorrise, un ghigno imperscrutabile, innervosendo Haynes, ma senza recedere dal suo intento. Poi, alla fine, vers l'acqua e si allontan nuotando. Il medico era terrorizzato. Sapeva che, se avessero cominciato a bere l'acqua del mare, sarebbero morti a decine.
A quella latitudine il Pacifico aveva una temperatura costante di 29,5 gradi, molto alta per i parametri degli oceani(9). Tuttavia era inferiore di 7,5 gradi rispetto a quella interna del corpo e dal momento dell'affondamento i marinai erano diventati ipotermici. Tale disturbo influiva in maniera diversa su di loro, in relazione alla percentuale di grassi corporei e alla quantit di indumenti indossati (pi ne avevano meglio era in termini di ritenzione del calore). Ma gli uomini perdevano in media mezzo grado per ogni ora di esposizione in acqua durante le ore notturne, quando la temperatura dell'aria calava intorno ai 26 gradi. Durante la notte, che sembrava molto fredda in paragone agli oltre 37 gradi del giorno, la temperatura corporea scendeva di 7 gradi.
Non appena il sole calava, con la velocit tipica dell'astro all'equatore, gli uomini cominciavano a tremare in modo irrefrenabile. Si trattava di un espediente del corpo per generare calore, ma quadruplicava il tasso di ossigeno consumato. L'ipotermia deprime il sistema nervoso centrale, mentre il corpo rallenta i suoi ritmi per conservare energia, e a una temperatura interna di 34 gradi (tre sotto la norma) diventa difficile parlare, s'instaura una sorta di apatia insieme con una caratteristica amnesia. A circa 30 gradi i reni arrestano la loro opera di filtraggio - si smette di urinare - e inizia l'ipossia, ovvero la mancanza di ossigeno a livello dei tessuti. Il respiro si fa faticoso, il cuore batte irregolarmente e la coscienza diminuisce. Il malato cade in uno stupore disorientato.
All'alba di marted il dottor Haynes stim che la temperatura corporea dei naufraghi dell'Indy si aggirasse intorno ai 33 gradi. In seguito, dopo l'attacco degli squali, quando il sole si lev e cominci a scaldarli, la loro temperatura aument di un grado, fino a un massimo di tre. In sostanza gli uomini si trovavano adesso in una situazione in cui le energie scemavano e tornavano con sbalzi improvvisi. Ma, in ogni caso, stavano creando un deficit organico che nemmeno il calore del giorno sarebbe stato in grado di compensare. Con la diminuzione della temperatura corporea, si avvicinavano sempre pi al rischio di perdere la vita.
Sulla terra, a circa 300 miglia da l, nel mar delle Filippine, l'ufficio del direttore del porto di Leyte era in piena attivit quel marted mattina. Nella rada erano ormeggiate le navi
da guerra delle flotte di Nimitz e di MacArthur, in attesa di essere rifornite di vettovaglie e combustibile.
Le installazioni dell'isola, ricavate in mezzo alla giungla grazie all'opera delle forze d'invasione americane, erano un intrico di strade di ghiaia, baracche Quonset e comandi militari(*3). Le jeep ruggivano nel caldo soffocante e nella polvere per consegnare i rapporti sul progredire dei piani d'invasione.
A Leyte c'erano due comandi centrali, uno subordinato all'altro. Nel villaggio di Tolosa risiedeva la Frontiera Marittima delle Filippine, sotto il comando del commodoro facente funzione Norman Gillette (lo stesso che aveva fatto rientrare i rimorchiatori mandati a cercare l'Indy)(11). A 12 chilometri di distanza, sulle spiagge dell'isola, nel villaggio di Tacloban, c'era la base navale operativa del golfo di Leyte, sotto il comando del commodoro Jacob Jacobson, lo stesso Jacobson che nelle ore notturne del 30 luglio era stato svegliato nel suo alloggio da Clair Young con la notizia che l'Indianapolis era appena stato affondato. A rapporto da Jacobson c'erano due ufficiali, il capitano di corvetta Jules Sancho, direttore del porto della base navale, e l'ufficiale addetto alle operazioni dello stesso Sancho, tenente di vascello Stewart Gibson. Sancho e Gibson erano ufficiali nuovi e inesperti. Il loro compito era sorvegliare le rotte del traffico navale in entrata e in uscita nella baia di San Pedro. Nell'ufficio del direttore del porto il ritmo era frenetico. Solo nell'ultimo mese Gibson aveva fissato la rotta di oltre 1500 navi, per lo pi mercantili addetti al rifornimento delle navi da guerra in procinto d'invadere il Giappone.
Anche a Tolosa Gillette era nuovo per l'incarico, avendo preso il posto del precedente comandante solo da un mese. Si trattava di un comando temporaneo in una complessa operazione militare. A rapporto da lui c'era un ufficiale addetto alle operazioni, capitano di vascello Alfred Granum, che teneva quello che veniva chiamato un grafico di rotta. Negli ultimi giorni Granum lo aveva usato per il difficile compito d'instradare le navi lontano dalle zone dei tifoni a nord, vicino a Okinawa.
Quella mattina, dopo le 11, ora prevista dell'arrivo dell'Indy, Granum spost sul grafico il cartellino con il nome della nave nel settore delle unit arrivate. Pens che il viaggio fosse andato nel migliore dei modi, o almeno non aveva sentito dire nulla in contrario. Si presumeva invariabilmente che le unit combattenti fossero giunte alla loro destinazione, a meno che non venissero date notizie in senso opposto.
Quello stesso giorno, a 1300 miglia di distanza, alla Frontiera Marittima delle Marianne di stanza a Guam - il comando da cui era salpato l'Indy -, un cartellino analogo a quello usato da Granum fu rimosso da un grafico di rotta dell'ufficio. Adesso entrambi i comandi, quello situato al punto di partenza dell'Indy e quello al punto di arrivo, erano sicuri che la nave avesse portato a termine la crociera. I minuti si trasformarono in ore, e nessuno not che non aveva attraccato nella rada.
Nessuno a parte il tenente di vascello Gibson.
La base navale di Tacloban teneva un suo elenco - l'elenco delle navi presenti nel golfo di Leyte - in cui venivano annotati i nuovi arrivi in porto. Tali informazioni erano raccolte da un'imbarcazione alla fonda nella baia di San Pedro il cui compito era quello di identificare ogni nave che entrava in porto. Ma l'Indianapolis non era compreso fra le 17 navi arrivate quel marted.
Il tenente di vascello Gibson aveva esaminato l'elenco e a quel punto avrebbe potuto fare due cose: informare del mancato arrivo dell'Indy o il suo superiore diretto, capitano di corvetta Sancho, o il capitano di vascello Granum alla Frontiera Marittima delle Filippine. Ma Gibson non fece nulla di tutto ci. Segn l'Indy come in ritardo e lo mise
nell'elenco degli arrivi e partenze previsti per mercoled 1 agosto. Gibson ag in questo modo perch le unit combattenti come l'Indianapolis non erano sotto la giurisdizione dei direttori di porto, ma sotto quella dell'alto comando. Suppose che l'unit fosse stata dirottata da nuovi ordini verso un'altra destinazione.
E la risposta al perch non avesse confrontato la sua supposizione con Sancho o Granum si pu individuare in una direttiva navale apparentemente innocua denominata 10CL-45. Promulgata sei mesi prima dal capo delle operazioni navali, ammiraglio Ernest King, allo scopo di ridurre la montagna quotidiana di dispacci di navigazione e anche nella speranza di rafforzare la sicurezza riguardante i movimenti delle navi, la direttiva prevedeva che da quel momento in poi l'arrivo delle unit combattenti non deve essere notificato(12).
Quello che ci implicava - senza intenzione - era che nemmeno il mancato arrivo sarebbe stato notificato. E in questo modo il tenente di vascello Gibson aveva interpretato la direttiva quando aveva scoperto che l'Indianapolis non era arrivato quella mattina.
In mare, neanche il viceammiraglio Oldendorf, comandante della Task Force 95, presso il quale l'Indy doveva presentarsi, aveva motivo di essere preoccupato. Sapeva che l'incrociatore doveva presentarsi da lui, ma i particolari dell'ora di arrivo erano ancora in preparazione.
Allo stesso modo il contrammiraglio McCormick, dal quale il comandante dell'Indy doveva andare a rapporto prima di raggiungere Oldendorf, non aveva motivi di preoccupazione. Spostandosi da Leyte alla vicina isola di Samar sulla sua corazzata, la Idaho, McCormick suppose che l'Indy avesse semplicemente cambiato rotta. Sapeva che le unit combattenti - e in particolare un'ammiraglia come l'Indianapolis, che era a disposizione dell'ammiraglio Spruance - subivano regolarmente modifiche nelle rotte originali.
Per raggiungere i naufraghi sarebbero bastate due ore di volo dalle piste di Leyte - o una crociera di un giorno di una nave di salvataggio dal suo porto -, ma nessuno si mosse.
Verso la fine del pomeriggio la vita dei naufraghi si era tramutata da orrenda in insopportabile. Gli uomini feriti a braccia o gambe o schiena erano entrati in stato di shock ed erano morti; altri erano periti in seguito a gravi emorragie o ferite alla testa che li avevano lasciati sospesi in un mondo incerto. Altri ancora erano semplicemente affogati perch non avevano pi avuto la forza di nuotare.
Erano a galla senza cibo, acqua e sonno da pi di 40 ore. Dei 1196 membri dell'equipaggio salpati da Guam tre giorni prima, ne erano rimasti vivi probabilmente non pi di 600(13). Solo nelle precedenti 24 ore almeno 200 uomini erano scivolati sotto la superficie o rimasti vittime degli squali.
Sin dall'affondamento ogni uomo aveva passato le ore ponendosi la stessa, difficile domanda: vivr o mi arrender? E mentre il marted trascorreva alcuni dei feriti pi gravi - uomini affamati, sanguinanti e in delirio - cominciarono a formulare una risposta. Per chi si arrendeva, la morte sembrava ineluttabile. Cominciarono a suicidarsi.
Chi era ancora abbastanza lucido osservava incredulo i compagni slacciarsi con calma il giubbotto, dare una bracciata e affondare senza dire una parola. Altri all'improvviso si allontanavano dal gruppo e cominciavano a nuotare in attesa che uno squalo li attaccasse, sollevando poi uno sguardo orrendamente soddisfatto quando ci accadeva. C'era chi tuffava il volto in acqua e rifiutava di tirarlo fuori. Qualcuno gli nuotava vicino, lo sollevava per i capelli e cominciava a urlare perch riprendesse i sensi. Spesso per il suicida rifiutava e annegava tranquillo.
McCoy si svegli di soprassalto e scopr che mancava un uomo nel suo gruppo di zatteroni. In origine erano 17, ma l'ultimo appello aveva rivelato che erano rimasti in 12. Ed
Payne e Willis Gray passavano da uno stato d'incoscienza all'altro, riprendendo solo a tratti contatto con la realt, mentre Felton Outland e Bob Brundige continuavano a restare coscienti. Lo sbattere degli zatteroni fra di loro e il lavorio delle onde avevano allargato il buco sul fondo dell'imbarcazione di McCoy e la balsa esposta, senza pi la tela a proteggerla, si stava scheggiando. Gli uomini pensarono di liberare gli zatteroni per evitare le continue collisioni, ma quell'idea non piacque a nessuno, perch ciascuno traeva conforto dalla presenza degli altri. McCoy non sapeva pi che cosa fare.
L'atmosfera diventava sempre pi irreale. Vicino a McCoy, nello zatterone di Mike Kuryla, un marinaio aveva aperto il suo portafoglio e, estratti i pochi dollari che conteneva, aveva detto: Ci vediamo, ragazzi. Kuryla aveva preso le banconote e aveva urlato: Li spender io e li berr alla vostra salute. Ma il giovane disperato aveva ignorato quel tentativo di sdrammatizzare la situazione e si era allontanato a nuoto. Non lo videro mai pi.
Esausto e disperato, McCoy non riusciva a distogliere lo sguardo dal giubbotto salvagente appartenuto al ragazzo che si era allontanato dal gruppo durante la notte. Quel giubbotto lo incuriosiva. Tutte le cinghie erano ancora fissate saldamente: sembrava un trucco che solo il grande Houdini avrebbe potuto fare. Poi McCoy sbirci nell'acqua e rimase ancor pi sbalordito: il ragazzo fluttuava sotto di lui a braccia e gambe aperte, quattro-cinque metri sotto la superficie. Rimase immobile fin quando una corrente non lo trascin via. Poi sembr veleggiare nelle profondit. Dio mio, pens McCoy, madre di Dio. Cominci a recitare il rosario. Non era mai stato molto religioso; era sua mamma la persona pi spirituale della famiglia. In quel momento, tuttavia, inizi un processo che in seguito avrebbe chiamato di purificazione. Cominci a chiedere a Dio di perdonarlo per i suoi peccati. Era deciso a vivere, ma voleva prepararsi a morire.
Nel frattempo alcuni erano giunti a una sorta di rassegnata accettazione del destino. Sebbene sparpagliati in lungo e in largo e separati da miglia di acqua, era come se riuscissero a percepire la reciproca determinazione, come se si rifugiassero in un sogno collettivo di salvezza.
Nel gruppo del dottor Haynes, Stanley Lipski era riuscito in qualche modo a tener duro fino a tardi, la notte precedente. Lew, sto morendo, aveva sussurrato all'orecchio di Haynes. Per piacere, di' a mia moglie che l'amo. Dille che voglio che si risposi. Il medico aveva provato una sconvolgente sensazione di sollievo. Cull l'amico tra le sue braccia, fissandolo in quegli orribili buchi neri che un tempo erano stati i suoi occhi, e gli disse addio.
Vicino a lui il capitano Parke si spostava da un uomo all'altro, offrendo il suo giubbotto a chi non lo aveva e schiaffeggiando chi sembrava intenzionato ad affogarsi. Il coraggioso ufficiale passava molto tempo a cercare giubbotti sia per gli altri sia per se stesso. Haynes era preoccupato per lui come lo era per padre Conway. Anche il prete non smetteva di nuotare fra i ragazzi per impartire estreme unzioni e ascoltare confessioni.
Mentre galleggiava, sostenuto dal suo giubbotto, Ed Brown imprec contro di s per essersi precipitato a tornare a bordo dell'Indy la mattina in cui era salpato da Hunters Point. Se solo avesse indugiato un po' di pi con la ragazza che aveva conosciuto la sera precedente... se solo non fosse riuscito a saltare sulla passerella... Udiva gli altri borbottare fra s e s. Ne vide uno infilare la testa in acqua, cadere addormentato e annegare. Un altro gli si avvicin e disse: Ne ho abbastanza. Me ne vado.
Brown detestava il fatto che si arrendessero in quel modo. Forse sarebbe morto anche lui, ma di certo non avrebbe scelto di farlo. Suo padre gli aveva detto che nessuno dovrebbe mai arrendersi.
Il comandante McVay non era il tipo da cedere, ma il suo animo era pericolosamente vicino alla disperazione(14). Ormai aveva capito che il mancato incontro alle 6 con gli aerei rimorchiatori di bersagli non aveva dato luogo a nessuna operazione di salvataggio. Considerando che le razioni erano sufficienti, cerc tuttavia di mantenersi ottimista riguardo alla sopravvivenza. E successo qualcosa. Non so che cosa, ma prima o poi si accorgeranno della nostra assenza, disse agli uomini. Tent di pescare i bonito e gli sgombri che aveva visto accostarsi allo zatterone, ma, dopo che un enorme squalo gli ebbe strappato la lenza e gli ami con le esche, vi rinunci rassegnato. Osserv attentamente quel che era rimasto del suo equipaggio spossato e nauseato, appollaiato in modo precario sugli zatteroni e con lo sguardo fisso al cielo assolato. Cercavano ancora aerei, speravano ancora in un salvataggio.
Non mollate, uomini! diceva loro ogni momento. La sua mente s'intorpidiva ogni volta che pensava a come sarebbe stata la vita dopo il salvataggio. Per i ragazzi sarebbe stato il termine di un incubo. Per lui, se lo avessero salvato, solo l'inizio di un altro inferno. E in quel caso avrebbe dovuto sopportarlo tutto da solo. Cerc di essere all'altezza dei suoi uomini, che sanguinavano e soffrivano senza amarezza e senza lamentarsi. Ma al tempo stesso li guardava con un senso di colpa sempre pi pressante, chiedendosi se lo ritenessero responsabile di quanto era accaduto.
Al calar della notte li riun e recit il Padre nostro, mentre gli zatteroni si dirigevano verso un'altra gelida notte di silenzio, la terza dall'affondamento.
Haynes era disperato, alla deriva nei territori non mappati del dolore. Per due giorni interi, come il capitano Parke e padre Conway, aveva fatto di tutto per incoraggiare gli uomini e rinfocolare le loro esili speranze. Ma alla fine di quella giornata padre Conway era in pessime condizioni e
il capitano Parke cominciava a manifestare i primi sintomi di un collasso.
A volte lo stesso Haynes perdeva conoscenza, alternando momenti di lucidit a stati confusionali. Hai pazienti di cui occuparti, continuava a dirsi. Pens a casa, alla moglie e ai figli lontani diecimila miglia. Che cos'avrebbero fatto se fosse morto? Quella domanda rendeva la sopravvivenza ancor pi essenziale. Ma, quando torn alla realt, sprofond nell'infelicit e nella disperazione.
In cielo passavano senza posa bombardieri e aerei da trasporto, e Haynes pregava. Pregava che li individuassero entro poche ore, intestardendosi a credere che sarebbe successo e impedendosi di pensare ad altre eventualit.
Al calar della notte la situazione in mare divenne ancor pi tormentosa. Gli uomini disidratati, con la lingua gonfia, la gola serrata e la mente sconvolta, presero a bere acqua salata. Dopo aver resistito alla tentazione per ore, cominciarono a bere furtivamente, come se si vergognassero. Poi non esitarono pi, ingollando l'acqua salata e mormorando di piacere mentre bevevano il freddo specchio del mare attraverso le labbra sanguinanti.
Haynes li guard con raccapriccio, capendo che si erano realizzati i suoi timori peggiori: ben presto quegli uomini sarebbero morti. Nuot fra loro urlando e colpendoli in volto. Ma le sue suppliche di fermarsi furono ignorate. I naufraghi sollevarono il mento gocciolante, lo fissarono freddamente con occhi sbarrati, poi riabbassarono la bocca verso le onde, in attesa. Alla fine il medico, esasperato, cap che non poteva fare altro che stare a guardare e prepararsi all'imminente apocalisse psicologica.
Bevendo l'acqua salata gli uomini si sottoponevano a una complessa serie di reazioni chimiche, tutte volatili. Il mare contiene il doppio del sale che il corpo umano possa ingerire senza danni e quando si beve acqua salata le cellule si
restringono, poi si espandono ed esplodono mentre sacrificano quella che in gergo medico viene chiamata acqua libera. Si tratta del tentativo delle cellule di abbassare il diluvio di sodio nella circolazione sanguigna, ma in quella situazione era del tutto inutile.
I reni degli assetati lavavano il sangue prima di rimetterlo in circolazione, ma non erano in grado di opporsi all'onda di marea del sodio. Haynes sapeva che gli uomini stavano accumulando un eccesso di sale, incorrendo, per usare termini medici, in un'ipernatriemia. Vide formarsi una sorta di bava che colava dal naso. Una sostanza rossastra gocciolava dal mento mentre arrovesciavano gli occhi. Vide le labbra diventare livide, sent i respiri farsi affannosi. Nel loro cervello i neuroni funzionavano male o non funzionavano del tutto. L'attivit elettrolitica era del tutto danneggiata, un po' come in una batteria d'automobile quando cessa di funzionare regolarmente in seguito a un'alterazione delle cellule energetiche. Era un circolo vizioso di autodistruzione e Haynes sapeva che l'unico rimedio era una massiccia reidratazione. Alcuni gli chiesero se si potesse far evaporare il sale dall'acqua tenendola a coppa nelle mani in direzione del sole. Lui scosse gentilmente il capo e disse: No, ragazzi, e li preg di avere pazienza. Cominci a chiudere un occhio con chi sapeva non avere moglie n legami stretti a terra. Chi aveva famiglia, scopr, combatteva la tentazione di bere dal mare.
Quelli che invece cedevano avevano violenti spasmi e infine cadevano in coma. Dapprima urlavano e si muovevano in tondo nell'acqua agitando le braccia, poi, dopo una sorta di esplosione, si placavano perdendo tutte le forze. Pi di uno fin per trovarsi in mezzo a un cerchio di squali. Quelli in coma, al pari dei morti, galleggiavano immobili, il volto rivolto al cielo, il corpo percorso da scosse e gli occhi che sbattevano per il terrore. Alcuni, in preda alla sete o al panico, cercavano di artigliare l'aria. Avevano la gola troppo
secca per riuscire a urlare. Spesso ci volevano anche due ore perch morissero.
Ormai era buio e Haynes percep l'ansia che iniziava a vorticare intorno a lui. I giubbotti salvagente, l'unico filo di speranza dei naufraghi, cominciavano a essere eccessivamente impregnati d'acqua. Alcuni galleggiavano una decina di centimetri sotto la superficie, cosa che rendeva ancor pi difficile il non ingerire acqua salata. Il limite di galleggiabilit dei giubbotti era stimato di 48 ore e ormai vi si stavano avvicinando. A quel punto gli uomini avrebbero galleggiato Dio solo sa come. E questo lo sapevano benissimo.
Haynes, mentre la febbre s'impadroniva di lui facendolo tremare, si accorse che la sua capacit di ragionare stava svanendo. La notte era percorsa da urla che si levavano dall'acqua, l'agghiacciante musica creata dagli attacchi degli squali contro gli uomini pi esposti. Haynes non aveva ancora visto da vicino un attacco, ma ci era forse peggio. Era una tortura perch troppo veniva lasciato alla sua immaginazione.
Ordin ai naufraghi di dar volta insieme i giubbotti a formare una massa protettiva. Obbedirono riunendosi in piccoli gruppi mentre la temperatura calava. Ben presto tutti presero a tremare in modo incontrollabile. Un uomo fece a pezzi una cima che si era messo fra i denti per attenuare il tremito. Il freddo era tale che cominciarono ad annunciare il momento in cui si mettevano a urinare, cos che gli altri potessero avvicinarsi a godere un po' di calore(15).
Era come se tutto ci che era accaduto prima fosse completamente svanito dalla loro coscienza.
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Asterischi.
*1. Oggi si pensa che una vittima potenziale dovrebbe restare perfettamente immobile, dal momento che i movimenti potrebbero eccitare lo squalo e indurlo a ritenere di aver scorto una preda ferita. Non si hanno dati accurati su attacchi di squali durante la seconda guerra mondiale, perch la casistica clinica non li ha registrati. In realt la Marina era talmente preoccupata per le conseguenze sul morale degli equipaggi da scoraggiare menzioni pubbliche di tale minaccia(2).
*2. Marted McVay aveva raccolto un altro uomo, l'ultimo, a bordo di uno zatterone. Il comandante e i suoi uomini impiegarono cinque ore a coprire a remi i 1500 metri che li separavano da lui(8).
*3. Le spiagge erano state invase da circa 200.000 uomini delle truppe alleate il 20 ottobre 1944(10).
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8.
GENOCIDIO.
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Dapprima ti trovi in una situazione che aborri. Non riesci a sopportarla.  terribile. Ma non puoi andartene. Perci ti ci devi adattare. E poi cerchi di fare in modo di tollerarla. La tolleri quanto basta, la accetti. Diventa il tuo modo di vivere.
Lewis Haynes, medico di bordo, USS Indianapolis.
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Terzo giorno Mercoled 1 agosto 1945.
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Dove va un uomo quando non ci sono pi angoli da svoltare, quando non ha pi speranza, fortuna, tempo?
Nelle primissime ore di mercoled mattina, gli uomini cominciarono ad ammazzarsi tra loro. Haynes aveva trascorso la notte ascoltando il rumore dei denti che sbattevano per il freddo. Poi, da un punto lontano da lui, ud un grido: C' un muso giallo qui! Vuole ammazzarmi! Prendetelo!
L'esclamazione fu seguita da urla strazianti, ma Haynes non riusciva a capire che cosa avesse potuto provocarle. A fatica scorse gli uomini armeggiare con i nodi che tenevano uniti i giubbotti. Poi, all'improvviso, il gruppo si sciolse, come investito da un vento invisibile. Si sparsero in tutte le direzioni.
Nuotando in mezzo a quel pandemonio, il medico vide alcuni uomini armati di coltello colpire alla cieca chi era ancora legato a loro. Altri si scagliavano a mani nude contro i compagni di sventura cercando di affogarli. Un marinaio strapp con le proprie mani gli occhi di un commilitone.
Haynes vide un marinaio che tentava di pugnalarne un altro, il quale, a sua volta, fu salvato da due vicini. Saltarono addosso all'uomo con il coltello e lo tennero sott'acqua. Mentre lo affogavano, emettevano lunghe e angosciose urla di sfida. Poi si scagliarono l'uno contro l'altro. Ipotermia, disidratazione, ipernatriemia, fotofobia, i primi sintomi dell'inedia: questo, come sapeva il medico, era ci che sconvolgeva la mente dei naufraghi. In una manciata di minuti una cinquantina di uomini rimase uccisa. Gli scontri si erano succeduti con l'intensit di una battaglia.
Haynes cerc di allontanarsi da quegli scoppi di violenza, ma ovunque andasse si trovava di fronte un altro combattimento. A un certo punto fu assalito da due figure biascicanti armate di coltello. Lo sospinsero sott'acqua e ve lo tennero. Si rese conto che stava morendo. Scalciando e tirando pugni contro gli assalitori, riusc a liberarsi, tornando in superficie con un colpo di reni. Si allontan nuotando il pi veloce possibile e tenne gli occhi incollati sugli assalitori fin quando non si trov ai margini degli scontri. Era disperato. I ragazzi erano diventati un branco di cani furiosi.
Vide squali aggirarsi intorno a lui. Ebbe paura, ma non poteva tornare nel gruppo perch lo avrebbero ammazzato. Perci si mise a galleggiare trattenendo il fiato e cercando di restare perfettamente immobile. Teneva la bocca a pochi centimetri dalla superficie dell'acqua, di quell'acqua che sapeva letale. Aveva il giubbotto cos zuppo che si chiese per quanto tempo ancora lo avrebbe tenuto a galla. Persino il minimo movimento delle mani costituiva uno sforzo enorme, tanto era sfinito. Convinto che sarebbe presto scivolato sotto il pelo dell'acqua, url chiedendo aiuto.
All'improvviso sent una voce a pochi centimetri dall'orecchio: Calma, dottore. La tengo io.
Era il farmacista, John Schmueck, insieme con il quale a bordo dell'Indy aveva guardato i pazienti scivolare in acqua senza poter intervenire. Schmueck gli afferr il giubbotto e lo tenne stretto al fianco. Stia tranquillo, non le succeder niente, dottore, gli disse. Ma Haynes era svenuto.
Poco prima del tramonto del giorno precedente, McCoy, con i quattro compagni di zattera, si era staccato dalle altre imbarcazioni del gruppo. Adesso andavano alla deriva nella luce dell'alba. E allora? si chiese. Che cazzo faccio adesso?
I problemi con gli altri erano cominciati marted sul tardi. Era scoppiata una rissa e qualcuno a bordo di uno zatterone aveva estratto una pistola. La discussione verteva su
vantaggi e svantaggi di dividere il gruppo allo scopo d'incrementare le possibilit di sopravvivenza. Qualcuno aveva suggerito di procedere separatamente, perch era possibile che uno degli zatteroni andasse a finire nelle vicinanze di qualche rotta conosciuta.
Mike Kuryla, a bordo dello zatterone accanto a quello di McCoy, pensava che l'idea fosse stupida. Ma dopo la comparsa della pistola non aveva pi detto nulla.
Il marine pensava invece che l'idea fosse buona. Era stanco di attendere. L'acqua intorno a lui era diventata un obitorio galleggiante. Corpi e pezzi di corpi - braccia, gambe, busti smangiucchiati - galleggiavano ovunque e McCoy avrebbe fatto pressoch di tutto pur di andarsene. Il suo zatterone era stato quasi completamente distrutto dal continuo sbattere degli altri zatteroni quando le onde li facevano scontrare. Dei tre metri di lunghezza dell'imbarcazione, pi di due erano ancora utilizzabili, ma la situazione era assai precaria. Sapeva che andare alla ricerca di una rotta battuta era un'idea assurda, ma era meglio che stare a guardare gli altri ammazzarsi a vicenda.
Payne e Gray, i suoi compagni di zattera, non avevano opinioni in merito. Si erano addormentati. Anche Felton Outland stava sprofondando nell'incoscienza, il volto e le braccia piagati da bruciature causate, secondo McCoy, dai tentacoli di una medusa. Fortunatamente il marine e gli altri due erano sfuggiti al tocco di quell'essere quasi invisibile.
Bob Brundige si era ripreso, ma faticava a parlare. Era una scocciatura per McCoy, cui piaceva chiacchierare per far trascorrere il tempo. Stava proprio per parlare quando Ed Payne si riebbe e prese ad agire come un folle. Urlava con voce acuta: Non voglio morire... non voglio morire! Gi era un guaio quando i ragazzi erano addormentati, ma adesso lo zatterone si stava trasformando in un manicomio galleggiante.
Taci, gli ordin il marine. Non moriremo.
Un aereo li sorvol a una quota che McCoy stim di
5000 piedi. Estrasse la pistola e questa volta riusc a sparare. Sapeva che non serviva a nulla, ma era suo dovere provarci. L'aereo continu il suo viaggio.
Uno di loro, forse Payne, esclam: Dammi un po' d'acqua.
McCoy era stupito. Non ho acqua. Cazzo, lo sai benissimo.
Tu ce l'hai l'acqua. La tieni nascosta, replic l'altro, e tir fuori un coltello.
Cristo,  a questo che vuoi arrivare? Vuoi che cominciamo ad ammazzarci l'un l'altro? Va bene, ma facciamolo a mani nude. Non aveva intenzione di farsi trascinare in una discussione di quel genere. Vedi? Gli prese il coltello e lo gett fuori bordo. Poi gli punt addosso la pistola e disse: Benissimo, adesso fatti sotto. Togliamoci il pensiero.
Nessuno si mosse, il che parve un ritorno alla normalit agli occupanti dello zatterone.
Negli altri gruppi i ragazzi facevano patti con Dio - promettendo di leggere la Bibbia, di scrivere pi spesso ai genitori, di non rubare o truffare - affinch lui li aiutasse a superare quella terribile circostanza.
Nel gruppo di zatteroni comandato dal guardiamarina Twible, il direttore di macchina Redmayne stava perdendo la ragione. Aveva cominciato a bere acqua salata nella notte di marted e adesso inform Twible che sarebbe sceso sotto coperta ad avviare le macchine dell'Indy. Il guardiamarina era sconvolto. Del gruppo originale di 325 uomini, solo 200 erano ancora vivi e questa massa disorganizzata agiva sotto la rigorosa norma della sopravvivenza del pi forte. Chi non ce la faceva a salire di forza su uno zatterone era destinato a passare il resto del tempo in acqua completamente esposto agli attacchi degli squali e sperando che il giubbotto tenesse.
E adesso occorreva occuparsi anche di Redmayne. Twible temeva che in preda al delirio l'ufficiale ferito cercasse di affogarsi. Per parecchie ore aveva lottato per tenerlo a galla. Alla fine decise di stenderlo con una siringa preconfezionata di morfina. Perch lo fai? abbai Redmayne, e svenne.
Il giovane guardiamarina leg i lacci del giubbotto di Redmayne ai suoi. Avrebbe rimorchiato i cento chili dell'ufficiale dietro di s, come si fa con un pesce preso all'amo.
Alla prima luce dell'alba il dottor Haynes si svegli tra le braccia dell'amico e si guard lentamente intorno. Ovunque c'erano corpi mutilati e arti che scivolavano silenziosi sulle onde.
Il medico aguzz lo sguardo, ma vide solo l'oceano e le sue colline d'acqua che si muovevano minacciose all'orizzonte. Niente aerei, niente navi, non una maledetta cosa che rammentasse la vita od offrisse un briciolo di speranza. Alcuni si erano legati i berretti o le calze intorno al collo a guisa di fasce protettive. Fissavano il cielo con gli occhi sbarrati.
C' qualcuno? sembravano chiedere quegli occhi supplici.
Nessuno, ragazzo mio, era la risposta riflessa nel volto inespressivo dei loro compagni. Nessuno, solo tu.
Quel mercoled mattina, quando il sole brill di nuovo implacabile nel cielo, un altro giorno senza fede si annunci. Eppure molti superstiti si ritrovarono a scavare ancor pi profondamente dentro di s per trovare la forza di rifiutare di morire. Nessuno credeva che l'aiuto stesse arrivando, ma cercarono di convincersi l'un l'altro a resistere, non foss'altro che per puntiglio. Erano rimasti in mare 55 ore. A quel punto poco pi della met dei 900 naufraghi che avevano lasciato la nave era ancora viva. Gli uomini erano morti al ritmo di uno ogni dieci minuti negli ultimi tre giorni. E il ritmo sembrava solo destinato ad aumentare.
L'acqua del mare stava divorando vivi gli uomini del
dottor Haynes. Braccia e gambe bruciate dal sole e impregnate d'acqua presentavano macchie rosse, note come ulcerazioni da acqua salata, alcune grandi come bruciature di sigarette, altre come palloni da basket. L'acqua salata era giunta perfino a dissolvere i peli. Dopo un'altra, fredda notte nell'acqua, la temperatura corporea era scesa intorno ai 31 gradi, pericolosamente vicina a quella del coma. I reni funzionavano male, i cuori battevano all'impazzata e il respiro si faceva sempre pi affannoso.
A quel punto cominciarono ad avere allucinazioni di massa. Le visioni giunsero turbinando sull'orizzonte attraverso il sole splendente del mattino: intere isole, magazzini di drogheria, vecchie fidanzate, mogli, automobili e montagne di gelato materializzati sull'acqua intorno a loro, che stavano a guardare pieni di gioia e sbalorditi.
Era l'inizio dell'atto finale.
Gli zatteroni di McCoy e quelli di McVay andavano alla deriva davanti a ci che restava degli altri gruppi. Il marine e il comandante erano separati da otto miglia d'acqua e ognuno distava circa sette miglia da Haynes.
L'equipaggio di McVay - cosa sorprendente - non era stato assalito dalla follia. Inoltre il mare era relativamente calmo rispetto al giorno precedente. Valutando la situazione degli zatteroni, il comandante cap che gli uomini erano prossimi al crollo. Nonostante la gola secca e la bocca impastata spieg a bassa voce che dovevano restare immobili per non sprecare energie e, tranquillamente, li preg di continuare a scrutare il cielo alla ricerca di aerei.
La tensione era quasi intollerabile. A un certo punto una decina di squali si mise a girare in tondo intorno agli zatteroni. L'equipaggio aveva trascorso ore a pescare, ma non aveva avuto molta fortuna, anche se Spinelli era riuscito a catturare un pesce. Lo aveva tagliato a fette e lo aveva deposto sullo zatterone perch essiccasse. Ma McVay, temendo
che quel pesciolino triangolare fosse velenoso, non voleva che gli uomini lo mangiassero. Spinelli obbed e lo gett fuori bordo. Il gesto provoc una gran delusione negli altri, che avevano dovuto succhiare tavolette di latte al malto e mangiucchiare le loro scarse razioni di carne salata e gallette.
I quattro zatteroni di McVay erano sparpagliati in un ampio tratto di mare, perch il comandante aveva voluto che fossero ben visibili agli aerei di passaggio(1). Alle 5, dopo aver avvistato le luci verdi e rosse di un aereo, McVay aveva lanciato due bengala dalla pistola lanciarazzi recuperata dalla cassetta d'emergenza dello zatterone. In seguito avvist quello che pensava fosse un B-24 o un B-29 in volo verso ovest. Doveva essere decollato da Tinian ed era quasi sicuramente diretto a Leyte.
Ma com'era successo fino a quel momento, con tanti aerei che avevano offerto pochi istanti di speranza, i loro segnali con gli specchi non erano riusciti ad attirare l'attenzione dei piloti. McVay cap che il proprio senso dell'autodisciplina era l'unico fattore che preservava la sanit mentale dei suoi uomini.
A John Spinelli non piaceva la terribile calma che regnava a bordo degli zatteroni, ma era ancor pi preoccupato da ci che aveva scorto nello sguardo del comandante. Si era accorto di quel che pensava McVay e aveva colto il suo senso d'impotenza. Volgendo lo sguardo verso un compagno di sventura, aveva notato l'espressione sempre pi stranita dei suoi occhi e aveva deciso di sorvegliarlo con la massima attenzione. Per tutta la mattinata il giovane aveva osservato un enorme squalo che seguiva lo zatterone. L'animale aveva urtato pi volte contro l'imbarcazione, l'aveva sospinta e aveva perfino sollevato gli angoli per provarne la resistenza. Il ragazzo non aveva mai distolto lo sguardo. Sembrava ipnotizzato.
All'improvviso, mentre lo squalo passava per l'ennesima volta, il ragazzo gli sferr un colpo con un coltellino a serramanico. Spinelli non poteva crederci: quel pazzo bastardo
era riuscito a colpirlo esattamente in mezzo agli occhi. Enormi spruzzi d'acqua caddero sul gruppo di zatteroni quando lo squalo reag alla ferita colpendo la piccola imbarcazione con violenti colpi di coda. Per un istante sembr che si sarebbe spezzata in due.
Spinelli era incazzato, perplesso e anche un po' sbalordito. Pens alla sua bambina di tre settimane e al fatto di essere riuscito a stare con lei solo due giorni prima di tornare sull'Indy. Immagin che sarebbe stato tutto quello che avrebbe ottenuto dalla vita: due giorni con la piccina.
Si lev la voce di McVay: Non succeder nulla! Andr tutto bene!
Come un coperchio che si richiudesse su una scatola, la sua voce ferma azzitt i ragazzi. Si guardarono l'un l'altro borbottando e si risistemarono nei loro cantucci. Spinelli e altri afferrarono il ragazzo e lo immobilizzarono al bordo dello zatterone. Qualcuno gli prese il coltello e lo scaravent in acqua.
McVay cap che doveva affrettarsi a fare qualcosa, se voleva riportarli a casa sani e salvi. Se non si fossero ammazzati prima fra di loro, sarebbero morti d'inedia. Ramment che i soccorsi dovevano ormai essere per via. Poi distribu la razione quotidiana - una fetta di Spam e una tavoletta di latte al malto - prima di annunciare che da quel momento in poi l'avrebbe dimezzata. Questo, secondo i suoi calcoli, avrebbe dovuto raddoppiare la durata della sopravvivenza portandola a 20 giorni.
Mentre lui e i suoi uomini masticavano fissando un orizzonte completamente vuoto, la pace - o qualcosa di molto simile - torn pian piano a bordo degli zatteroni. Per far trascorrere il lungo pomeriggio McVay prese a fare domande sulla loro vita privata. Voleva sapere tutto delle mogli e delle fidanzate. Lui stesso si lasci andare a fantasticherie sulla bella vita che aveva condotto a Washington con la prima moglie Louise.
Spinelli, che aveva servito a bordo dell'Indy con il precedente comandante, l'ostinato capitano di vascello Johnny Posto di combattimento Johnson, sapeva che pochi comandanti si occupavano della vita privata dei loro sottoposti, nemmeno quando tutto era, in gergo marinaresco, FU-BAR (Fuckedup Beyond All Recognition, fottuto al di l di ogni immaginazione), com'era adesso la situazione. Ammir la calma e la compostezza di McVay. A suo parere il vecchio si era comportato bene: fino a quel momento, se non altro, nessuno di loro era morto. Il marinaio cap che stava imparando qualcosa di fondamentale, qualcosa che non riusciva a esprimere con chiarezza. Lui e i ragazzi ascoltarono rapiti quando il comandante confess stoicamente: Dovr dare qualche spiegazione. McVay non sapeva che cos'avrebbe detto alle famiglie dei morti, se fosse sopravvissuto. Sapeva di poter dire ben poco che fosse davvero utile.
A volte, a bordo dell'Indy, aveva accennato al suo desiderio di diventare ammiraglio, ma adesso dichiar: Sarebbe stato meglio che fossi andato gi con la mia nave. I ragazzi tuttavia non erano d'accordo.
Era come se McVay, nel suo candore, stesse scoprendo che cosa significasse essere un comandante. Aveva comandato navi, ma fino a quel momento, in cui si doveva basare su risorse minime - qualche galletta, lenze e ami -, non aveva mai sentito il pulsare delle vite che teneva nelle sue mani o la piena misura di quel che volesse dire trovarsi in situazione di pericolo. Assicur gli uomini che sarebbero stati salvati il giorno successivo. E loro gli credettero.
Nello zatterone di McCoy, Ed Payne aveva cominciato a bere la sua stessa urina. Si era inginocchiato - o almeno ci aveva provato - sul bordo dello zatterone, la mano a coppa all'altezza dell'inguine mentre cercava di urinare in una lattina. Poi port la mano alla bocca. Quel che stupiva il marine era che Payne avesse qualcosa da urinare. Il giovane
stava diventando un vero problema, ma McCoy non ce l'aveva con lui. Il sole del pomeriggio picchiava implacabile e il marine era cos assetato che pens di fare la stessa cosa. Ma non riusc a indursi a farlo, pensando che lo avrebbe reso ancor pi folle. Si sporse e prese l'acqua fredda nel cavo delle mani. Aveva una gran voglia di berla.
Chi sono? Dove sono? si chiese. Sono Giles McCoy di St. Louis, Missouri, e sono un gran figlio di puttana.
Brundige se ne stava irrigidito, ma tranquillo. All'improvviso disse: Sei buffo.
McCoy lo guard. Che vuoi dire?
Hai un aspetto spaventoso.
Be', dovresti vederti. Non sei mica tanto carino. E in effetti non lo era. Il suo volto era annerito dalla nafta. Intorno agli occhi c'era una striscia pi chiara nel punto in cui aveva cercato di detergerlo. La lingua pendeva leggermente dalla bocca.
Anche la lingua di McCoy era spessa e secca. La pelle era screpolata e rossa, e in certi punti sanguinava. Se assomigliava a Brundige nell'aspetto, era ben contento di non potersi rimirare. Pens alla madre e alla sua risata quando lo batteva a ping-pong. Pens al padre, alla sera in cui lo aveva colpito nel giardino di fronte a casa e al modo in cui aveva pianto alla stazione.
Tornato vivo da Peleliu, McCoy era andato nella sua baracca e aveva scritto una lettera al padre chiedendogli scusa per non avergli obbedito la sera in cui era andato alla festa in suo onore. Non era pi un ragazzo, ma non era ancora un uomo, questo lo sapeva. Per, accidenti, in guerra ci stava per andare e avrebbe ucciso uomini. Pensava di meritare una festicciola d'addio.
In tutta la sua vita McCoy aveva odiato i prepotenti, ma non gli era dispiaciuto battersi. Il corpo dei marine gli aveva insegnato come stendersi in un torrente respirando attraverso una pagliuzza, come sparare per uccidere, come sopravvivere. Era sempre stato convinto di essere un duro.
Adesso cap di non aver mai nemmeno saputo che cosa fosse la forza.
Nel gruppo del dottor Haynes imperversavano le allucinazioni. Un naufrago si trovava nella sua auto e si apprestava a tornare a casa, ma poi perse le chiavi(2). Un altro vide un'isola galleggiante piena di latte di cocco fresco e di ragazze che ballavano. Un marinaio in delirio fu visto mettere in moto un fuoribordo immaginario con furiosi strappi alla corda d'avviamento e poi allontanarsi.
A met del pomeriggio treni immaginari sfilavano all'orizzonte e hotel si stagliavano alti sulle acque. Alcuni avevano voluto registrarsi in questi hotel ed erano affogati, mentre altri che si erano messi a nuotare per prendere il treno erano spariti sotto le onde.
A un certo punto ne fu vittima anche il dottor Haynes. Scorgendo uno squalo, un pesce di un metro e mezzo - la prima volta che ne vedeva uno cos da vicino -, fu preso dal desiderio di ucciderlo con le proprie mani e di bergli il sangue. Ma anche se cercava di colpirlo con tutte le sue forze, anche se gli urlava dietro, lo squalo non si decideva ad attaccare. Sembrava farsi beffe della sua rabbia. Haynes non riusciva a crederci. Lo squalo non voleva divorarlo! Tossicchiando, il medico si allontan, sentendosi un po' meglio.
S'imbatt in un gruppo di naufraghi. Avevano un aspetto strano, c'era qualcosa che non andava. Galleggiavano in fila indiana, muovendosi lentamente. Che succede? chiese Haynes a uno di loro.
Sstt, dottore, gli rispose un marinaio. C' un piccolo hotel su quell'isola, ma ha una camera sola e ci si pu dormire per un quarto d'ora a testa. Si metta in fila.
Haynes volt il capo e per un istante, maledizione, gli parve di vedere l'hotel galleggiare sull'acqua. Nei pressi accadevano altre strane cose. Altri 25 naufraghi si erano messi in coda, come se si preparassero a partire per un viaggio.
Dissero tranquillamente a Haynes che andavano a nuoto a Leyte e che pensavano d'impiegarci due giorni. Lo salutarono e gli promisero che si sarebbero rivisti a terra. Poi cominciarono a nuotare, ma fecero solo due-trecento metri prima di affogare.
La pi forte allucinazione, tuttavia, quella che pi di tutte impression il medico, fu quando, intorno a mezzogiorno, lo stesso Indianapolis apparve come un fantasma all'orizzonte e torn a ripresentarsi nella vita di quegli uomini. Di tanto in tanto urlavano che la nave si stava dirigendo verso di loro. Altre volte scarrocciava pacificamente sull'acqua con tutte le bandiere spiegate e gli obl lucidi e illuminati. Alcuni di loro si avvicinarono all'Indy, salirono le passerelle, scesero nei loro alloggiamenti, nelle mense e alle fontanelle dell'acqua, dove bevvero a volont. L'ho trovata, esclamavano con un sollievo che faceva male al cuore. C' acqua potabile a bordo! Coraggio, ragazzi, andiamo! Non  affondato!
Altri allora respiravano a fondo e partivano a nuoto verso la nave, e nel loro delirio sedevano a tavola a mangiare gelato e a bere alti bicchieri d'acqua. Non bevete! Non fatelo! urlava Haynes, la gola secca, la voce incerta, mentre vedeva i loro sogni trasformarsi in incubi.
Nel tardo pomeriggio gli uomini sullo zatterone di McCoy cercarono di ucciderlo. Almeno cos gli sembr. Ed Payne giur che sarebbe saltato gi dallo zatterone. Il marine era sicuro che volesse suicidarsi. Anche Gray sembrava avere la stessa intenzione.
Tutti stavano impazzendo, pens McCoy. Tutti tranne Brundige. Era contento che lui non fosse impazzito. Voleva solo che dicesse qualcosa.
Porca puttana, disse il marine a Payne e Gray. Avete famiglie, parenti, avete cose per cui vale la pena di vivere.
Uno di loro - Willis Gray - sollev lo sguardo e disse: Vale la pena di vivere? Col cazzo!
Stiamo resistendo da giorni, osserv Payne, e nessuno viene a cercarci. All'inferno! Pi facile morire che vivere. E sembrava davvero sul punto di gettarsi.
McCoy si accorse che lui e Brundige stavano sostenendo una sorta di tacita gara, ognuno cercando di provare all'altro di essere il pi duro. Ci sarebbe stata una spiegazione prima che le luci si spegnessero, prima che McCoy cadesse in acqua e affogasse e gli squali cominciassero a divorarlo.
Non prendetevela, ragazzi, annunci rivolto in particolare a Payne. Mi occuper io di voi. Mi assicurer che gli squali non vi divorino. Quando si era trovato in battaglia a Peleliu, McCoy aveva provato paura e aveva avuto la certezza che sarebbe morto. Nel momento peggiore un capitano dei marine gli aveva detto: Stammi appiccicato, soldato, e ti porter in salvo. Aveva mantenuto la parola. McCoy non lo aveva mai dimenticato.
Payne prese a lamentarsi, poi salt e cominci a nuotare. McCoy scrut l'acqua; era talmente limpida che sembrava uno specchio su cui camminare. Come al solito vide squali girare tutt'intorno. Si tuff e cominci anche lui a nuotare.
Nuot per una decina di metri e raggiunse il marinaio, lo prese per il giubbotto e lo riport ansimante allo zatterone. Poi url a Brundige: Coraggio, dammi una fottuta mano a tirarlo su. E Brundige, alto e grosso com'era, si sporse e sollev di peso Payne. McCoy sal a bordo arrampicandosi nel buco che si era formato a prua. Si iss sul fondo di lattice. Poi Payne si avvicin al bordo dello zatterone, si guard intorno e si butt di nuovo.
Il marine guard Brundige pensando: ho salvato questo stronzo una volta, devo proprio farlo di nuovo? Lanci un'occhiata agli squali e si gett. Nuot rapidamente e arriv dietro Payne, lo afferr e lo riport allo zatterone. Adesso McCoy era furibondo e stanco morto. Gli sembrava che il sangue gli fosse defluito dalle braccia e dalle gambe. Era
cos assetato che dovette lottare per non bere l'acqua del mare mentre cercava di risalire a bordo. Sbatt Payne contro il bordo dello zatterone. L'uomo piangeva, allora McCoy lo guard dritto negli occhi e lo schiaffeggi urlando: Ora, porca puttana, falla finita o finirai con l'ammazzarti sul serio!
Lo sguardo di Payne era perso nel vuoto e la sua testa penzolava dal bordo. Perch mi hai colpito? Non farlo pi! Piangeva, ma era un pianto senza lacrime. Era troppo disidratato per produrre lacrime.
McCoy si volt e vide che anche Gray si accingeva a saltare, quel figlio di puttana. Abbandon lo zatterone come se svoltasse l'angolo di una strada qualunque. Questa volta McCoy rimase a guardare. Pens che Gray avesse fatto una fesseria a buttarsi in mare. Lo disse a voce alta: Sai una cosa? Sei proprio uno stronzo.
Cristo, non possiamo lasciarlo l, obiett Brundige.
McCoy lo fiss. Gi, solo che io non ho pi benzina. Allora si gett Brundige. Agitando braccia e gambe per allontanare gli squali, rimorchi il marinaio fino allo zatterone e McCoy cominci a fargli la predica: Che cazzo credi di fare, figliolo? Dimmi, che ti succede?
Non ci fu risposta. Gray non capiva. Gli occhi erano privi di qualunque espressione. Guardandolo, McCoy ebbe l'improvvisa certezza che la sua stessa morte lo stesse aspettando.
Sai che ti dico? Non verranno. Nessuno verr a salvarci. Si volt verso gli altri e aggiunse: Moriremo. Moriremo tutti.
Ammetterlo gli fece bene. Aveva lo stomaco in subbuglio, come fosse pieno di farfalle. Era tutto il giorno che provava nausea, e non era a causa della nafta inghiottita. Era un malessere che gli veniva dall'aver mentito a se stesso.
Moriremo, disse di nuovo. Si sentiva meglio, molto meglio.
Il sole martellava implacabile. Mentre il giorno passava, i cadaveri si riunivano sulla superficie del mare in gruppi sbrindellati che venivano scossi quando gli squali li urtavano da sotto. Continuando il triste rituale che, fedele alla sua etica, aveva compiuto negli ultimi tre giorni, il dottor Haynes si dedic alla sepoltura dei morti. Non era pi un medico, gli sembrava, era un becchino e cos sia. Rendersene conto lo riport alla realt, ma non era sicuro di gradire quel triste ritorno.
Mentre vagava, alcuni si muovevano, sollevando la testa sporca di nafta e guardando attoniti il sole. Ehi, dottore, dia un'occhiata a questo qui, dicevano alcuni dei pi lucidi. Ehi, dottore,  ancora vivo questo?
Avvicinandosi a un naufrago, Haynes lo sollev delicatamente per i capelli e lo fiss negli occhi. Sei vivo, figliolo? gli chiese.
S, dottore, sono vivo, gli rispose l'uomo con voce roca.
Bene, molto bene. Poi si spost verso un altro.
Figliolo? Gli sollev la testa. Sei ancora con noi? Non ci fu risposta. Figliolo? Haynes gli apr un occhio freddo, inespressivo. Poi scorse un riflesso di vita e prov un incredibile senso di sollievo.
Si avvicin al successivo. Anche a questo apr un occhio: era iniettato di sangue e gonfio, segno che era stato colpito da un edema provocato dall'ingestione di acqua salata. Non c'erano riflessi. Era come toccare l'occhio vacuo e vitreo di un animale rigonfio. Haynes lo dichiar morto.
Questo  morto, disse ad alta voce. Era bizzarro, ma proclamarlo lo faceva sembrare pi reale, lo faceva sentire meno solo. Al suono della voce di Haynes diversi marinai si voltarono a guardarlo. Molti non avevano il giubbotto salvagente. Cercavano faticosamente di tenersi a galla e i compagni, pur essendo loro stessi vicini alla fine, li aiutavano. Gli uomini che si erano incaricati di tenere a galla gli sventurati avevano enormi scorticature sui fianchi a causa del
peso che dovevano sopportare. Ma nessuno di loro rinunciava a quel degno compito. Si tenevano stretti i compagni come se volessero salvare anche se stessi. Gli uomini senza giubbotto l'avevano perso nel delirio o se l'erano tolto volutamente perch non galleggiava pi. In ogni caso, avevano bisogno di aiuto.
Il tempo era un fattore critico. Haynes aveva bisogno dei giubbotti dei morti e si mosse con rapidit. Non era un compito facile perch le sue mani ustionate erano gonfie e praticamente inutilizzabili. Cerc di non guardare in volto il ragazzo mentre lottava per allentare le cinghie. Erano ricoperte di nafta e ci rendeva l'impresa ancora pi ardua. Mollarle era un lavoro metodico e faticoso.
Dopo aver slacciato il giubbotto, Haynes tolse le piastrine di riconoscimento e se le avvolse intorno al braccio facendole tintinnare. Poi si mise dietro il corpo, pose una mano sul collo del giubbotto e diede una leggera spinta, liberando prima le spalle e poi le braccia. Era un po' come togliere il cappotto a un bimbo che dorme. Alla fine il corpo rimase senza giubbotto. Haynes lo spinse da parte e afferr il cadavere prima che affondasse. Tenere a galla i corpi degli uomini pi robusti richiedeva una forza maggiore di quanta non ne avesse. Ma era deciso a non lasciare che i cadaveri affondassero senza aver prima detto una preghiera.
Trasse a s il corpo freddo e bagnato, lo strinse in un abbraccio e si ferm. A bordo della nave era il cappellano a compiere il rituale, ma anche padre Conway era prossimo alla morte. Haynes cerc un modo di salutare l'ultima volta quei poveracci, molti dei quali conosceva solo di sfuggita. Ma voleva dire lo stesso qualcosa. Con la guancia vicina a quella del cadavere, sent l'odore del sale e del sudore. Poi cominci: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo Regno, sia fatta la tua volont...
A volte lo recitava tutto, altre volte si fermava a met. Dopo parecchie ore trascorse a dare degna sepoltura ai morti era talmente spossato da non poter fare altro che tenere il
ragazzo accanto a s e pregare in silenzio. In quello stato di confusione pensava di essere stato un fallimento come medico.
Apr le braccia e guard il corpo immergersi. Scese per un lungo momento, con i piedi all'ingi, come un uomo che scenda nel pozzo di un ascensore cristallino, diventando sempre pi piccolo, non pi grande di una bambola quando finalmente scomparve.
Perch, perch mai non posso far niente per salvarli? si chiese disperato.
Adesso che sapeva che sarebbe morto, McCoy decise di morire pulito. Non aveva senso, lo sapeva, ma in quella situazione niente aveva senso. Morire rapidamente sembrava un gioco. Si tolse il giubbotto, lo gett sullo zatterone e scivol in acqua per un ultimo bagno.
Che diavolo stai facendo, marine? tuon Brundige.
McCoy lo ignor. L'acqua era fredda, l'aria invece calda, lo shock fu istantaneo. McCoy nuot intorno allo zatterone. Con sua grande sorpresa scopr che si stava divertendo. Riusciva a vedere fino a una decina di metri di profondit e si chiese come doveva essere l'acqua laggi dove gli squali giravano tranquillamente in tondo. Non si curava pi di loro, non gliene fregava niente. S'immerse e, mentre la testa attraversava uno strato di acqua gelida, gli sembr di volare. Met del suo corpo era fredda, l'altra calda. Guard in alto e scopr di essere sceso solo di un paio di metri.
Preg che sua madre capisse perch non era riuscito a tornare a casa, preg che capisse che aveva fatto di tutto per tornare. Poi chiese a Dio di perdonarlo per i suoi peccati, specialmente per gli uomini che aveva ucciso a Peleliu.
Torn in superficie, nuot fino allo zatterone e si iss a bordo. Poi cominci a strofinarsi con la T-shirt togliendosi la nafta dal petto e dalle braccia. Intendeva ripulirsi per bene perch voleva che lo identificassero quando avessero trovato il cadavere. Pensava che forse gli squali lo avrebbero divorato, ma sperava che gli lasciassero intatto il volto. Voleva che qualcuno potesse riconoscerlo.
Ma Brundige gli disse: Hai ancora addosso la nafta, lo sai, stupido imbecille? Lo disse di nuovo: Stupido imbecille.
A McCoy piacque quell'insulto. Stupido imbecille. Lo fece ridere. Era uno stupido imbecille. In mezzo a quell'oceano si sentiva un esserino infimo. Per tutta la sua vita aveva pensato di essere un duro. Adesso si sentiva un esserino infimo ed era contento di aver finalmente scoperto la verit. Guard Payne, Outland e Gray, tutti quanti svenuti e immersi nell'acqua fino al mento. Pens che sarebbe stato meglio legarli. Chiese a Brundige di aiutarlo e li legarono cos stretti che le fronti quasi si toccavano. Strinsero le cinghie dei giubbotti per impedire che le teste scivolassero sott'acqua. I tre galleggiarono in questo modo all'interno dello zatterone, con i piedi penzoloni. McCoy e Brundige si sistemarono negli angoli tenendosi al bordo.
A un certo punto, poco prima del tramonto, cominciarono a scommettere su chi sarebbe morto prima. Sicuro come la merda che vivr pi di te, disse McCoy.
Col cazzo, replic Brundige. Sono un agricoltore del Tennessee e sono parecchio duro.
Be', io invece sono un marine del Missouri e sono un bel po' pi duro.
Va' all'inferno. Poi rimasero in silenzio. I tre uomini legati insieme cominciarono a gemere. Gli squali gironzolavano di nuovo intorno allo zatterone.
Be', credo che nessuno, a parte mio padre e mia madre, sentir la mia mancanza, riprese Brundige.
Mia madre sentir la mia mancanza. E sono sicuro che la sentir anche mio padre. E so anche che io sopravvivr a te.
Vedremo.
Sai, disse infine McCoy, se qualche fottuto squalo
mi prende, spero che quel figlio di puttana si becchi un'indigestione. Sorrise. Spero davvero che abbia difficolt a digerirmi.
Si addormentarono, ciascuno con la testa appoggiata sulla spalla dell'altro.
Quella sera Haynes dovette seppellire padre Conway e il capitano Parke. Il marine mor per primo. Il suo altruismo nel cedere agli altri i giubbotti salvagente gli era costato caro. Uomo di grande forza e disciplina, scomparve in mezzo a un'allucinazione. All'improvviso si stacc dal gruppo e prese a nuotare verso l'orizzonte. La sua morte fu un colpo per chi ancora era abbastanza lucido da capire che era scomparso.
Poi tocc a Conway. Le condizioni sempre pi gravi del sacerdote avevano afflitto Haynes. Ricordava ancora il giorno in cui era apparso sulla soglia del suo camerino con i soldi per la licenza. Era la cosa pi generosa che fosse mai stata fatta per lui.
Negli ultimi tre giorni padre Conway aveva continuato a tenere a galla gli uomini in procinto di affogare, pregando con loro nel momento dell'agonia, rifiutando di lasciarli anche quando non aveva pi la forza di nuotare. Ma poche ore prima aveva ceduto al delirio, lamentandosi in latino e biascicando preghiere in una litania sublime, incoerente. Mentre Conway delirava, Haynes aveva cullato il prete nudo fra le sue braccia, carezzandogli la testa calva e bruciata dal sole con mano leggera. Via via che le sue condizioni peggioravano, i lamenti erano aumentati d'intensit. Ben presto si era messo a benedire Haynes, colpendolo ripetutamente in volto mentre gli somministrava l'assoluzione. Il medico non aveva fatto nulla per fermarlo. Gli era rimasto vicino, aspettando che morisse.
Quando Conway s'irrigid nel coma, il silenzio si fece assordante. Haynes ud solo lo sciabordio dell'acqua. Tolse il
giubbotto all'amico e poi lasci che scendesse nelle profondit dell'oceano.
Il medico teneva con s le piastrine di riconoscimento dei ragazzi che aveva sepolto in mare nei tre giorni precedenti. Ne aveva pi di cento, avvolte con la catenella argentea intorno al polso. All'improvviso le sent pesare in modo incredibile. Era cos esausto che poteva a stento sollevarle.
Oh, merda! disse, e poi, con grande tristezza, le lasci colare a fondo.
Il direttore del porto di Leyte not ancora una volta che l'Indianapolis non era arrivato, e ancora una volta lo segnal doverosamente in ritardo(3). Nell'ufficio pensavano che sarebbe arrivato il giorno successivo, gioved 2 agosto.
Sull'isola di Tinian i B-29 decollavano senza soluzione di continuit carichi di migliaia di chili di bombe. Durante i raid, gli aerei decollavano al ritmo di uno ogni pochi secondi. E dai cieli del Giappone piovevano bombe.
A Tinian, in un bunker dotato di aria condizionata, si era riunita una squadra di specialisti di armi aeree, tra cui anche il capitano James Nolan(4). Lui e gli altri esperti erano stati sistemati nel bunker costruito appositamente per l'assemblaggio dei componenti di Little Boy. Pi o meno nello stesso momento l'equipaggio del 509 Gruppo misto, al comando del tenente colonnello Paul Tibbets, si esercitava al bombardamento sopra il Giappone. Tibbets era l'ufficiale che, dal suo B-29 Enoia Gay, avrebbe sganciato Little Boy su Hiroshima.
Nessuno badava all'assenza di McVay e dei suoi ragazzi.
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Asterischi.
*1. Oggi si pensa che una vittima potenziale dovrebbe restare perfettamente immobile, dal momento che i movimenti potrebbero eccitare lo squalo e indurlo a ritenere di aver scorto una preda ferita. Non si hanno dati accurati su attacchi di squali durante la seconda guerra mondiale, perch la casistica clinica non li ha registrati. In realt la Marina era talmente preoccupata per le conseguenze sul morale degli equipaggi da scoraggiare menzioni pubbliche di tale minaccia(2).
*2. Marted McVay aveva raccolto un altro uomo, l'ultimo, a bordo di uno zatterone. Il comandante e i suoi uomini impiegarono cinque ore a coprire a remi i 1500 metri che li separavano da lui(8).
*3. Le spiagge erano state invase da circa 200.000 uomini delle truppe alleate il 20 ottobre 1944(10).
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PARTE TERZA.
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SALVATAGGIO.
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9.
DERIVA MORTALE.
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Il comandante McVay fu come un padre per il nostro gruppo. Ci tenne tranquilli. Continuava a dire: "Verranno a salvarci". E noi pensavamo: "Be', qualcuno ci trover, uno di questi giorni".
John Spinelli, comune di seconda classe,
USS Indianapolis.
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Quarto e quinto giorno Gioved 2 e venerd 3 agosto 1945.
Ancora una volta qualcosa non aveva funzionato con il manicotto(1). Il tenente di vascello Chuck Gwinn si chiese se dovesse atterrare e ripararlo prima di riprendere il volo. O se invece dovesse spingersi nel suo settore di pattugliamento, sperando per il meglio mentre procedeva a naso, senza strumentazione. Decise di atterrare. Meglio star sicuri che pentirsene poi.
Vir sulla giungla di Peleliu e port gi l'aereo. Figlio di un allevatore di San Martin, California, Gwinn era al suo terzo anno di servizio nell'Aviazione navale. Con lui quella mattina c'era un equipaggio di quattro aviatori navali: il copilota tenente di vascello Warren Colwell, il radiotelegrafista William Hartman e due ufficiali bombardieri, Herbert Hickman e Joseph Johnson. A 24 anni Gwinn aveva al suo attivo pi di mille ore di volo come pilota collaudatore della Marina. Lui e il suo equipaggio volavano di solito su un aereo chiamato affettuosamente Miss Deal, ma quella mattina non avevano avuto fortuna: il Miss Deal era in riparazione. Al suo posto c'era un aereo dalla sigla poco elegante di PV-1 49-538, soprannominato Gambier 17.
Nessun problema. Il volo era di routine, roba da niente.
Come il Miss Deal, l'aereo era un bombardiere Lockheed PV-1 Ventura, con doppio appannaggio, due motori e un'autonomia di 950 miglia(2). A bordo portava due mitragliatrici di prua calibro 50 (12,7 mm) e altre sei calibro 30 (7,7 mm) brandeggiabili; il vano bombe poteva contenere 1140 chili di bombe. Il suo compito era individuare i sommergibili giapponesi e bombardarli, ma Gwinn, il pilota
di grado pi basso della sua unit, doveva ancora provarci. Pur avendo pattugliato miglia e miglia di oceano fra l'isola di Peleliu e il territorio giapponese, lui e il suo equipaggio non avevano ancora partecipato a nessuna azione bellica.
La vita a Peleliu era un inferno. L'isola era una terra di nessuno a 500 miglia dalla costa delle Filippine e 500 miglia a nord della Nuova Guinea. Di giorno la temperatura superava i 40 gradi e non calava pi. Il tasso di umidit era altissimo. L'isola, teatro di una delle ultime grandi battaglie dei marine prima delle vittorie decisive di Iwo Jima e Okinawa, era stata occupata a costo di enormi sforzi e con la perdita di circa 10.000 marine. Ma in un vero e proprio bagno di sangue era stata travolta l'intera guarnigione trincerata di 10.500 soldati giapponesi.
La mattina del 2 agosto la calda isola del Pacifico ospitava l'unit di Peleliu del comando di ricerca e ricognizione, facente capo al viceammiraglio George Murray, comandante delle operazioni navali delle Marianne con sede Guam. Era lo stesso comando da cui era salpato l'Indy sei giorni prima, il comando che aveva dato gli ordini di viaggio a McVay. Direttamente alle dipendenze di Murray era il capitano di vascello Oliver Naquin, l'ufficiale addetto alle operazioni di superficie che aveva tralasciato di notificare a McVay la presenza di sommergibili giapponesi lungo la rotta Peddie, parte della quale Gwinn avrebbe presto pattugliato.
Al briefing di quella mattina Gwinn aveva saputo che avrebbe potuto avvistare convogli americani di passaggio nel suo settore, che si estendeva per 500 miglia a nord di Peleliu. A parte questo la costa sarebbe stata sgombra. Doveva semplicemente individuare sommergibili nemici e affondarli con un bombardamento in picchiata. Altro suo compito era collaudare un'antenna da usarsi per la navigazione Loran, un'innovazione che aveva reso pi facile il bombardamento del Giappone. La lunga antenna era fissata alla fiancata posteriore dell'aereo e assicurata da un manicotto appesantito che le impediva di ballonzolare. Il problema era che il manicotto non teneva bene.
Alle 9 Gwinn ne aveva fatto assicurare un altro e, 45 minuti dopo il primo decollo, si era portato in testa alla pista e aveva lanciato il bombardiere verso nord sul mar delle Filippine.
Pi o meno alla stessa ora, 700 miglia a ovest di Gwinn, sull'isola di Leyte, il tenente di vascello William A. Green ricevette un rapporto in cui la base operativa navale comunicava il mancato arrivo del l'Indianapolis ? Il compito di Green nell'ufficio di Tolosa della Frontiera Marittima delle Filippine era controllare i messaggi in arrivo riguardanti il traffico navale e in caso di emergenza riferire al suo superiore, capitano di vascello Alfred Granum, l'ufficiale addetto alle operazioni che si occupava del grafico di rotta e che due giorni prima aveva collocato l'Indianapolis fra le unit arrivate a Leyte.
Era il secondo rapporto su un mancato arrivo che Green riceveva: uno simile gli era giunto mercoled. Adesso chiese il permesso alla Sezione rotte di rimuovere del tutto la nave dal grafico di rotta di Tolosa. Ancora una volta si pens che l'Indy fosse stato semplicemente dirottato verso altri compiti.
Gwinn mise in assetto orizzontale il PV-1 a 3000 piedi, la quota prescritta per il pattugliamento e la ricognizione(4). Sotto di lui il mare luccicava come uno specchio scheggiato. Scrut l'orizzonte, ma non vide nulla.
E poi il nuovo manicotto dell'antenna si stacc. Questa volta Gwinn continu a volare. Se la sarebbe cavata lo stesso, anche se il suo radiotelegrafista lo inform che le comunicazioni a lungo raggio non sarebbero state possibili. La determinazione della posizione a stima era una procedura
di navigazione ingannevole da quelle parti e Gwinn non voleva trovarsi a corto di carburante, perch altrimenti sarebbe stato costretto all'ammaraggio. E in quelle acque c'erano squali.
L'antenna continuava a sbattere contro la fiancata in alluminio dell'aereo. Alle 11 Gwinn decise di stabilizzarla assicurandovi un peso addizionale. Non sapeva che cosa fare con precisione; lo avrebbe deciso dopo averci dato un'occhiata. Il puntatore Joe Johnson stava in coda, guardando dal finestrino e cercando di escogitare una soluzione perch l'antenna non battesse contro l'aereo. Scivolando fuori dall'angusto sedile della cabina di pilotaggio, Gwinn s'infil nello stretto passaggio che conduceva alla parte posteriore dell'aereo, pronto a dare una mano a Johnson. Attraverso l'obl sul fondo del PV-1 scrut le infinite miglia di mare azzurro.
E vide qualcosa. Sembrava una macchia di nafta e probabilmente indicava una cosa: c'era un sommergibile giapponese nei paraggi, forse danneggiato da un precedente attacco. Se una nave americana fosse affondata in quella zona, pens Gwinn, lo avrebbe letto in qualche rapporto.
S'inginocchi sul pavimento freddo, mentre i motori gli martellavano le orecchie. Era vero? Avrebbero finalmente visto un po' di azione? Balz in piedi e si diresse verso la cabina di pilotaggio. Sembrava proprio una macchia di nafta lasciata da un sommergibile danneggiato. Gwinn era al settimo cielo.
Cambi la rotta dell'aereo e segu la macchia verso nord, preparandosi al bombardamento. Il vano bombe si apr e Gwinn ordin di preparare le bombe, allineate in rastrelliere, allo sgancio. Poi ordin di preparare anche le cariche di profondit. Le bombe assomigliavano a bidoni di carburante ed erano caricate con il Torpex, un esplosivo ad alto potenziale. Potevano essere predisposte per detonare a diverse profondit.
Alle 11,20 Gwinn scese di quota e cominci a seguire a
320 chilometri all'ora (200 miglia all'ora) la macchia di nafta. Con l'interfono comunic al puntatore di tenersi pronto. Dopo aver percorso circa cinque miglia, a una quota di 900 piedi, scorse qualcosa nell'acqua.
Ma che diavolo era? Gwinn era perplesso. Mentre metteva a fuoco si accorse che si trattava di un gruppo di uomini che sembravano salutarlo. Sbattevano le braccia nell'acqua, come per attirare la sua attenzione. Nemici? Amici? Doveva pensare in fretta.
Url nell'interfonico di sospendere il bombardamento e vir per eseguire un altro passaggio.
Port l'aereo a 300 piedi di quota e sorvol la macchia. Cont rapidamente 30 teste. Rilev la posizione stimata perch l'antenna Loran era inutilizzabile e perch aveva bisogno di stabilire il punto dell'incontro per poterlo riferire.
Il PV-1 di Gwinn, un aereo da ricognizione, aveva a bordo zattere di salvataggio, barilotti d'acqua, salvagenti e altre apparecchiature per il recupero dei naufraghi. Quando l'aereo pass a bassa quota l'equipaggio lanci dal portello posteriore una zattera, alcuni salvagenti e una boa idrofonica. Il lancio era un affare serio perch c'era il pericolo di colpire i naufraghi. Le forme nerastre adesso agitavano freneticamente le braccia. Non riusc a vedere bene i loro volti. Sembrava che fossero coperti di nafta. Mentre virava ne vide altri aggrappati a zatteroni di salvataggio.
La boa idrofonica era un microfono galleggiante unidirezionale usato nella guerra sottomarina. Gwinn sper che gli uomini che aveva scorto, indipendentemente da chi fossero in realt, si avvicinassero alla boa e urlassero un nome, un'identit, qualsiasi cosa. Finora non era giunto nessun suono.
In un istante la sua missione di ricerca e distruzione si era trasformata in un'operazione di ricerca e salvataggio. Alle 11,25 trasmise via radio un messaggio al quartier generale del comando di ricerca e ricognizione di Peleliu: avvistati
30 superstiti, 011-30 nord 133-30 est. I numeri indicavano la latitudine e la longitudine dell'avvistamento(*1).
Era il primo rapporto sul disastro dell'Indianapolis.
Ma chi era quella gente in acqua? La possibilit che si trattasse di americani non sembrava nemmeno da considerare: Gwinn era sicuro che sarebbe stato informato se una nave americana fosse stata affondata. Cont altre 70 persone, poi, dopo un solo minuto, ancora 50. Ci indicava che non erano i superstiti di un sommergibile, che in genere aveva un equipaggio di 100 persone al massimo. Quella gente doveva provenire da una grossa nave.
Gwinn fece oscillare le ali - Vi ho avvistato - e si abbass ancor pi per osservare: gli uomini si erano riuniti intorno agli zatteroni in maniera cos confusa che era difficile contarli. Un naufrago solitario era individuabile solo se agitava le braccia creando spruzzi. Quando smettevano di agitarsi sparivano nell'azzurro del mare, come inghiottiti. Il pilota, la cui visuale era alquanto impedita, riusc infine a individuare quattro gruppi separati: il primo di una trentina di persone, e a circa sei miglia il secondo gruppo di circa 40 individui; il terzo, a due miglia dal secondo, sembrava costituito da 55-75 naufraghi. C'era pure, come si accorse Gwinn, un quarto gruppo di 25-35 uomini.
Gwinn, in realt, aveva appena avvistato parte del gruppo del dottor Haynes e lo zatterone al comando del guardiamarina Harlan Twible, che, trainandolo per le cinghie del giubbotto, stava rimorchiando il direttore di macchina Richard Redmayne ancora svenuto. Durante la notte entrambi i gruppi si erano lentamente separati. Gwinn non aveva scorto il comandante McVay e il suo piccolo gruppo di nove uomini e quattro zatteroni. N aveva visto McCoy e i suoi quattro compagni. Questi due gruppi erano andati alla deriva per circa otto miglia davanti a quelli di Haynes e di Twible.
Nelle ultime 14 ore McCoy era scarrocciato di circa 23 miglia, per uno stupefacente totale di 105 dal punto dell'affondamento di tre giorni prima. Nel medesimo lasso di tempo McVay era andato alla deriva per 16 miglia per un totale di 103. Haynes e Twible avevano coperto circa 17 miglia e scarrocciato rispettivamente di 79 e 87. Mentre Gwinn li sorvolava in tondo continuarono a spostarsi spinti dalla corrente e dal vento.
Il dottor Haynes era scivolato in un altro mondo, senza riuscire a capire ci che stava accadendo. Sollev lo sguardo e, vedendo giubbotti cadere dal cielo, gli sembr che provenissero dal paradiso. Quando li vide ammarare a una trentina di metri da lui, si sent troppo debole per raggiungerli. Con lente bracciate dolorose, e il collo sanguinante per il continuo strofinare contro il colletto del giubbotto zuppo d'acqua, riusc a coprire la distanza. Ne prese alcuni, li diede volta e poi raccolse le forze per tornare dai suoi uomini.
Di minuto in minuto, mentre l'aereo continuava i suoi passaggi, sentiva la mente schiarirsi. Cont circa 100 uomini nel suo gruppo, che solo pochi giorni prima ne annoverava 400. Ormai, a causa dei giubbotti zuppi, i naufraghi erano immersi in acqua fino al mento e lottavano furiosamente solo per tenere il naso fuori. Proprio mentre il PV-1 li sorvolava, alcuni si arresero e morirono affogati.
Bob Gause agit il berretto come se fosse una bandiera da segnalazioni. Pur non essendo mai stato molto credente, aveva trascorso le ultime 24 ore a pregare con tutto il cuore e con le poche forze residue. Sembrava aver funzionato. Tutt'intorno a lui gli uomini presero a cantare in modo stonato, mentre altri erano cos eccitati che cominciarono ad agitare furiosamente le braccia, spesso annegando nel farlo.
Jack Cassidy, coperto da ulcerazioni da acqua salata, aveva addosso tre giubbotti ma stava affondando nel mare sempre pi mosso. Gli occhi erano cos danneggiati dalla
nafta che dovette tenerli aperti con le dita per guardare in cielo e scorgere l'aereo e le bombe coloranti sganciate adesso dalla sua pancia.
La tintura arancione si sparse tutt'intorno per segnalare le posizioni dei naufraghi, alcuni dei quali si erano messi a cantare ancor pi forte urlando che l'aereo era un angelo. Credevano davvero che i loro salvatori provenissero
dal cielo(*2).
Haynes, tuttavia, not con preoccupazione che nel trambusto il suo gruppo sempre pi sparuto continuava a dividersi. Agendo solo grazie a una scarica di adrenalina, apr le tasche dei nuovi giubbotti sperando di trovarvi le lattine d'acqua che immaginava fossero state aggiunte, ma erano tutte esplose nell'impatto con la superficie del mare. Il medico sapeva che i superstiti sarebbero sopravvissuti ancora solo poche ore senz'acqua. Li osserv con ansia mentre si facevano strada verso la zattera lanciata dall'aereo. Ben presto vi sal una ventina di uomini, mentre un'altra ventina si aggrappava disperatamente alle cime di salvataggio.
Nel frattempo Gwinn cerc di effettuare un rilevamento Loran, che forniva una posizione molto pi precisa di quella che si era potuta ottenere in precedenza(5). Si spost nella parte posteriore dell'aereo, afferr il cavo dell'antenna e la tir dentro. Poi la fiss con un tratto di un tubo di gomma, sperando che il peso sarebbe stato sufficiente a impedirle di sbatacchiare.
Il radiotelegrafista annunci di avere appena effettuato un rilevamento. Adesso Gwinn poteva riferire una posizione precisa. Mand quindi un secondo messaggio, pi urgente di quello che aveva gi inoltrato un'ora e 20 minuti prima. Diceva: mandate navi in soccorso 11-54 n 133-47 e,* 150 superstiti con giubbotti e zatteroni.
Quando il nuovo messaggio giunse a Peleliu, la giornata di solito normale al comando di ricerca e ricognizione di Peleliu cambi all'improvviso. Il caos si diffuse rapidamente nella Frontiera Marittima delle Filippine e poi anche al comando delle Marianne a Guam.
L'unit di ricerca e ricognizione aveva gi risposto al primo messaggio, grazie alla rapida reazione di uno dei suoi ufficiali, il capitano di corvetta George Atteberry, superiore di Gwinn. Alle 12,05, dopo aver ricevuto il messaggio, pens che il suo pilota si fosse imbattuto nei superstiti di un incidente aereo. Sapeva di dover agire in fretta. Preoccupato per la sicurezza di Gwinn, calcol rapidamente che aveva carburante a sufficienza per altre quattro ore di volo prima di dover tornare a Peleliu, e volle assicurarsi che i superstiti fossero coperti da un appoggio aereo dopo che lui se ne fosse andato.
Quindi si occup personalmente di tutto. Dal suo ufficio situato in una baracca Quonset chiam la stazione operativa dell'isola inviando il dispaccio e l'ordine di apprestare una squadriglia di idrovolanti PBY-5A Catalina. Questi aerei erano dotati di galleggianti per ammarare e i loro equipaggi erano specializzati nell'individuazione di superstiti di disastri aerei e navali. Atteberry richiese che un Catalina decollasse immediatamente per dare il cambio a Gwinn alle 15,30. Ma l'ufficiale di servizio voleva una conferma ufficiale dell'avvistamento di quei superstiti. Sfortunatamente nessun ufficiale di grado superiore a quello di Atteberry (capitano di corvetta) era a conoscenza dell'incidente. Gli eventi si erano svolti con tale rapidit che Atteberry non aveva avuto il tempo di trasmettere il messaggio al viceammiraglio Murray, comandante delle Marianne a Guam, la
cui giurisdizione comprendeva l'area in cui i superstiti andavano alla deriva.
Irritato, Atteberry riappese. Poi decise di andare di persona alla stazione operativa a sistemare la questione. Ma una volta giunto cap che l'ufficiale di servizio non sarebbe mai riuscito a mandare un Catalina in tempo per il ritorno di Gwinn. Torn a tutta velocit al suo ufficio e ordin di preparare un PV-1 Ventura della sua squadriglia. L'aereo fu rifornito e Atteberry con quattro uomini di equipaggio decoll dall'isola.
Erano le 12,44.
Un minuto pi tardi, il secondo e pi urgente messaggio in cui Gwinn chiedeva che una nave di soccorso fosse mandata nella sua zona di ricerca arriv al comando di Atteberry a Peleliu. Essendo in volo, il capitano non pot riceverlo, ma in ogni caso sarebbe arrivato sul luogo del salvataggio in un'ora e mezzo.
Due importanti personaggi ricevettero il messaggio, tuttavia, e immediatamente organizzarono i soccorsi. Si stava mettendo in moto una delle maggiori operazioni di salvataggio della storia della Marina americana(*3).
Il primo a ricevere il messaggio fu l'ufficiale addetto alle operazioni di superficie della Frontiera Marittima delle Filippine, capitano di vascello Alfred Granum(6). Rimase sorpreso nell'apprendere il naufragio di cos tanti soldati o marinai. Non sapeva a quale comando appartenessero, come non sapeva che un'unit sotto la giurisdizione della Frontiera Marittima delle Filippine fosse in ritardo. Era stato il suo superiore, commodoro Norman Gillette, facente funzione di comandante della Frontiera Marittima delle Filippine, a ricevere tre giorni prima la notizia di un SOS da parte dell'Indy e a richiamare i rimorchiatori mandati sul luogo del disastro.
Incuriosito e molto preoccupato, Granum chiam il tenente di vascello Stewart Gibson, ufficiale addetto alle operazioni del direttore di porto di Tacloban. (Due giorni prima Gibson, agendo in base alla direttiva della Marina 10CL-45, aveva ignorato il mancato arrivo dell'Indy a Leyte.) Poi contatt il tenente di vascello William A. Green, l'ufficiale del comando della Frontiera Marittima delle Filippine a Tolosa che proprio quella mattina aveva chiesto il permesso all'ufficio di Granum di togliere l'Indy dal grafico di rotta. Granum gli disse di lasciare l'Indy esattamente dove si trovava sul grafico. Aveva ricevuto rapporti in cui si diceva che c'erano uomini in mare.
L'altro personaggio importante al quale giunse il secondo messaggio di Gwinn fu il viceammiraglio Murray a Guam. Dopo nemmeno 15 minuti invi un dispaccio al comando delle Caroline occidentali - l'arcipelago cui apparteneva Peleliu - che diceva: inviare due cacciatorpediniere a tutta forza... recuperare 150 superstiti a
bordo di zatteroni. Murray, sotto la giurisdizione del quale si trovava l'agghiacciante responsabilit di salvare quegli uomini, non volle correre rischi. Aveva ricevuto il messaggio di Gwinn e fatto ci che il pilota aveva richiesto. Due navi si sarebbero precipitate ben presto a recuperare gli uomini in mare.
Mentre a Guam si mettevano in moto le operazioni di salvataggio, un PBM-5 della Marina, un aereo anfibio da trasporto, era in pattuglia da Saipan a Samar quando, da uno squarcio nelle nuvole, l'equipaggio scorse una luce brillante simile al riflesso di un enorme specchio di bronzo(7). Guardando in basso videro una grande macchia di nafta luccicare sotto di loro. Il radar rifer la presenza di un altro aereo nella zona, che l'equipaggio valut correttamente come amico. Si trattava infatti del Ventura di Gwinn.
Il PBM-5 emerse dalle nuvole e gli uomini dell'equipaggio cominciarono a lanciare tutti i mezzi di salvataggio che avevano a bordo, compresi i loro stessi giubbotti e le loro zattere. Riferirono di aver avvistato gruppi piccoli e grandi e squali tutt'intorno. Quando non ebbero pi niente da lanciare, ripresero quota e si misero in contatto radio con Saipan e Leyte chiedendo il permesso di ammarare e di recuperare i naufraghi. La richiesta incontr un rifiuto.
Il capitano di corvetta George Atteberry, a bordo del suo Ventura soprannominato Gambler Leader, arriv sul luogo dell'avvistamento dei naufraghi alle 14,15 e si un rapidamente a Gwinn, che grad molto la sua compagnia(8). Adesso dovevano aspettare che una nave venisse a prendere i naufraghi, cercando nel frattempo di rassicurarli volando in tondo sulle loro teste. Ma ormai Gwinn rischiava di finire senza carburante e Atteberry fu costretto a rimandarlo a Peleliu. Dopo quattro ore sconvolgenti passate a volare in tondo sugli uomini in acqua, Gwinn era scosso e preoccupato mentre tornava alla base.
Atteberry pattugliava la zona solo da mezz'ora quando, con sua sorpresa, alla radio giunsero i numeri di chiamata di un altro aereo. Si trattava del tenente di vascello Adrian Marks, un avvocato alto e magro di 28 anni dell'Indiana, pilota e istruttore di volo della Marina da tre anni(9). Faceva parte della squadriglia di Catalina che Atteberry aveva cercato di far decollare due ore prima a Peleliu. Era rimasto in una soffocante baracca Quonset tentando di decifrare quello che sembrava un confuso messaggio radio. C'era scritto fra l'altro: sto volando in tondo sugli zatteroni. Era di Gwinn e, non appena lo aveva letto, Marks non aveva perso tempo. Pens che forse un pilota di portaerei fosse stato costretto ad ammarare in pieno oceano.
Si era recato immediatamente al comando dei Catalina. Atteberry se n'era appena andato, ma Marks scopr che aveva cercato un aereo. Il Catalina di servizio era gi partito per una missione. Se fosse partito anche lui, non sarebbero rimasti aerei da usare in caso di emergenza. Soppes la decisione e stabil che quella era un'emergenza. Riforn il suo aereo, il Playmate 2. Lui e il suo equipaggio di nove uomini, tra cui un copilota, due radiotelegrafisti e due bombardieri, riempirono l'aereo di zattere, bengala, tinture di segnalazione e cassette di soccorso contenenti acqua e razioni. Pi grande del Ventura di Atteberry, il PBY-5A Catalina, noto anche come Dumbo, era un bimotore ad ala alta progettato per la caccia ai sommergibili e per l'ammaraggio in acque calme per recuperare i piloti abbattuti. Ammarare in mezzo alle acque agitate dell'oceano sarebbe stato come minimo azzardato.
Alle 12,44 Marks era decollato da Peleliu, seguendo le coordinate che Gwinn aveva comunicato via radio dal luogo dell'avvistamento. Durante il volo di quasi tre ore per coprire le 280 miglia, gli era giunta alla radio una chiamata da un caccia-scorta, l'USS Cecill J. Doyle, in pattuglia a nord delle isole Palau. Il suo comandante, capitano di vascello Graham Claytor, chiedeva il motivo della missione di Marks. Scoprendo che Claytor non aveva ricevuto messaggi relativi agli uomini in mare, gli comunic la notizia.
Come volle la sorte, Claytor, a circa 200 miglia dall'equipaggio dell'Indy, decise di voltare la prua. Cominci a navigare verso sud a 22,5 nodi. Lo fece senza prima comunicare via radio con il suo comando di Peleliu per chiedere ordini, in flagrante violazione dei suoi doveri di comandante. Ma era un uomo sicuro di s, con un ottimo stato di servizio personale. Avvocato nella vita civile, era stato presidente della Harvard Law Review e aveva fatto il tirocinio presso Louis Brandeis, giudice della Corte suprema, prima di arruolarsi in Marina nel 1942. Era abituato a pensare con il proprio cervello. Alle 14,35 entr in contatto radio con Atteberry. Lo inform che avrebbe navigato alla maggiore
velocit possibile, ma dichiar che non sarebbe giunto prima di mezzanotte.
Nel frattempo il CINCPAC, il comando navale di Manila, cominci a trasmettere a tutte le unit: rompere il silenzio radio - riferire posizione(10). Lo scopo del messaggio era stabilire quali navi fossero in navigazione nel mar delle Filippine. Quando le risposte cominciarono ad arrivare al comando, quella dell'Indy brillava per la sua assenza.
Poi, a met del pomeriggio, la Frontiera Marittima delle Filippine, sotto il comando del commodoro Gillette, entr finalmente in azione(11). Dopo aver constatato che ben tre navi, e non una sola, erano in ritardo rispetto all'ora d'arrivo stimata a Leyte, mand al comando delle Marianne di Guam il seguente messaggio: Indianapolis (ca 35) non 
ancora arrivato - comunicare.
Guam rispose cos: Indianapolis (ca 35) partito da
guam 2300z 27 luglio in accordo con nostro 280032z di luglio xxx(*4).
Non era una bella notizia per il comando della Frontiera. Il capitano di vascello Granum, l'ufficiale addetto alle operazioni, sapendo che l'Indy si sarebbe dovuto incontrare con il contrammiraglio McCormick a Leyte per le esercitazioni di tiro, mand un cablo urgente: l'Indianapolis vi ha comunicato .qualcosa?
Il contrammiraglio McCormick era appena tornato al suo ancoraggio nella baia di San Pedro dopo aver finito il turno di addestramento al largo della costa di Leyte, le stesse manovre cui avrebbe dovuto partecipare l'Indianapolis. Quando Granum gli chiese se l'Indy avesse comunicato qualcosa, McCormick rispose con una sola agghiacciante parola: negativo.
Il tenente di vascello Adrian Marks giunse sulla scena dei superstiti alle 15,20 e quel che vide lo sciocc(12). Atteberry lo inform che c'erano molte persone sparse su una vasta zona. Aggiunse di non lanciare equipaggiamenti per il salvataggio fino a quando non avesse compiuto un giro completo, cosa che Marks si affrett a fare. Entrambi i piloti decisero (come Gwinn in precedenza) di allontanarsi dagli uomini appesi agli zatteroni e di concentrarsi unicamente su quelli tenuti a galla dai giubbotti. Mezz'ora dopo il suo arrivo Marks cominci a bombardare gli uomini di provviste.
Pi o meno nello stesso momento i caccia USS Ralph Talbot (DD 390) e USS Madison (DD 425) ricevettero l'ordine di interrompere il pattugliamento e dirigersi sul luogo del salvataggio(13). Tempo di arrivo stimato: 12 ore, all'incirca venerd mattina.
Marks cap che la situazione era tremenda(14). Dalla sua altitudine di una decina di metri vedeva con chiarezza il profondo mare verde e le centinaia di squali che circondavano gli uomini. Si avvicinava la notte e lui sapeva che le ore successive erano quelle preferite dagli squali per procurarsi
il cibo(*5). Un membro dell'equipaggio di Marks vide uno squalo attaccare un uomo e tirarlo sott'acqua. Quando anche il pilota vide altri attacchi coi propri occhi, la sua ansia aument. I superstiti sembravano cos deboli da non essere in grado di opporsi agli squali.
Era evidente che la velocit d'azione diventava fondamentale. Marks evit il solito protocollo delle comunicazioni e mand un messaggio non cifrato a Peleliu: tra 100 e 200
SUPERSTITI NELLA POSIZIONE RIFERITA - NECESSARI TUTTI
gli equipaggiamenti di sopravvivenza disponibili finch c' ancora luce - molti superstiti senza zattere.
Nello stesso messaggio Marks annunciava una decisione coraggiosa: tenteremo di scendere in mare aperto. Non aveva mai cercato di scendere in mare aperto e ogni precedente tentativo dei membri della sua squadriglia era finito talmente male che i piloti avevano ricevuto l'ordine tassativo di non tentare pi.
Pochi minuti pi tardi url di nuovo nella sua cuffia per assicurarsi che gli uomini fossero d'accordo con la decisione di ammarare. Alzarono il pollice in segno di assenso. La squadra ci stava. Tir a s la barra sollevando il muso del Catalina fino a metterlo in stallo. Colpendo la cima di un'onda il Playmate 2 fu scaraventato in aria di almeno cinque metri. Poi scese ancor pi violentemente. In qualunque momento l'aereo avrebbe potuto fracassarsi. Al terzo contraccolpo si adagi sulle acque come una gallina sul suo uovo, con rivetti e viti che schizzavano da tutte le parti e l'acqua del mare che penetrava a bordo. L'equipaggio di Marks infil batuffoli di cotone e matite nei buchi nella fusoliera dell'aereo. Il compartimento radio, situato a met dell'aereo, stava imbarcando acqua e il radiotelegrafista prese immediatamente a sgottarlo con i suoi compagni a un ritmo di 10-12 buglioli all'ora. I motori giravano ancora ed era essenziale che non toccassero l'acqua, altrimenti avrebbero fatto cappottare l'aereo.
Il copilota di Marks, guardiamarina Irving Lefkovitz, si spost verso il portello laterale preparandosi al recupero. Lo stesso Marks non aveva idea di dove dirigere l'aereo. Ballonzolava come una giostra impazzita in preda al movimento delle onde. Volando in cerchio sopra di lui, Atteberry divenne l'occhio e la mente di Marks nella luce sempre pi fioca del crepuscolo. Bisognava raccogliere il maggior numero di superstiti prima che l'oscurit li inghiottisse tutti.
Marks era ammarato nel gruppo comandato dal dottor Haynes. Ormai erano rimasti solo 95 uomini rispetto ai
110 del giorno precedente; solo nel pomeriggio ne erano stati persi 5. Tutti urlavano in direzione dell'aereo invitando il pilota ad avvicinarsi. Marks aument i giri dei motori che vibravano sulle due grandi ali e spinse Dumbo in avanti alla ricerca dei naufraghi pi malconci. Era un brutto affare. La velocit normale di flottaggio del Catalina era di 35 miglia all'ora, troppo elevata perch si potesse salire a bordo. Marks escogit una soluzione: mentre lui dava gas, un altro membro dell'equipaggio abbassava e sollevava il carrello d'atterraggio, usandolo come un freno idrodinamico. Funzion.
In precedenza, quello stesso giorno, dopo aver ricevuto le coordinate inviate da Gwinn, il capitano di vascello Grammi aveva messo in moto le operazioni di salvataggio(15) Aveva avuto conferma della partenza dell'Indy da Guam ed era giunto alla conclusione che la lettura della latitudine e della longitudine corrispondeva probabilmente a quella della rotta su cui l'incrociatore era passato nel suo viaggio verso Leyte. Di minuto in minuto diventava sempre pi chiaro che la nave dispersa doveva essere quella. Con l'approvazione del commodoro Gillette, Granum eman ordini urgenti di mandare pattugliatori e aerei nella zona del salvataggio. Adesso coordinava le operazioni insieme con l'unit di ricerca e ricognizione di Peleliu, da dove erano decollati Gwinn, Atteberry e Marks.
Nello stesso tempo il comandante delle Caroline occidentali, sotto la giurisdizione del viceammiraglio Murray a Guam, ordin a tutte le navi e a tutti gli aerei nelle vicinanze di dirigersi sul luogo del recupero.
Il pomeriggio tardi, poco prima che Marks ammarasse, due B-17 Flying Fortress della 3a Squadriglia Salvataggio d'Emergenza, appartenenti all'Aviazione dell'Esercito di base a Peleliu, erano arrivati sul luogo del naufragio(16). Gli equipaggi di questi bombardieri a lungo raggio, avendo udito i precedenti messaggi di Gwinn, avevano scaricato sugli uomini del dottor Haynes 17 zattere, 26 imbarcazioni di legno lunghe un metro e mezzo, numerosi salvagenti e tre dozzine di gommoni capaci di contenere cinque persone.
Intorno alle 19,15 ammar un altro PBY, il Playmate 1, pilotato dal tenente Richard Alcorn dell'Aviazione dell'Esercito(17). Scese due miglia a nord di Marks e cominci immediatamente a incrociare in mezzo alle onde, superando cadaveri e relitti galleggianti. Per aiutarsi nella ricerca al tramonto, il tenente Alcorn aveva acceso le luci dell'aereo. Scambiandole per razzi di segnalazione, altri aerei in arrivo sul luogo del naufragio avevano cominciato a lanciargli sopra rifornimenti. Nonostante l'equivoco il tenente riusc a prendere a bordo un naufrago prima di rendersi conto di non poter essere pi di nessun aiuto al buio. In ogni caso era ammarato troppo distante dalla maggior parte dei
superstiti(*6). Alcorn cap, d'altra parte, di poter rendersi utile facendo da luce di segnalazione per gli aerei e le navi diretti sul posto. Avrebbe trascorso in totale pi di 51 ore nella zona, tornando a Peleliu solo per rifornirsi di carburante.
Esasperato dal fatto che i suoi uomini continuassero a morire mentre i soccorsi erano cos vicini, Haynes cap di dover fare qualcosa. Dopo che Marks ebbe lanciato le zattere di salvataggio, il medico nuot fino a una di esse, ma scopr di essere troppo debole per tirare la sagola che l'avrebbe gonfiata automaticamente. Alla fine ci vollero tre uomini per tirare quella cimetta. Decisero che Haynes sarebbe salito per primo, un onore che lui sulle prime rifiut, ma che dovette accettare in seguito alle loro insistenze. Si tolse il salvagente gonfio e fu una procedura assai dolorosa. Libero da quell'oggetto per la prima volta in quasi quattro giorni, si ritrov con le spalle escoriate e sanguinanti. Gli uomini lo
sollevarono di peso e lo scaraventarono a bordo. Cominci subito a cercare acqua. Doveva assolutamente trovarla. Ma non ce n'era.
Riusc a issare dieci uomini sulla zattera, mentre altri venti dovettero appendersi alle sagole tutt'intorno al bordo. Presto, tuttavia, il caldo del pomeriggio divenne insopportabile e gli uomini sulla zattera preferirono gettarsi di nuovo in mare. La loro temperatura corporea era scesa sotto i 30 gradi, punto intorno al quale la maggior parte delle funzioni motorie si arresta. Era un miracolo che fossero ancora capaci di muoversi, ma guardandoli bene Haynes pens che sembravano cadaveri. Le condizioni di quegli uomini erano molto gravi: non potevano pi resistere senza acqua dolce da bere.
La sua sofferenza gli sembrava adesso naturale. Si sentiva vicino a Dio, come se fosse in attesa di essere sollevato, stretto da due immense dita invisibili piovute dal cielo. Con un grande sforzo mentale cerc di mettere in funzione una pompa dissalante trovata a bordo della zattera, ma scopr che faceva fatica persino a leggere le istruzioni. Tuttavia non si arrese. Per lunghe ore pomp quella che pensava fosse acqua potabile, solo per scoprire che ogni barilotto era avvelenato dall'odore di salsedine. Si maledisse per la sua stupidit finch, in un accesso di disperazione latente in lui gi da tempo, non scaravent la pompa fuori bordo. Per la prima volta dall'affondamento croll in pezzi.
Cominci a piangere. Pianse con rabbia per non essere riuscito a trovare acqua per gli uomini, per non essere riuscito a impedire che molti morissero. Prov vergogna per non aver fatto di pi per loro, ma sapeva in ogni caso che stava facendo il possibile. E che era tutto ci che ormai poteva esigere da s.
Continuando a volare in tondo, il capitano di corvetta Atteberry diresse Marks verso piccoli gruppi di
superstiti(18). I due aerei si tenevano in costante contatto radio, uno in cielo, l'altro fra le onde. Spesso Marks non vedeva altro che muri d'acqua, e subito dopo scorgeva l'onda successiva.
Il portello laterale del Playmate 2 era aperto e vi penzolava una biscaglina. Un uomo dell'equipaggio stava rannicchiato sui tarozzi mentre Marks cercava di controllare l'aereo.
Va bene, Dumbo... vieni a destra, trasmise via radio Atteberry. Va' cos... a sinistra, solo un po'.
S, lo vediamo! rispose Marks. Temendo di travolgere un superstite, il pilota spense i motori. L'uomo sulla biscaglina si sporse e vide un naufrago che galleggiava a faccia in gi. Lo prese per le braccia e lo iss. Quel che vide gli fece venire il vomito: era solo la parte superiore del tronco di un uomo. Ripeterono il passaggio e spesso, quando gli uomini dell'equipaggio afferravano un naufrago, scoprivano che questi era troppo debole per issarsi a bordo.
Marks volle sapere chi fossero quei superstiti. Ne tir a bordo uno, un sottufficiale, che gli disse di appartenere all'equipaggio dell'Indianapolis.
Adesso Marks aveva l'informazione che nelle ultime cinque ore era mancata ai comandi sia di Peleliu sia di Guam. Ma era troppo occupato per codificare un messaggio con l'identit della nave. Diresse l'aereo verso il gruppo successivo di uomini. Il mondo poteva aspettare: lui aveva un lavoro da fare.
Mentre l'aereo di Marks flottava in mezzo all'acqua raccogliendo superstiti, Haynes decise di provare a raggiungerlo. Pi che nuotare fece delle bracciate in qualche modo lungo i 20 metri che lo separavano dal Catalina. Quando raggiunse la biscaglina che pendeva dal portello, era pi morto che vivo.
Ma non sal. Alzando gli occhi annebbiati chiese un barilotto d'acqua e un giubbotto salvagente. S'infil il giubbotto
senza legarlo stretto, poi, spingendo il barilotto davanti a s, ce la mise tutta per tornare alla zattera. Dopo averne bevuto un sorso, ne vers un altro po' e indic un ragazzo. Questa  per lui, disse schiarendosi la gola secca. Poi lasci che le mani in attesa s'impadronissero del bicchiere. Quando gli fu restituito lo riemp di nuovo scegliendo un altro cui darla. La vista dell'acqua tremolante nel bicchiere era una tortura per Haynes: dovette fare uno sforzo sovrumano per impedirsi di berla tutta. E dagli sguardi vuoti e inespressivi degli uomini cap che anche loro esercitavano un tremendo controllo su se stessi. Mentre continuava a rifornirli di acqua sent crescergli in petto una sensazione d'orgoglio: non uno di quei marinai cercava di fare il furbo. Haynes avrebbe sempre ripensato con stupore a quel momento.
Mentre issava i superstiti a bordo del Playmate 2 Marks scopr che molti avevano braccia e gambe gonfie o fratturate. Salire a bordo era un processo estremamente doloroso. A volte, mentre il tenente e i suoi uomini davano uno strattone per recuperare un superstite, gli rimaneva in mano solo la carne. L'acqua del mare aveva corroso tutti i peli di alcuni naufraghi, che salivano a bordo pallidi, piagnucolanti e con la pelle liscia come quella di un neonato. Marks e i suoi erano atterriti.
Erano ormai riusciti a issare a bordo una trentina di uomini e il tenente controll che fossero disposti acconciamente sul fondo del Catalina. Si agitavano in modo incontrollato nel loro delirio, pigliando a calci la fusoliera e bucandola. In capo a poche ore l'intera riserva d'acqua sarebbe finita. Per non danneggiare lo stomaco contratto, ognuno era costretto ad attendere alcuni minuti prima di bere di nuovo. Dopo due bevute, l'equivalente di un bicchiere, i ragazzi cadevano in un sonno profondo, interrotto solo dalla richiesta di altra acqua.
Ed Brown e Bob Gause furono issati a bordo stretti fra numerosi altri superstiti. Brown aveva trascorso la giornata galleggiando e fissando il cielo in uno stato di stupore, ipnotizzato da quel che vi vedeva comparire. Vi era apparso perfino un telegramma della Western Union che occupava tutto l'orizzonte e che diceva: cara signora brown, siamo spiacenti d'informarla che suo figlio  considerato disperso in azione. Adesso giaceva sul fondo dell'aereo, folle di gioia, mentre i suoi salvatori gli passavano sopra trasportando i compagni.
Bob Gause, spossato, era seduto in parecchi centimetri d'acqua sul fondo del Catalina. Osserv che doveva aver piovuto molto dal momento che l'aereo era pieno d'acqua.
Che cosa vuoi dire? gli domand uno seduto accanto a lui. Non sta piovendo. Allora si accorsero che l'aereo stava imbarcando acqua; sembrava che sarebbe affondato. (L'acqua infatti era entrata dalle fenditure durante l'azzardato ammaraggio.) Parecchi superstiti presero a sgottarla come pazzi, temendo di dover ricominciare daccapo la loro ordalia.
Alcuni marinai in preda alle allucinazioni avevano reagito con violenza all'idea di essere salvati. Ben presto il pavimento della fusoliera del Catalina fu pieno di uomini che scalciavano insensatamente in direzione di fantasmi che solo loro vedevano. L'aereo si riemp di odore di vomito ed escrementi. Quando non ci fu pi posto all'interno, Marks sistem i superstiti sulle ali, dove vennero avvolti come mummie nei paracadute e imbragati con cime per impedire che rotolassero gi. Al calar della notte avevano recuperato 59 superstiti. Altri 300 erano ancora in attesa, ma l'oscurit ormai totale rendeva vano ogni sforzo. Marks non avrebbe potuto far di pi sino al giorno successivo. Decise di attendere le navi di salvataggio.
Aveva fatto il suo dovere. Il Playmate 2 scarrocci nel buio mentre dal suo ventre si levavano le urla dei naufraghi.
Il comandante Graham Claytor con il Cecil J. Doyle entr nell'ammasso di relitti e corpi alle 23,45(19), Si mise subito
all'opera senza perdere tempo. Cal una baleniera a motore e cominci a caricare i superstiti trasportandoli dal Catalina di Marks all'infermeria del Cecil J. Doyle. Alle 0,52 di venerd 3 agosto arriv anche il trasporto veloce USS Bassett (APD 73) e dopo altre quattro ore i caccia Ralph Talbot e Madison e il caccia-scorta USS Dufilho (DE 423). Pur essendo trascorse pi di 12 ore dall'avvistamento di Gwinn, nessun equipaggio delle unit di salvataggio, a parte quello di Marks, aveva ancora saputo il nome della nave affondata.
Nelle ore precedenti l'alba il Bassett raccolse 152 superstiti, il gruppo singolo pi ampio salvato dall'acqua, prima di dover tornare a Leyte(20). Provenivano principalmente dal gruppo di zattere di Twible, scarrocciate circa 15 miglia a nord-est rispetto ai nuotatori di Haynes. Fra questi due gruppi si trovava il comandante McVay con i nove compagni di sventura. Isolati e alla deriva circa 7 miglia a nord-ovest di Haynes, c'erano McCoy e i suoi quattro compagni.
Con grande stupore dell'equipaggio del Bassett, molti naufraghi non volevano essere salvati. Quando l'unit ammain i suoi Higgins, i superstiti che nuotavano sotto la luce dei proiettori si convinsero che i salvatori fossero marinai giapponesi. (Gli Higgins, chiamati anche LCVP, Landing Craft Vehicle Personnel, hanno il fondo piatto e le fiancate alte e sono usati dai marine per gli sbarchi.)(*7). Allo stesso modo gli uomini addetti al salvataggio, che non conoscevano ancora l'identit dei naufraghi, non erano sicuri che non si trattasse di un trucco. Vedevano solo volti anneriti dalla nafta e il bianco di occhi profondamente infossati che li fissavano inerti. Estraendo la pistola, un salvatore url: Ehi, in quale citt giocano i Dodgers?
Brooklyn! fu la risposta. Solo allora continuarono le operazioni di salvataggio.
Per far salire i ragazzi a bordo occorreva una buona dose d'immaginazione. Un salvatore convinse i superstiti che li avrebbe portati a ballare e, come se dovessero danzare una conga, li fece disporre in una fila che conduceva all'Higgins. Ad altri fu detto che avevano ottenuto una serata di franchigia in citt. Un marinaio ventenne del Bassett, William Van Wilpe, si comport con estremo coraggio, gettandosi in mare dalla sua imbarcazione dopo che tre superstiti, scivolati di nuovo in acqua, erano spariti all'istante. Van Wilpe torn in superficie tenendoli tutti e tre fra le braccia in uno sforzo erculeo. In seguito, essendosi ritrovato con una spalla slogata, la rimise a posto con uno strattone e torn subito a fare il suo dovere.
Jack Miner cerc febbrilmente di allontanarsi a nuoto quando un Higgins si avvicin, ma era troppo debole. Fu issato oltre il bordo mentre lottava e si dimenava. Sollevato di peso da un grosso marinaio barbuto, Miner credette di trovarsi fra le braccia dell'arcangelo Gabriele. Smise di agitarsi quando g'infilarono in bocca uno spicchio d'arancia. Per Miner quel frutto sapeva di paradiso e quando lo fin si mise a succhiare avidamente la scorza.
Alle 4 il proiettore del Cecil J. Doyle individu nel suo acuto raggio la zattera del dottor Haynes(21).
Accanto al medico c'era uno che aveva perso la ragione. Ehi! url all'avvicinarsi del Doyle. Avete acqua a bordo?
La risposta tanto sperata giunse subito. Ne abbiamo quanta ne vuoi!
L'uomo rimase in silenzio. Dopo un istante dichiar: Perch se non avete acqua potete andarvene e lasciarci in pace.
Una rete da carico fu calata dallo scafo metallico del
Doyle e Haynes fu issato dal mare con una cima assicurata intorno alla cintola. Era nudo, ustionato e alquanto fuori di s. Ma spinse via gli uomini che lo stavano aiutando dicendo: Ce la faccio da solo.
Chi siete? gli chiese il comandante Claytor.
Tutto quello che rimane dell'Indianapolis, rispose Haynes con voce roca. Siamo rimasti in acqua quattro giorni.
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Asterischi.
*1. 11 30' N, 133 30' E. (N.d.R.)
*2. Negli anni successivi al loro salvataggio i superstiti dell'Indianapolis non persero occasione di chiamare Chuck Gwinn il loro angelo. Lo festeggiarono ogni volta che si present alla riunione biennale e lo fecero membro onorario dell'organizzazione dei superstiti. Gwinn, morto nel luglio 1993, si commosse spesso davanti a tale manifestazione di affetto.
*3. Si discute ancora su quale sia stata la maggiore operazione di salvataggio della seconda guerra mondiale. Quella dell'Indy, che coinvolse un totale di 11 aerei e 11 navi per un periodo di sei giorni (compreso il recupero dei corpi dopo il salvataggio),  certamente una delle pi importanti.
*4. Se adattato ai diversi fusi orari militari, questo messaggio conferma che l'Indianapolis lasci Guam il 28 luglio 1945 alle 9.
*5. In realt gli squali erano rimasti costantemente presenti durante tutto il dramma dei naufraghi, anche nel corso delle ore diurne. Poco dopo la comparsa di Gwinn un massiccio attacco di almeno 30 squali aveva coinvolto in un quarto d'ora una sessantina di uomini appollaiati su una rete di salvataggio.
*6. Non si hanno notizie dell'identit di quel superstite.
*7. Gli Higgins erano piccoli mezzi da sbarco da 8 tonnellate, dotati di un motore Diesel da 225 HP, che sviluppavano una velocit di oltre 10 nodi. Ciascun trasporto veloce simile al Cecil J. Doyle (un caccia-scorta trasformato) ne imbarcava alcuni per poter mettere in mare piccoli reparti a breve distanza dal punto di sbarco. (N.d.R.)
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10.
ORE FINALI.
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La cosa peggiore era rinunciare alla vita, accettando il fatto che stessi per morire... non erano gli squali, non era veder morire i tuoi compagni. Era quando capivi che saresti morto. Ed eravamo giovani e sani. All'improvviso, non c' pi speranza. Ci hanno dimenticato. Non possiamo resistere all'infinito... moriremo.
Giles McCoy, soldato scelto, USMC, USS Indianapolis.
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Quinto e sesto giorno Venerd 3 e sabato 4 agosto 1945.
Il comandante Claytor rimase stupito nell'apprendere che stava salvando gli uomini dell'Indianapolis(1). Per volere del destino, stava dunque cercando un suo parente. Il comandante McVay era sposato con una sua cugina, Louise.
La sera precedente, prima di arrivare sulla scena del naufragio, Claytor aveva ricevuto un messaggio dalla Frontiera Marittima delle Filippine: prima nave sulla scena comunichi identit superstiti e causa affondamento. Adesso, nelle prime ore di venerd 3 agosto, quasi 13 ore dopo l'avvistamento dei naufraghi, Claytor fu finalmente in grado di diffondere la notizia. Alle 0,30 si mise in contatto radio con il comandante delle Caroline occidentali:
arrivati in zona - raccolgo i superstiti Indianapolis (ca 35) silurato e affondato domenica notte.
La notizia arriv come un fulmine a ciel sereno e fu rapidamente inoltrata a Pearl Harbor e all'ammiraglio Ernest King, capo delle operazioni navali a Washington(2). Sia King sia l'ammiraglio Nimitz erano preoccupati dell'impatto che avrebbe avuto la tragedia sugli imminenti piani di bombardamento del Giappone. Temevano una controversia proprio in quelle che avrebbero potuto essere le ore pi belle della guerra e della Marina.
Lo stesso giorno in cui venivano salvati i resti dell'equipaggio dell'Indianapolis, il presidente Truman - di ritorno dalla conferenza di Potsdam che avrebbe unito Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti nell'attacco finale al Giappone - stava navigando alla volta degli Stati Uniti a bordo dell'incrociatore USS Augusta? Con lui c'erano alcuni giornalisti.
Truman annunci che l'America possedeva un nuovo tipo di arma che avrebbe posto fine alla guerra.
Ormai i componenti di Little Boy erano arrivati a Tinian per l'assemblaggio finale ed era giunto anche un ordine in cui si designava Hiroshima come bersaglio(4). Ma al largo di Guam e della stessa Tinian le condizioni meteorologiche non erano favorevoli. Un mare in burrasca limitava gli attacchi dei B-29 sul Giappone e ostacolava la programmazione dell'operazione nucleare. L'equipaggio dell'Ertola Gay - il B-29 che avrebbe dovuto sganciare la bomba - fu costretto ad aspettare cieli pi sereni.
Nelle acque del Pacifico meridionale le ricerche procedevano con la massima celerit(5). Con l'aiuto di potenti proiettori, sette aerei da ricognizione volavano in tondo sulla zona in formazioni coordinate, dirigendo gli sforzi delle navi. Usando mezzi Higgins, motolance e reti Stokes (canestri di rete metallica) calati dalle gru delle navi, i superstiti venivano faticosamente recuperati a uno a uno. L'equipaggio del Bassett era atterrito alla vista di ci che trovava. Alcuni naufraghi issati a bordo erano sfigurati in modo cos orribile che i salvatori, quando sollevavano a bordo quei cadaveri viventi, molti dei quali loro coetanei, crollavano e si mettevano a piangere.
Alle 4,30 il caccia Madison divent il comando centrale dell'operazione, dando il cambio allo sfinito Playmate 2(6). Alle 6,30, scaricati tutti i superstiti, l'equipaggio del Catalina smont gli equipaggiamenti di salvataggio, diede un'ultima occhiata in giro e sal a bordo di una motolancia che lo port a una nave in attesa, il Cecil J. Doyle. Avevano deciso di abbandonare l'aereo. La fusoliera del Catalina era piena di squarci e fessure a causa degli scossoni subiti nell'ammaraggio. L'aereo perdeva olio dalla pancia e le ali erano intaccate e bucate. Non avrebbe potuto volare. Per
impedire che cadesse nelle mani del nemico doveva essere distrutto. A bordo del Doyle Marks rimase a guardare mentre i pezzi contraerei della nave - gli impianti da 40 mm sul ponte - sventravano definitivamente il Catalina. Poi fece un cenno di saluto al Playmate 2 mentre affondava.
Lo stato delle navi di salvataggio era pietoso(7). Una scivolosa patina di acqua di mare e nafta copriva i ponti, e i cadaveri erano allineati in file ordinate a poppa. I superstiti, dopo aver ricevuto frutta e acqua, venivano sottoposti alle cure necessarie per i loro mali: spossatezza, disidratazione, morsi di squali, ulcere da acqua salata, shock, ustioni e denutrizione. (Il grasso corporeo di un diciannovenne in buona salute costituisce di solito il 20 per cento; molti superstiti ne avevano perso qualcosa come il 14 per cento, secondo valutazioni cliniche. Nel corso dei quattro giorni in mare un marinaio aveva perso oltre 17 chili.) La pelle di alcuni era diventata estremamente fragile nell'acqua salata e si lacerava con facilit, mentre quella di altri si era cos indurita che i medici a bordo del Bassett erano costretti a cercare con pazienza una vena utilizzabile per le iniezioni endovenose. I superstiti, per lo pi gementi, furono condotti alle docce, fatti sedere su sgabelli e innaffiati di gasolio per togliere la nafta che gli rimaneva ostinatamente incollata al corpo. Molti si resero conto di essere stati salvati solo quando sentirono l'acqua scorrere sopra di loro. Risero di gioia, poi ebbero accessi di pianto.
L'equipaggio del Doyle scese dalle cuccette(8). Diedero ai naufraghi biancheria pulita e T-shirt e li accudirono tutta la notte, portando caff, brodo, gelato e frutta. Nel quadrato ufficiali Adrian Marks si ritrov solo con il dottor Haynes, che parlava furiosamente con un sibilo roco degli eventi degli ultimi giorni. Sembrava volersi liberare di quella storia il pi presto possibile. Dottore, gli chiese Marks cercando
di confortarlo, perch non riposa? Non ha quasi pi voce. Pu raccontarci tutto domani.
Ma Haynes, che non riusciva a smettere di piangere, continu a parlare e fare domande senza risposta. Perch nessuno sapeva che eravamo dispersi? Perch non ci hanno cercato? Perch? Perch? Perch?
Lo condussero alle docce. A quel punto tacque, sedette su uno sgabello e apr la bocca prima che gli giungesse addosso il getto d'acqua. Cerc disperatamente di lappare l'acqua e, invece di lamentarsi del dolore che gli procurava la spazzola, prese a ridere in modo isterico.
A met pomeriggio del 3 agosto le conseguenze del disastro si ripercossero su tutto il comando navale. A tutte le navi fu trasmessa la seguente direttiva: fino a nuovo ordine tutte le navi con 500 o pi uomini d'equipaggio saranno dotate di scorta sulla rotta tra ulithi e leyte indipendentemente dalla velocit(9).
A Leyte, porto di destinazione dell'Indy, anche la Frontiera Marittima delle Filippine eman una direttiva: tutte
le unit combattenti in ritardo di cinque ore dovranno riferire al luogo di partenza.
Ottimi provvedimenti, un po' tardivi per i ragazzi dell'Indianapolis.
Nelle prime ore della mattina del 3 agosto il comandante McVay non era stato ancora individuato(10).
Era stata una notte insonne per il comandante e i suoi uomini. John Spinelli giaceva infiacchito sullo zatterone, sognando quelle ciliegie candite che sua madre gli aveva mandato dal New Mexico e che erano sparite con la nave. Allung una mano, ne prese una dal vaso e ne gust il sapore deciso. Oh, Signore, grazie per avermi portato fin qui.
McVay si chiese per quanto tempo ancora avrebbero resistito. A mezzanotte aveva avuto un istante di sollievo: aveva scorto la debole luce dei proiettori del Doyle brillare a 10 miglia di distanza e aveva capito che sicuramente erano iniziate le operazioni di salvataggio. Gli aerei passati in precedenza non erano un abbaglio, erano davvero alla ricerca dei naufraghi. Pens con gratitudine che altri erano quindi riusciti a salvarsi dall'affondamento dell'Indianapolis.
Ma il suo gruppo sarebbe stato individuato? Sapeva che l'oceano era grande e che sarebbe stato difficile. Andavano continuamente alla deriva verso sud e verso est. Dalle 0,30 di luned McVay e i suoi avevano scarrocciato per un totale di circa 116 miglia.
Adesso c'erano aerei che eseguivano quelle che sembravano ricerche a quadrato. Volavano cio in linea retta incrociandosi in cielo ed esaminando ogni miglio di mare sotto di loro. McVay spar un razzo, ormai gliene erano rimasti pochi. Ma gli aerei non lo notarono. Rest a guardare mentre le ricerche continuavano in lontananza. Era in preda alla frenesia.
All'improvviso un naufrago borbott: Ragazzi? Nessuno si volt, tutti tenevano gli occhi fissi sugli aerei. Ragazzi? ripet. Vedo una nave o  un'allucinazione?
Sorpreso, McVay abbass
lo sguardo(11). C'era una nave che si dirigeva verso di loro, con la prua imbiancata da due baffi di spuma. McVay si alz e prese ad agitare freneticamente le braccia urlando: Qui! Da questa parte!
Erano le 10. La nave era il trasporto veloce USS Ringness (APD 100), che aveva colto un segnale nello schermo radar a poco pi di due miglia e lo aveva subito seguito. Fu un inimmaginabile colpo di fortuna per McVay e i suoi uomini. Il segnale era stato causato dalla scatola metallica di munizioni usata in precedenza dal comandante per farne una specie di segnalatore galleggiante. Vi aveva messo lembi di kapok strappati a un giubbotto salvagente e poi lo aveva
acceso sparandovi dentro un bengala. Anche se non nel modo in cui lo aveva inteso lui, quell'ordigno li aveva salvati(*1).
Dopo pi di quattro giorni in acqua, senza altro da mangiare che alcune fettine di Spam e tavolette di latte al malto, il comandante McVay dell'USS Indianapolis riusc a salire con le proprie forze la biscaglina calata dalla murata del Ringness.
Una volta sul ponte, il comandante e il suo equipaggio furono spediti subito in infermeria, dove gli assistenti di sanit della Marina controllarono la pressione del sangue e i battiti cardiaci. Il gruppo stava notevolmente bene. I ragazzi si fecero una doccia e ricevettero indumenti nuovi. Per McVay fu trovata una nuova uniforme. John Spinelli rimase meravigliato quando vide che persino gli ufficiali del Ringness davano una mano a togliere la nafta dalla pelle dei superstiti. Si sent pieno di gratitudine. Ma le notizie della gravit del disastro lo sconvolsero. Mentre cercava di riposare in una cuccetta, ogni onda che s'infrangeva contro lo scafo lo riportava al momento drammatico del siluramento.
McVay fu sistemato in un camerino personale. Quando il comandante Meyer entr, lo trov sdraiato. McVay non si alz. Meyer sedette su una sedia e dopo un po' McVay chiese di poter parlare di quello che era successo. Meyer aveva preparato un dispaccio in cui descriveva il siluramento dell'Indy, che doveva essere mandato via radio al CINCPAC a Pearl Harbor, e glielo lesse ad alta voce. Vi era inclusa la frase: non navigava a zigzag e, non appena la ud, McVay chiese che fosse omessa. Meyer cap il problema, ma cerc di persuaderlo a lasciare la frase cos com'era. Vedendo che McVay era traumatizzato, Meyer gli ricord
che la verit su quanto era successo sarebbe venuta alla luce in ogni caso e che una corte inquirente avrebbe di sicuro indagato, cosa che, come sapevano entrambi, sarebbe stata imminente.
McVay si disse d'accordo. Era come se avesse perduto la testa per un istante: volle che la frase restasse nel messaggio, era la cosa giusta da fare(*2). Quando Meyer usc dal camerino, il comandante dell'Indy rimase solo con i suoi pensieri. E i suoi timori: ci che lo aspettava dopo essere scampato al disastro. Quello che un comandante teme di pi era accaduto. Con l'affondamento della sua nave, pensava che anche la sua carriera sarebbe potuta svanire nel nulla.
Poco dopo il Madison, il Ralph Talbot e il Dufilho formarono un rastrello di ricerca ampio tre miglia e mezzo, continuando la ricerca per tutta la notte(12). I trasporti veloci USS Register (APD 92) e USS Ringness (anch'essi in formazione di ricerca) si diressero a Peleliu e al suo ospedale di fortuna (il Doyle era gi partito per l'isola). Alla fine della giornata l'ammiraglio Nimitz ordin alla nave ospedale USS Tranquility, al momento ancorata al largo di Ulithi, di spostarsi a Peleliu per trasportare i superstiti al pi attrezzato ospedale della Base 18 a Guam.
Alle 14,30 il Ringness e il Register avevano scoperto altri 38 superstiti, che andavano alla deriva al limitare pi settentrionale di quella lacrima che era la forma assunta dai naufraghi. Quando gli aerei da ricognizione non individuarono pi nessun superstite nelle zone adiacenti, il comandante del Madison decise di tornare nella zona di sud-est per dare
un'altra occhiata. La ricerca, cominciata da pi di 24 ore, si avvicinava al termine.
McCoy era sicuro di essere morto molto tempo prima, forse il giorno prima, forse la notte precedente. Difficile stabilirlo. Aveva la gola in fiamme, rimpiangeva ogni goccia di acqua che aveva sprecato. Insieme con Brundige scarrocciava sullo zatterone immerso nell'acqua fino al mento.
Per tutta la giornata precedente avevano osservato gli aerei volare in tondo, rendendosi conto che era in atto un'operazione di salvataggio. Dopo il calar del sole avevano scorto quella che credevano la luce tremolante di un proiettore. Per tutta la notte avevano fissato quella luce in silenzio. Si levava dal mare con un fascio sottile come una matita e giungeva appiattendosi fino al cielo nuvoloso. Payne, Outland e Gray erano ancora privi di sensi. Ma McCoy e Brundige non avevano mai perso di vista quel raggio. Sembrava che bastasse allungare un braccio per poterlo toccare. Sperarono e pregarono che tutto ci significasse essere recuperati, ma i salvatori non arrivavano mai.
Adesso, la mattina del 3 agosto, Brundige, dopo aver avvistato aerei all'orizzonte, si alz di nuovo. Guarda, tornano indietro, proprio come avevi detto. Ma non vengono da questa parte.
Verranno, replic McCoy. Verranno. Devono per forza venire da questa parte.
Con il passare del tempo gli aerei diventarono sempre pi piccoli nel cielo, fino a sparire completamente. Nessuno era tornato. Nessuno.
McCoy e Brundige si sdraiarono di nuovo sul fondo dello zatterone e si misero a piangere. Si strinsero accanto a quella massa inerte formata da Payne, Outland e Gray e aggiunsero i loro giubbotti. Adesso tutti e cinque galleggiavano all'interno dello zatterone come un sol uomo, con le teste che si toccavano. Diventeremo matti, disse McCoy. Moriremo, ma almeno in questo modo non cadremo fuori bordo e non affogheremo nei nostri stessi salvagenti. Morire richiedeva pi tempo di quanto avesse pensato.
Poi, verso l'imbrunire, udirono un rumore. Era un aereo. Oh, no, non un altro aereo, pens. Non un altro maledetto aereo che non ci vedr. Ma non solo li aveva avvistati, si stava addirittura dirigendo verso di loro. A 50 piedi dall'acqua, un idrovolante Catalina pass talmente vicino che McCoy riusc a vedere il tipo appollaiato dentro la calotta di plexiglas che, sistemata sul fianco della fusoliera, serviva da osservatorio. Stava urlando qualcosa e li indicava. L'aereo comp una stretta virata e prese a volare in tondo. Poi, al secondo passaggio, lanci una bomba colorante. Una chiazza giallastra si allarg intorno allo zatterone.
Poi l'aereo si allontan. McCoy cap che erano, stati avvistati, ma chi sarebbe andato a raccoglierli? Nessuno, pens, e niente. Eppure si sentiva meglio, pi vivo. Sapeva di essere tornato dal regno dei morti ed era una sensazione straordinaria.
Una nave apparve dal nulla. Un istante prima il mare era deserto e il sole calante lo colorava di rosso; subito dopo ecco apparire lo scafo massiccio di quella che sembrava una nave trasporto. Un marinaio sul ponte lanci una cima. Appeso all'estremit c'era un piombo avvolto in uno spago. Fu un ottimo lancio: il peso arriv direttamente a pochi centimetri da McCoy. Il soldato lo prese e lo strinse gridando: Ci avete trovato! Non riesco a crederci... ci avete trovato!
Dopo un tentativo fallito di sollevare lo zatterone, due uomini dell'equipaggio del trasporto si gettarono in mare e presero a nuotare. Ma non si spinsero molto lontano. Quando videro gli squali aggirarsi intorno allo zatterone, si voltarono e si arrampicarono a tutta velocit sulla rete che pendeva dalla murata del trasporto. McCoy era sbalordito. Quei ragazzi si erano lasciati spaventare da un paio di squali. Cazzo, lui s che aveva visto gli squali.
Guard con stupefatta gratitudine altri due uomini gettarsi in acqua senza esitare e nuotare verso di loro con i coltelli in mano. Mentre cominciavano a tagliare le cinghie dei giubbotti e a separare i cinque uomini, McCoy, istupidito, continuava a ripetere: Non riesco a crederci... ci avete trovato! Ci avete trovato! Ci avete trovato!
Erano coperti di nafta e di bruciature, avevano i volti gonfi al di l di ogni immaginazione. McCoy era gravemente disidratato e sotto la pelle si vedevano sporgere le costole e gli zigomi. La lingua ustionata gli usciva dalla bocca e lui la proteggeva con le mani chiuse a coppa.
I due marinai li trainarono fino alla nave. Da una gru fu calato un seggiolino per il recupero dei naufraghi, che furono infine issati a bordo. Tutti tranne McCoy. Insistette per arrampicarsi sulla biscaglina. Quando giunse in cima era talmente debole che cadde sul ponte. Baciandolo scoppi in lacrime. Cerc di alzarsi ma scopr di non potere. Non riusciva a smettere di piangere.
Fu portato in barella alle docce, dove gli uomini del Ringness si dedicarono alle lunghe e dolorose operazioni di pulizia. Poi lo sistemarono su una cuccetta nell'alloggio dell'equipaggio e per un'ora gli somministrarono acqua con un cucchiaio. Mai nella sua vita aveva assaggiato qualcosa di cos buono. Rimase l a gustarsela sorso per sorso. Alla fine si addorment, immergendosi in un baratro di pace silenzioso e profondo, dove rimase per 20 ore.
McCoy e i suoi compagni furono gli ultimi membri dell'equipaggio dell'Indy a essere salvati. Avevano trascorso 112 ore - ovvero pi di quattro giorni e mezzo - alla deriva senza cibo, acqua o riparo dal sole(*3). Il suo gruppo era scarrocciato pi lontano di ogni altro, compiendo un tragitto di 124 miglia. Mentre dormivano nelle loro cuccette a bordo
del Ringness, assomigliavano a scheletri calcinati dal sole pi che ai giovanotti che erano stati.
Il giorno seguente, sabato 4 agosto, l'armada di aerei e di navi da salvataggio aveva perlustrato centinaia di miglia quadrate di oceano(14). Nel pomeriggio gli equipaggi avevano provato un bel brivido quando il Duflho aveva riferito un rilevamento sonar causato dalla presenza di un sommergibile giapponese. L'unit di scorta aveva eseguito un bombardamento con bombe di profondit, ma senza alcun risultato, e le operazioni di salvataggio erano riprese. Non furono scoperti altri superstiti e alle 17 la ricerca sembr concludersi.
In tutto, il Cecil J. Doyle aveva raccolto 93 uomini, compresi i 56 issati da Marks a bordo del suo Playmate 2(15), I trasporti veloci Register e Ringness raccolsero un totale di 51 superstiti, tra cui anche Mike Kuryla, rimasto in uno degli zatteroni che si erano staccati dal gruppo di McCoy. Il Bassett recuper 152 naufraghi, compresi gli uomini sugli zatteroni del gruppo di Twible. Il caccia-scorta Duflho e il caccia Ralph Talbot raccolsero insieme 25 superstiti.
Le perdite erano spaventose e il tasso di mortalit stup i veterani degli equipaggi di salvataggio(16). Dei 1196 marinai salpati da Guam solo 321 erano sopravvissuti al siluramento e alla lunga ordalia in mare. Degli 81 ufficiali della nave 67 erano scomparsi e tra i marinai 808 uomini erano morti.
In meno di una settimana altri 4 sarebbero morti all'ospedale militare, facendo scendere il numero dei superstiti a 317. Dei quasi 900 uomini morti, 200 erano stati probabilmente vittime di attacchi di squali, una media di 50 perdite al giorno(*4).
Adrian Marks sarebbe rimasto ossessionato dalla vista degli squali e dalle condizioni dei superstiti per il resto della sua vita. Non dimenticher mai quanto fossero buie le prime ore di quella notte, osserv in seguito. Non c'era luna e le stelle erano oscurate dalle nuvole. E anche se eravamo vicini all'equatore soffiava un vento freddo e teso. Avevamo distribuito da tempo le ultime gocce d'acqua, e decine di feriti accatastati in tre file all'interno della fusoliera e allungati su entrambe le ali piangevano sommessamente per la sete e il dolore.(17).
McCoy si sarebbe per sempre fatto domande riguardo gli uomini che forse erano stati lasciati in acqua. In sostanza avevano gi fatto tutto ci che potevano quando ci trovarono, disse poi. Mi chiedo per quanti siano rimasti in mare, a guardare semplicemente quelle navi e quegli aerei sparire alla vista.
Non avremmo potuto resistere un altro giorno.
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Asterischi.
*1. Oggi l'ex comandante del Ringness, capitano di vascello William C. Meyer, non ricorda che sul suo schermo radar sia apparsa una scatola di munizioni e sostiene che siano stati gli aerei da ricognizione a guidarlo alla volta di McVay. Ma John Spinelli ricorda che qualcuno gli aveva detto che era stato quello il modo in cui erano stati salvati.
*2. Resoconti precedenti narrano di un volonteroso McVay che prende parte alla compilazione del messaggio, e riferiscono invece della riluttanza di Meyer a includere i particolari sulla navigazione a zigzag. Meyer, pur comprendendo i motivi di McVay, sostiene la veridicit della seconda versione.
*3. In precedenza era stato riferito che il comandante McVay e il suo gruppo erano stati gli ultimi superstiti a essere salvati; secondo l'ex comandante del Ringness, William C. Meyer, questi resoconti erano sbagliati(13).
*4. Secondo un memorandum della Marina datato 8 agosto 1945, alla fine al disastro sopravvissero solo 316 uomini. Ma un riesame pi recente dei ruolini da parte dell' USS Indianapolis Survivors Organization ha portato il numero a 317.
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11.
CONSEGUENZE.
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Andai in chiesa e poi a bere del gin. Avevo gli spiccioli che i ragazzi mi avevano dato quand'eravamo in acqua... erano tutti marroni e macchiati d'acqua salata. E bevvi. E poi tornai a casa in treno e fin cos. Ero
a casa.
Michael Kuryla, capo timoniere, USS Indianapolis.
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Dall'agosto al dicembre 1945.
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Le navi addette alla ricognizione cominciarono l'operazione di recupero e d'identificazione dei cadaveri sabato 4 agosto(*1). I giornali di bordo delle quattro navi maggiormente coinvolte - i caccia-scorta USS French (DE 367) e USS Alvin C. Cockrell (DE 366) e i cacciatorpediniere USS Helm (DD 388) e USS Alwyn (DD 355) - assomigliano a film dell'orrore. Il seguente rapporto proviene dall'Helm dopo il pattugliamento del 4-5 agosto:
Tutti i corpi erano in condizioni pessime. Gli uomini erano morti da quattro o cinque giorni. Alcuni avevano ancora i giubbotti e le cinture di salvataggio. I pi erano completamente nudi, altri avevano addosso solo camicie. I corpi erano gonfi in modo orribile e decomposti: l'identificazione dei volti non era affatto possibile. Circa la met dei corpi era stata morsa dagli squali, alcuni a un punto tale da assomigliare a scheletri. Da uno a quattro squali avevano attaccato un corpo a non pi di 25 metri dalla nave e avevano continuato a farlo fin quando non erano stati cacciati a colpi di fucile(1).
Fu impossibile rilevare le impronte digitali della maggior
parte dei morti perch la pelle si era staccata dalle mani o perch le mani erano state staccate a morsi dagli squali. Quando fu possibile fu tolta la pelle dalle mani di corpi che non avevano altri elementi d'identificazione e l'ufficiale medico cerc di disidratare la pelle per ottenere impronte leggibili.
Tutti gli effetti personali furono tolti dai corpi per poterli identificare. Dopo l'esame i corpi vennero calati in mare usando una cima da 50 millimetri e un peso formato da tre proietti da 127 mm. C'erano ancora corpi in zona quando l'oscurit mise termine a queste orribili operazioni per quel giorno. In tutto furono esaminati e poi sepolti in mare 28 corpi.
Complessivamente 91 corpi furono recuperati dalle navi, sottoposti all'identificazione - se era possibile - e infine sepolti in mare. Solo il 9 agosto, dopo aver perlustrato centinaia di miglia di oceano, l'ultima nave lasci la zona.
Adesso le conseguenze del disastro dell'Indianapolis si ripercuotevano a terra, per la precisione all'ospedale di Peleliu, dove il comandante McVay e la maggior parte del suo equipaggio erano stati portati per ricevere le prime cure mediche.
Mentre la notte del 3 agosto il Ringness navigava nel mar delle Filippine il comandante McVay, scorgendo le luci di Peleliu avvicinarsi, doveva aver capito che gli si stava per presentare un'altra lotta per sopravvivere, questa volta con la stessa Marina(2). Pochi minuti prima che la nave attraccasse era salito sul ponte e aveva detto con voce tremante ai suoi salvatori quanto fosse loro grato, parlando anche a nome degli altri superstiti dell'Indianapolis. Il comandante Meyer pensava di non aver mai visto una simile umilt e compassione in un ufficiale comandante.
A Peleliu fu ordinato il silenzio stampa: nessuna notizia sull'affondamento doveva uscire dall'isola. I marine bloccarono l'accesso alle baracche di legno dell'ospedale in cui i naufraghi erano sottoposti a cure mediche. Nessuno doveva sapere che 1196 uomini della Marina degli Stati Uniti erano stati affondati ed erano rimasti in mare per quasi cinque giorni.
Vestito di kaki e pi simile a un uomo che si rimetta da una banale influenza che a un uomo scampato a un naufragio, domenica 5 agosto McVay indisse una conferenza stampa. Ma tutto quello che disse - come anche gli articoli scritti dagli inviati sull'isola - fu sottoposto all'esame della censura militare. Gli Stati Uniti erano ufficialmente in guerra e i protocolli del tempo di guerra riguardanti la diffusione di notizie erano ancora in vigore. A prescindere dalle opinioni e dai sentimenti di McVay, ci che aveva espresso alla conferenza sarebbe stato bloccato dalla censura in attesa di venire pubblicato dopo la guerra.
Quale lasso di tempo deve passare normalmente prima che una nave sia considerata in ritardo? chiese un giornalista al comandante(3).
 una domanda alla quale vorrei che qualcuno rispondesse, sbott McVay. Una nave di quelle dimensioni funziona secondo un orario rigido. Pensavo che entro mezzogiorno [di marted] avrebbero cominciato a chiamarmi via radio per sapere dove eravamo o se c'era qualcosa che non andava. Questa domanda la vorrei fare io a qualcuno: perch non si sono mossi prima?
Questa frase fu la cosa pi vicina a una pubblica condanna della Marina che il comandante si permise di pronunciare in tutta la sua vita.
Il giorno seguente, luned 6 agosto 1945, l'Enola Gay decoll dalla pista dell'isola di Tinian. Alle 8,15 l'aereo sganci Little Boy su Hiroshima. Un membro della squadra di assemblaggio aveva scritto sul suo fianco: Questa  per i ragazzi dell'Indianapolis(4). Pi di 118.000 dei circa
350.000 abitanti della citt furono uccisi dalla prima atomica mai sganciata. (Entro la fine dell'anno, altri 140.000 sarebbero morti a causa dell'esposizione alle radiazioni.) Le temperature nell'epicentro dell'esplosione superarono il milione di gradi centigradi e venti che raggiunsero le 500 miglia all'ora furono scatenati dall'esplosione.
Mercoled 8 agosto McVay, Haynes, McCoy e tutti gli altri superstiti furono riuniti all'ospedale della Base 18
a Guam(*2). Sempre tenuti d'occhio dai marine, non poterono parlare della loro ordalia con persone non autorizzate. McVay, che non aveva bisogno di cure ed era alloggiato in una baracca Quonset vicina usata dagli ufficiali, visitava i suoi uomini nei padiglioni dell'ospedale. Erano tutti molto contenti di vederlo e profondamente grati che fosse sopravvissuto a quell'inferno. Sempre impeccabile d'aspetto, il loro comandante non lasciava trapelare quel che bolliva in pentola.
Molti superstiti riacquistarono le forze in breve tempo e presto si misero a giocare a pallacanestro e a baseball nell'area dell'ospedale. Altri non furono cos fortunati. Le ulcere da acqua salata che ne coprivano braccia e gambe avevano corroso i muscoli fino all'osso. Le orecchie di un marinaio erano state cotte dal sole fino ad avere l'aspetto di fiocchi di granturco abbrustoliti. Il dottor Haynes avrebbe avuto bisogno di un mese di convalescenza prima di poter camminare di nuovo. I suoi piedi ustionati dalle fiammate lucenti dell'esplosione dei siluri erano diventati dolorosamente delicati e le ustioni di terzo grado sul volto e sulle mani gli dolevano in continuazione. Dopo aver bevuto acqua fresca a volont e mangiato uova crude, il soldato McCoy - il cranio rasato a zero per via dei capelli sporchi di nafta - si era sottoposto a una cura dolorosa: un'infermiera gli tagliava la pelle bruciata e secca del volto e l'asportava con delle pinzette per applicarvi poi un unguento antisettico. Fortunatamente l'infermiera si limitava a un lato del volto al giorno.
Quando l'ammiraglio Spruance and in visita all'ospedale i marinai si schierarono in perfetto ordine e il vecchio lupo di mare appunt sui loro petti il Purple Heart. Non lo avevano pi visto da quando aveva lasciato l'Indianapolis dopo l'attacco di kamikaze al largo di Okinawa il 31 marzo, pi di quattro mesi prima. Erano profondamente commossi mentre passava da un letto all'altro stringendo mani e congratulandosi per il loro coraggio. L'ammiraglio si ferm persino a giocare alcune mani di king con un gruppo di superstiti. A Guam era stato finalmente rivelato agli ufficiali della nave lo scopo del viaggio a tempo di record dell'Indy attraverso il Pacifico. Il dottor Haynes giaceva nel suo letto d'ospedale quando un ufficiale medico dell'Esercito gli si era avvicinato e gli aveva chiesto se potesse conferire con lui. Mi ricordo di lei, aveva esclamato Haynes riconoscendo l'uomo. Era James Nolan. L'ultima volta che Haynes lo aveva visto fingeva di essere un ufficiale di artiglieria a bordo dell'Indy nel corso del viaggio da San Francisco a Tinian. Nolan gli spieg che in realt era un ufficiale medico specializzato in radiologia. Poi inform Haynes che l'Indy aveva trasportato la bomba sganciata su Hiroshima. Haynes non parl quasi, non mostr nessuna reazione. Come tutti gli uomini dell'equipaggio voleva solo che la guerra finisse presto.
Gioved 9 agosto una seconda bomba atomica, soprannominata Fat Boy, fu sganciata su Nagasaki. L'esplosione uccise 40.000 giapponesi e ne fer altri 60.000. Il giorno seguente il Giappone chiese la pace.
Sempre il 9 agosto, dal suo ufficio di Guam l'ammiraglio Nimitz aveva chiesto la convocazione di una commissione d'inchiesta sull'affondamento della nave e aveva ordinato che cominciasse a lavorare in meno di una settimana(6).
Con l'intero comando del Pacifico impegnato allo stremo nei preparativi dell'invasione del Giappone, Nimitz e il capo delle operazioni navali, ammiraglio King, erano ansiosi di liquidare la faccenda e tornare agli affari ben pi pressanti della guerra. Gli inquisitori avrebbero dovuto indagare sulle cause del disastro e sui motivi del ritardo delle operazioni di salvataggio e stabilire se esistesse un'eventuale colpevolezza tra le varie parti in gioco. Era una formalit necessaria in vista di una possibile violazione della legge militare. Ma sorprendentemente uno dei giudici della commissione sarebbe stato il viceammiraglio Murray, comandante delle Marianne a Guam. Era stato proprio sotto il suo comando che il capitano di vascello Oliver Naquin aveva consegnato a McVay un rapporto incompleto sulle attivit dei sommergibili nemici nei pressi della rotta Peddie.
Alle 20 del 14 agosto il presidente Truman entr nel Giardino delle Rose e davanti a una selva di microfoni annunci trionfante la fine della seconda guerra mondiale. Dopo quasi sei anni di combattimento l'immane conflitto era terminato.
Alcuni marinai dell'Indy balzarono in piedi sui letti e diedero sfogo alla loro felicit quando il discorso di Truman fu trasmesso dagli altoparlanti. Erano trascorsi 12 giorni da quando i primi naufraghi erano stati salvati e l'affondamento era ancora tenuto segreto. Nessuno, tranne gli alti ufficiali americani e il personale degli ospedali di Samar e Peleliu, era a conoscenza del disastro. Ma ben presto tutto ci sarebbe cambiato.
Pochi minuti prima dell'annuncio di Truman, la Casa Bianca aveva diffuso un succinto bollettino: L'USS Indianapolis  andato perduto nel mar delle Filippine in seguito ad azione del nemico. Le famiglie dei caduti sono state avvertite(7).
Alcune famiglie avevano appreso la terribile notizia proprio mentre erano riunite intorno alla radio ad ascoltare
l'annuncio di Truman. A St. Louis la signora McCoy aveva ricevuto la visita di un marine che le aveva comunicato che il figlio risultava disperso in azione. (Molte famiglie di superstiti ricevettero dapprima un telegramma con l'annuncio che il figlio risultava disperso in azione, ma gli eventuali errori erano poi stati corretti tramite successivi telegrammi.) La signora McCoy disse al marine: Nossignore, so che mio figlio sta bene, e gli sbatt la porta in faccia.
Era la terribile conferma di un sospetto gi ben radicato. La notte dell'affondamento dell'Indy, la signora McCoy si era svegliata di soprassalto convinta che qualcosa di terribile stesse accadendo a suo figlio. Giles, aveva detto scuotendo il marito per svegliarlo,
nostro figlio  nei guai, lo so.(*3).
A Fairfield, nel Connecticut, la moglie del dottor Haynes ricevette un telegramma che diceva: un rapporto appena
ricevuto mostra che suo marito  stato ferito in azione il 30 luglio 1945. diagnosi: esaurimento da eccessiva esposizione all'acqua marina. ci rendiamo
conto di procurarle un dispiacere. Poco dopo ne ricevette un altro, questa volta da parte di suo marito, che trascorreva una dolorosa convalescenza su una sedia a rotelle a Guam, la ferita non  grave, scriveva Haynes. presto
star bene. tutto il mio amore. lew.
Il 15 agosto venne tolta la censura militare sulle notizie di guerra e di conseguenza i giornali si riempirono di articoli riguardanti l'Indy. Il New York Times defin l'affondamento una delle pagine pi oscure della storia navale degli Stati Uniti(8). I giornali di tutto il Paese riecheggiarono questa sensazione. Il pubblico era rattristato e incredulo. Com'era
potuta succedere una simile disgrazia poco prima della fine della guerra? si chiedeva.
Ma questi articoli vennero presto sepolti da titoli a caratteri cubitali sulla vittoria degli Stati Uniti. Il giorno della resa del Giappone, nel centro di New York la gente festeggi sotto una pioggia di nastri di telescriventi. Non si pu sostenere con sicurezza se la Marina abbia scelto il momento di rendere pubblico l'affondamento calcolandone l'impatto o se l'abbia fatto per puro caso, ma l'effetto fu lo stesso: il pubblico dimentic rapidamente il disastro. Tuttavia le famiglie degli uomini che erano periti nell'affondamento cominciarono a esigere spiegazioni. La Marina non aveva ancora risposte da dare, ma le stava cercando.
Il 13 agosto si aprirono i lavori della commissione d'inchiesta al quartier generale del comandante a Guam. McVay ci and con McCoy, che adesso era il suo autista personale. Era andato a trovare il giovane marine in ospedale e gli aveva offerto quel posto perch conosceva l'ottimo comportamento di McCoy in veste di ordinanza dell'ammiraglio Spruance a bordo dell'Indianapolis.
Mentre la jeep si arrampicava sulla ripida collina del CINCPAC, McVay chiese al soldato come gli fosse andata quand'era in acqua.
Bene, signore, me la sono cavata benissimo.
Be', siamo stati maledettamente fortunati a sopravvivere. Fece una pausa. Sai una cosa? Penso che ce l'abbiano con me.
McCoy gli chiese che cosa intendesse dire.
McVay rispose che sospettava che la Marina intendesse addossargli la colpa dell'affondamento, usando come scusa il fatto che non aveva navigato a zigzag.
Il 20 agosto, dopo aver valutato le deposizioni di 43 testimoni, la commissione d'inchiesta chiuse i lavori. La commissione aveva esaminato tutti i particolari, compreso il problema dei rapporti informativi incompleti ricevuti da McVay a Guam prima di salpare. Sul banco dei testimoni,
il capitano di vascello Oliver Naquin sostenne di aver considerato il pericolo di un attacco di sommergibili praticamente trascurabile. E la commissione gli credette.
Sotto esame c'era anche il fatto che il direttore del porto di Leyte non aveva riferito del mancato arrivo dell'Indy all'ora prevista. La commissione stabil che la circostanza era spiacevole, ma anche comprensibile tenendo conto della natura ambigua della circolare della Marina 10CL-45, che il direttore del porto aveva considerato valida anche per il mancato arrivo di unit combattenti. La commissione attribu a due elementi principali l'affondamento e la lunga scia di morti che ne segu: il fatto che McVay non avesse proceduto a zigzag in condizioni che la stessa commissione aveva valutato come buone e con luce lunare intermittente e il fatto di non essere riuscito a mandare un messaggio con la richiesta di soccorso.
Lo stesso McVay depose a questo proposito dicendo di non essere sicuro che un messaggio con una richiesta di soccorso avesse lasciato la nave durante il breve lasso di tempo trascorso dal siluramento. Non venne presa in considerazione la deposizione del radiotecnico Jack Miner, l'uomo che era presente quando il messaggio di SOS aveva lasciato la trasmittente. La commissione fece sua l'ipotesi di McVay. Consider responsabile lo stato maggiore del contrammiraglio McCormick per non aver decodificato correttamente il messaggio in cui si notificava l'imminente arrivo dell'Indianapolis a Leyte, e in particolare il tenente di vascello Stewart Gibson per non aver riferito che l'Indy non era in orario rispetto alle previsioni di arrivo. La commissione raccomand d'intraprendere un'azione disciplinare nei confronti dello stato maggiore di McCormick e di ammonire per iscritto Gibson.
Quanto a McVay, chiedeva che fosse sottoposto a corte marziale.
Il boccino era passato adesso al segretario della Marina,
James Forrestal, che avrebbe dovuto decidere se intraprendere o no un'azione legale.
I primi di settembre, dopo quasi un mese di convalescenza a Guam, i superstiti dell'Indy salirono a bordo della portaerei di scorta USS Hollandia e salparono per gli Stati Uniti.
Il 26 settembre furono accolti a San Diego da una misera festa di benvenuto promossa dal locale Esercito della Salvezza, che consegn bottigliette di latte ai marinai mentre scendevano dalla nave. Molti di loro non avevano nessuna voglia di partecipare ai festeggiamenti. In genere non condividevano l'entusiasmo postbellico che caratterizzava l'atteggiamento dei cinque milioni di soldati che stavano tornando a casa. L'affondamento e le perdite avevano influito profondamente sul loro carattere.
McCoy torn a casa dai suoi con una licenza di due settimane. Cerc di allontanare il pi possibile il pensiero della guerra, ma doveva rimanere in servizio attivo per altri due anni, prospettiva questa che non gli andava a genio.
Il dottor Haynes non aveva intenzione di congedarsi, ma torn a casa nel Connecticut con una licenza di 30 giorni. Una volta a casa vide per la prima volta il suo ultimo figlio.
I primi di settembre il comandante McVay era giunto in aereo a Washington(9). Chiuso in un ufficio prestatogli dalla Marina, cerc con tutto se stesso di trasmettere il suo dolore e il suo smarrimento nelle lettere che scrisse alle famiglie in lutto, mentre continuavano le indagini sull'affondamento dell'Indy. Lo angustiava il senso di colpa per la perdita di tanti giovani. Pensava che la punizione peggiore sarebbe stata quella di vivere a lungo.
Il 29 novembre, quasi quattro mesi dopo il suo salvataggio, apprese che sarebbe stato sottoposto a corte marziale(10).
Il processo sarebbe iniziato entro cinque giorni, luned 3 dicembre 1945.
Nimitz e Spruance avevano dichiarato di non essere d'accordo con il suggerimento iniziale della commissione d'inchiesta di sottoporlo a corte marziale e avrebbero preferito chiudere il caso con una lettera di biasimo(11). Ma il capo delle operazioni navali, ammiraglio King, uomo ligio al regolamento e molto poco duttile, insistette per sottoporlo a processo, e il segretario Forrestal cedette.
Incredibilmente la Marina non aveva ancora presentato i capi d'imputazione(12). In realt il pubblico ministero della Marina (JAG, Judge Advocate General) aveva mandato a Forrestal un memorandum in cui gli spiegava che poteva essere provato solo uno dei capi d'imputazione. Dal momento che McVay aveva gi ammesso durante le indagini di non aver navigato a zigzag prima del siluramento, non era necessario un processo per addossargli questa imputazione. Tuttavia lo chiamarono capo d'imputazione numero 1.
Consultandosi con Forrestal, il JAG omise il capo d'imputazione della commissione d'inchiesta secondo il quale McVay non aveva inviato un messaggio di soccorso. Al posto di questo convennero di accusarlo di non aver abbandonato tempestivamente la nave. Era il capo d'imputazione numero 2. Ma attuare questo cambiamento risultava problematico. La nave era affondata molto in fretta e sarebbe stato difficile dimostrare la differenza tra un abbandono intempestivo e uno tempestivo.
In realt non avevano molta scelta. Senza un secondo capo d'imputazione sostenibile, non potevano indire il processo. La sentenza sul primo capo d'imputazione era implicita in modo automatico nelle ammissioni di McVay.
Pertanto si chiede rispettosamente, spieg il JAG a Forrestal, che il capo d'imputazione numero 2 (non aver abbandonato tempestivamente la nave) non venga omesso, nonostante il fatto che le prove possano risultare insufficienti. La piena giustificazione del secondo capo d'accusa deriva dal fatto che il caso  di vitale interesse non solo per le famiglie di coloro che hanno perso la vita ma
anche per il pubblico in generale.
McVay aveva meno di una settimana per preparare la sua
difesa(13). Ansioso di accelerare il procedimento, King aveva rifiutato a McVay la scelta del difensore, quando il suo avvocato preferito aveva dichiarato di non essere immediatamente disponibile. McVay fu poi difeso da un avvocato di poca esperienza.
Prima del processo un giornalista chiese a McVay quale pensava sarebbe stato l'esito(14). Ero al comando della nave e sono responsabile del suo destino, rispose. Spero che giungano presto a una decisione e che facciano di me quel che vogliono.
Come poi risult, il problema del perch 900 marinai americani fossero stati lasciati in acqua per cinque giorni in un oceano ostile non venne preso in considerazione dalla corte. In poche parole il comportamento della Marina non era sotto processo. Questo trucchetto legale era riuscito perch la Marina aveva scelto con cura i capi d'imputazione. Secondo la procedura tutte le domande alla corte dovevano vertere solo sui due capi d'imputazione formulati: l'intempestivo abbandono nave e l'aver messo in pericolo la nave non procedendo a zigzag. In tal modo non era possibile stabilire se vi fosse colpevolezza da parte della Marina.
Ma nel suo insieme il pubblico americano si accorse che a McVay era stato riservato un trattamento ingiusto. La rivista Time scrisse che la tragedia dell'affondamento rappresentava un colossale svarione da parte della Marina(15).
Il 3 dicembre 1945 la corte marziale incaricata del processo a Charles Butler McVay si riun in un'aula appositamente modificata del Dipartimento della Marina di Washington. Processi del genere erano di solito affari pi o meno privati eseguiti in fretta al riparo dagli occhi del pubblico. La mattina del processo a McVay, l'aula della corte rigurgitava di fotografi, giornalisti e semplici curiosi che volevano dare un'occhiata al primo comandante della storia della
Marina americana a essere processato per aver perso la sua nave in conseguenza di un'azione di guerra(*4).
Le procedure erano state ben orchestrate e furono eseguite con rapidit. McVay rimase seduto rigido sulla sedia in un'uniforme immacolata, giocherellando nervosamente con una matita e accorgendosi che la sua carriera stava
per chiudersi(16).
Chiamato a deporre, il dottor Haynes si accorse che McVay era solo una pallida ombra di quello che era stato. Una volta sul banco, la pubblica accusa non gli permise di raccontare quello che era successo in acqua, ma gli chiese subito di parlare della visibilit che c'era la notte dell'affondamento. Il buon dottore disse al pubblico ministero che, s, la visibilit la notte dell'affondamento era scarsa. In realt tutti i superstiti chiamati a deporre testimoniarono in questo senso. Confutando queste deposizioni, la pubblica accusa sostenne che le condizioni del tempo erano sufficientemente buone perch l'Indy venisse affondato; di conseguenza, almeno in certi momenti, la visibilit era buona. Il processo non si stava mettendo bene per McVay. La pubblica accusa era quasi riuscita a dimostrare la fondatezza del primo capo d'accusa.
McVay non poteva sapere che il suo difensore d'ufficio aveva trascurato una prova che avrebbe potuto contribuire alla sua assoluzione(17). McVay e il suo avvocato non sapevano niente delle informazioni ULTRA che non erano state comunicate al comandante del l'Indy in occasione dell'incontro con il capitano di vascello Oliver Naquin. Un rapporto classificato segreto e inviato all'ammiraglio King dall'Ispettore Generale della Marina accusava la Marina di non aver fatto buon uso delle informazioni ricevute tramite ULTRA. Spiegava inoltre che la pubblica accusa sarebbe dovuta tornare a Guam per esaminare a fondo la situazione. Nella sua fretta di avviare il processo, King aveva scelto di non prendere in considerazione il rapporto. Dal punto di vista della Marina le informazioni ULTRA non dovevano essere messe in gioco perch erano talmente segrete che in pratica non esistevano(*5).
Durante la seconda settimana sembr che il destino di McVay potesse cambiare.
La Marina prese la decisione - assurda dal punto di vista procedurale - di far arrivare in volo Mochitsura Hashimoto dal Giappone per deporre contro il comandante americano. La sua presenza in tribunale suscit un vespaio tra i politici e i semplici cittadini e sui giornali di tutto il Paese. Newsweek usc con un editoriale tratto dall'Army and Navy Bulletin in cui si dichiarava che la responsabilit per questa catastrofe va rintracciata ben pi in alto rispetto a un unico ufficiale comandante(19). Alla Camera dei Rappresentanti Edith Rogers, deputato del Massachusetts, defin la presenza di Hashimoto un oltraggio alla giustizia e chiese che la sua deposizione venisse invalidata(20).
Ma il pubblico ministero spieg che la deposizione di Hashimoto su quel che vide, quel che fece e come lo fece la
notte dell'affondamento serviva a stabilire se il comandante McVay avesse messo in pericolo la sua nave non navigando a zigzag(21). I sette ammiragli giudici si dichiararono d'accordo con questa tesi e Hashimoto ebbe il permesso di deporre. Con indosso un goffo abito blu l'ufficiale giapponese, visibilmente a disagio, sal sul banco dei testimoni, dove non perse tempo a mettere nell'imbarazzo la Marina sostenendo che l'andatura a zigzag non avrebbe cambiato il modo in cui lanciare i siluri. Avrebbe affondato l'Indianapolis indipendentemente dal tipo di navigazione.
Pochi giorni pi tardi la pubblica accusa ricevette almeno in apparenza un secondo duro colpo dalla deposizione del comandante di sommergibile Glynn Donaho, un ufficiale insignito di alte decorazioni. Quando dovette parlare alla corte dell'utilit di procedere a zigzag come manovra difensiva, il valoroso comandante spieg che quella mossa non aveva una grande efficacia.
Ma dopo due settimane di deposizioni, il 19 dicembre, Charles Butler McVay fu giudicato colpevole di aver messo in pericolo la sua nave non procedendo a zigzag. Come aveva sospettato il JAG, fu assolto dall'accusa di non aver abbandonato tempestivamente la nave. Gli vennero tolti 100 punti nella graduatoria permanente e altri 100 in quella provvisoria, il che significava che non sarebbe mai diventato ammiraglio. Ma in considerazione del suo eccellente stato di servizio l'ammiraglio King e lo stesso Nimitz raccomandarono la sospensione della sentenza(22). (Dal punto di vista legale McVay avrebbe potuto essere multato o congedato dal servizio attivo.)
Altri quattro ufficiali furono puniti. Il tenente di vascello Stewart Gibson ricevette una lettera di biasimo, mentre il suo superiore, il direttore del porto di Leyte, capitano di corvetta Jules Sancho, ricevette una pi blanda lettera di ammonimento. Il capitano di vascello Alfred Granum e anche il suo superiore, commodoro Norman Gillette, facente
funzione di comandante della Frontiera Marittima delle Filippine, ricevettero una lettera di biasimo(*6).
McVay ricevette l'annuncio della sua sentenza restando perfettamente sull'attenti e senza manifestare nessuna emozione(23). Era un uomo della Marina e avrebbe vissuto secondo le regole della Marina. Per lui era naturale come respirare. Ma la sua carriera navale era finita. Non avrebbe mai pi avuto il comando di un'altra nave. Usc dall'aula al braccio della moglie Louise, all'apparenza imperturbabile e composto.
A casa, nel periodo delle vacanze di Natale, cominci a ricevere lettere piene di rancore - Buon Natale! Le festivit della nostra famiglia sarebbero state molto pi felici se lei non avesse ucciso nostro figlio - e avrebbe continuato a riceverle per tutta la vita. Louise si fece un dovere di controllare la posta quotidiana eliminando le lettere d'insulti. Se qualcuna le sfuggiva, McVay le avvolgeva in un elastico e le infilava nel cassetto del comodino, come se volesse ricordare per sempre la sua colpevolezza.
Tre mesi dopo il processo lasci Washington(24).
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Asterischi.
*1. Il 5 agosto sulla scena apparve senza scorta il trasporto truppe USS General R.L. Howze (AP 134) con a bordo 4000 soldati diretti a Manila. In lampante contraddizione con la direttiva del 3 agosto, le navi venivano ancora instradate senza scorta nella zona della rotta Peddie in cui era affondato l'Indy. Il Cecil J. Doyle ordin all'Howze di uscire dalla zona.
*2. I naufraghi raccolti dal Bassett e portati prima a Samar erano giunti in aereo alla Base 18. Gli altri avevano viaggiato da Peleliu a Guam a bordo della nave ospedale Tranquility(5).
 *3. In seguito McCoy e sua madre stabilirono che nel momento in cui si era svegliata lui stava nuotando in direzione della zattera su cui si trovavano Payne, Outland, Gray e Brundige.
*4. Un mese prima il Congresso aveva cominciato le sue udienze riguardanti l'attacco contro Pearl Harbor. Una commissione d'inchiesta creata dopo il fatto aveva trovato il contrammiraglio Husband Kimmel e il maggior generale Walter Short colpevoli di negligenza nell'esecuzione del proprio dovere e di errori di valutazione. Un rapporto congressuale del luglio 1946 aveva espurgato il primo capo d'imputazione, mantenendo tuttavia il secondo.
*5.  probabile che i sette giudici della corte non godessero di un tale accesso ai documenti classificati da permettere loro di conoscere l'esistenza di ULTRA. I particolari di questo programma di decrittazione rimasero classificati fino all'inizio degli anni '90. I documenti della commissione d'inchiesta e dell'Ispettore Generale della Marina con le accuse particolareggiate contro McVay e le motivazioni esplicitate dalla Marina non furono declassificati fino al 1959(18).
*6. Ma tutte queste lettere alla fine furono annullate dal segretario Forrestal. Il ruolino di servizio di questi quattro ufficiali usc indenne dalla vicenda dell'Indy.
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12.
RITORNO NEL MONDO.
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[Poi] tornammo dai nostri cari, ma non fummo pi gli stessi. Molti di noi erano decisamente cambiati. I giovani erano diventati adulti, pi maturi della loro et, e tutto a causa di quei giorni in mare.
Harlan Twible, guardiamarina, USS Indianapolis

Dal 1945 a oggi.
Dopo il processo al comandante McVay alcuni superstiti tornarono in servizio, mentre altri si congedarono e annegarono i loro dispiaceri in una bottiglia di whisky. Molti ebbero fortuna, cercarono di dimenticare il naufragio e parteciparono al boom economico postbellico degli Stati Uniti. John Spinelli, rimasto in acqua sotto l'occhio vigile del suo comandante, torn nel New Mexico con la moglie e la figlia, divenne macellaio, poi lavor per 37 anni come lettore dei contatori dei servizi pubblici.
Altri divennero proprietari di night club, muratori o elettricisti. Jack Miner rilev la cartiera di suo padre. Mike Kuryla lavor a Chicago in un'impresa di costruzioni, mentre Ed Brown fu assunto come commesso viaggiatore da un concessionario d'auto californiano. Harlan Twible divenne dirigente di un'industria manifatturiera. Jack Cassidy si arruol nella polizia del Massachusetts. Bob Gause torn in Florida e si dedic alla pesca d'altura. (Si dice che le sue imprese avventurose di cacciatore di squali abbiano ispirato il personaggio del comandante Quint dello Squalo.) Quel che era loro accaduto in acqua apparteneva ormai al passato. Tornarono a far parte della linfa vitale dell'America e si misero a lavorare.
Il dottor Haynes prosegu nella sua brillante carriera di medico militare, prestando servizio anche in Vietnam, prima di congedarsi nel 1965. Oggi l'ottantanovenne Haynes vive vicino alla diciassettesima buca di un golf alla periferia di Boston. Gioca ogni settimana con sua moglie Margaret. Ma il suo sonno  ancora disturbato da incubi e ha difficolt ad ascoltare la messa.
In ogni chiesa in cui entro recito il Padre nostro, spiega. E ogni volta che lo recito mi metto a piangere.
Il soldato McCoy divent chiroterapeuta nel Missouri, ottenne un diploma in osteopatia e insieme con la moglie si dedic ad aiutare gli altri.
Un giorno del 1958 ud bussare alla porta della sua casa di Boonville, Missouri. Sotto il portico c'era uno dei suoi compagni di zattera, uno di quelli cui aveva cercato di salvare la vita insieme con Bob Brundige. Fin dall'affondamento Felton Outland aveva pensato all'uomo che aveva contribuito a tenerlo in vita. Poi, d'impulso, era partito dalla sua casa di Sunbury, North Carolina, e aveva coperto i 1400 chilometri che lo separavano da McCoy solo per ringraziarlo di tutto quello che aveva fatto per lui.
I due si fissarono. Poi si abbracciarono e scoppiarono a piangere, l sotto il portico. Cominciarono a parlare e non smisero per due giorni interi, mentre un flusso di ricordi scorreva tra loro.
Dopo che Felton se ne fu andato, McCoy si sent commosso per quel gesto di gratitudine. Prese l'elenco dei superstiti pubblicato in Abbandonate la nave! di Richard Newcomb e cominci a scrivere lettere in tutto il Paese cercando di rintracciare i suoi ex compagni di sventura. Quindi decise di organizzare un raduno dei superstiti dell'equipaggio dell'USS Indianapolis.
Molti gli risposero dicendosi indignati per il fatto che volesse riesumare ricordi da tempo sepolti. Lo stesso McCoy era turbato a volte da incubi. Ma incoraggiato da uno psichiatra cui si era rivolto chiedendo consiglio su quel raduno, McCoy riusc a rintracciarne 220 su 317. Nel luglio 1960 s'incontrarono per la prima volta dopo 15 anni in un hotel del centro di Indianapolis. La riunione fu per tutti un'esperienza sconvolgente.
I superstiti si liberarono di anni di ira repressa e di timori,
si sbarazzarono della vergogna di non essere riusciti a salvare i loro compagni, una colpa che li marchiava a fuoco. A molti la sopravvivenza sembrava un miracolo piuttosto che un trionfo della volont su ostacoli insormontabili. Dopo il naufragio, sostennero, si erano sentiti come risorti.
Parlarono per ore, sistemati in modo da ricreare esattamente la situazione in cui si erano trovati nel mar delle Filippine 15 anni prima. Uscirono dalla riunione cupi e spossati, ma anche con un grande senso di liberazione. McCoy sapeva di aver creato un legame con questi uomini come non avrebbe mai potuto stabilirlo con nessun altro.
Dopo il processo il comandante McVay era stato riassegnato alla base aeronavale nei pressi di New Orleans, lontano dal fascino della vita in alto mare(1). Gli fu affidato un lavoro a tavolino. Ma, con tutte le forze, continuava a cercare di indirizzare ancora la sua vita verso quella che un tempo era stata la felicit. Insieme con Louise viveva in una confortevole casa sulla 4th Street e i due andavano regolarmente a feste che finivano spesso con il comandante seduto al piano a cantare o a raccontare un'ennesima volta aneddoti della vita nella Marina. I weekend li trascorreva in una linda casetta sul Bayou Liberty, a sud di New Orleans, e passava ore a pescare trote. Nel 1949, dopo trent'anni di servizio militare, McVay and in congedo e cominci a fare l'agente di un'assicurazione. Per la prima volta nella sua vita adulta era un civile.
McVay partecip alla prima riunione dei superstiti nel luglio 1960. Fece il viaggio in aereo fino a Indianapolis in preda a dubbi e preoccupazioni(2). Aveva trascorso gli ultimi 15 anni chiedendosi se il suo vecchio equipaggio lo ritenesse responsabile del naufragio. Si commosse fino alle lacrime quando scese dall'aereo con Louise e trov i superstiti allineati sulla pista dell'aeroporto, la mano levata nel saluto e il volto rigato di lacrime.
McCoy non aveva pi visto il comandante dal momento in cui, in aula, aveva testimoniato a suo favore. Quando aveva finito di deporre, McVay si era limitato ad alzare il pollice strizzandogli l'occhio come a dirgli grazie. Adesso, nella camera d'albergo di McCoy, mentre sorseggiavano un drink, l'ex marine disse: Comandante, sono stati ingiusti con lei. E io voglio porvi rimedio. Vorrei tanto vedere riabilitato il suo nome.
McVay ci pens un po' e poi si rabbui in volto. No, va bene cos, McCoy. Ho avuto quello che prevedevano i regolamenti... insomma, ho avuto quel che mi meritavo.
Quando la riunione termin, gli uomini si ritrovarono davanti all'hotel per applaudire e salutare il comandante mentre la sua auto partiva per l'aeroporto. Fu l'ultima volta che li vide.
Tornato a casa, McVay inizi una lenta discesa nella spirale della disperazione. Louise, cui era stato diagnosticato un cancro, mor improvvisamente nel 1961. Dopo anni di lotta accanita il comandante si lasci andare.
In capo a un anno spos d'impulso Vivian Smith, una vecchia fiamma della sua giovent, e si trasfer a Winvian Farm a Litchfield, Connecticut. Gli anni trascorrevano felici. Fecero un viaggio in Egitto. Assistettero agli spettacoli del Metropolitan di New York. Diedero magnifiche feste alla fattoria. Ma nel 1965 il comandante ricevette quello che poteva considerarsi il colpo finale: suo nipote, per il quale nutriva grandi speranze, mor all'improvviso di una malattia.
Cominci a trascorrere i suoi giorni tranquillamente, spesso da solo, lavorando nella legnaia a fare mobili, giocando a bridge o vogando su una barca azzurra nel piccolo stagno che aveva ricavato nella sua propriet. Una mattina il suo figliastro, Winthrop Smith jr, nato dal precedente matrimonio di Vivian, si ferm davanti alla porta del bagno della fattoria di Litchfield e sent il comandante piangere.
Quando apr la porta vide McVay vestito della sua uniforme kaki, che teneva in mano una lettera, un'altra missiva piena d'odio da parte delle famiglie dei marinai morti. Non ce la faccio pi, disse al ragazzo.
E questo ci porta all'inizio della nostra storia, a quella fredda mattina del novembre 1968, in cui il comandante Charles Butler McVay III usc in giardino con una pistola e si consegn alla storia.
Dopo la cremazione, all'Arlington National Cemetery fu celebrato un servizio funebre cui non manc una salva di 21 colpi di fucile. I suoi resti furono portati in aereo in Louisiana, dove aveva trascorso i periodi pi felici della sua vita.
Se nell'inverno 1968 vi foste trovati sulla spiaggia di Bayou Liberty avreste potuto vedere un aereo passare a bassa quota. Dal portello aperto una scatola venne affidata al vento. Il contenuto si sparse nell'aria come una turbinante voluta di fumo.
La pelle e le ossa di un uomo possono essere bruciate e ridotte in polvere e cenere, ma quel che rimane non ha forma. Il coraggio, il senso del dovere e l'onore non hanno una sede permanente.
Quel che rimaneva di Charles Butler McVay si mescol alle acque e spar.
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EPILOGO.
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Padre eterno, dacci la forza di salvare chi il braccio usa per dominare le acque. Oh, ascoltaci, quando ti preghiamo per chi corre pericoli in mare.
Inno della Marina americana, reverendo William Whiting
(1825-1878).
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A 28 anni dalla morte del comandante McVay, in risposta a una richiesta avanzata nel 1996 di nuove indagini da parte dei superstiti dell'Indianapolis, il JAG rilasci questa dichiarazione: La conclusione raggiunta  che la corte marziale cui venne sottoposto il comandante McVay  assolutamente valida dal punto di vista legale; non sono state commesse ingiustizie e non si vede il motivo di un'azione riparatrice(1).
Oggi teorie di cospirazioni abbondano tra alcuni superstiti ogni volta che cercano di spiegarsi perch il comandante McVay sia stato processato. Alcuni pensano che l'ammiraglio King si sia vendicato di un insulto personale che, a quanto sembra, gli avrebbe rivolto il padre di McVay anni prima. Altri credono che il padre politicamente potente di un membro dell'equipaggio morto nel naufragio sia riuscito a convincere lo stesso presidente Truman a insistere per il processo. Tutto sommato queste teorie non servono a molto. L'effetto di quel processo fu di rovinare la carriera di McVay e oggi rimane solo da chiedersi se sia stato giusto e corretto.
La risposta, spiega il capitano di vascello Bill Toti, ex comandante di sommergibili della Marina americana,
 negativa(2). In un'attenta e pungente critica al trattamento riservato dalla Marina a McVay (apparsa nell'ottobre 1999 su Proceedings, una pubblicazione dell'Accademia Navale), Toti sostiene: Ecco un uomo che, a causa della natura unica e assoluta della sua responsabilit di comando, fu considerato colpevole della sfortuna che capit alla sua nave. Le dichiarazioni dello stesso comandante evidenziano il fatto che aveva capito benissimo questa verit.
Ciononostante, non pot far niente per impedire che gli
capitasse tale sfortuna e non avrebbe mai dovuto essere processato. La lezione in questo caso  che la decisione pu essere corretta dal punto di vista legale e pur tuttavia essere ingiusta.
Negli anni successivi all'affondamento molti superstiti del disastro hanno lavorato instancabilmente a riabilitare il nome del comandante. L'Indianapolis era un'eccellente nave da guerra, dice il dottor Haynes, e sarei orgoglioso di servire di nuovo a bordo di questa unit. O, come ha detto una volta Bob Brundige, l'ex compagno di zattera di McCoy: Saremmo andati all'inferno con il comandante McVay(3).(*1).
Nel corso di un'udienza del settembre 1999 davanti alla Commissione del Senato sui Servizi Armati, l'ex marine Giles McCoy disse con aria di sfida agli ammiragli riuniti nella sala:  stato calpestato l'onore del comandante McVay. Voi state seduti qui a dirmi che il comandante McVay ha messo in pericolo la nave non procedendo a zigzag? Vi voglio dire una cosa: la nostra nave era in pericolo molto prima che il comandante McVay [lasciasse il porto]. In seguito, dice McCoy, un ammiraglio mi si par davanti, mi prese la mano e mi disse: "Voglio dirle, McCoy, che ha ragione". Ma poi aggiunse: "Buona fortuna", e se ne and. Penso che abbiamo vinto una battaglia, ammette McCoy, ma certo non la guerra.
Il 12 ottobre 2000 questa guerra si avvicin alla fine quando il Congresso vot una risoluzione che discolpava il contrammiraglio Charles Butler McVay III(5). Raccomandava anche una citazione globale per l'ultimo equipaggio
dell' USS Indianapolis, 55 anni dopo che era tornato a casa dalla sua solitaria parata della vittoria a San Diego(*2). Nella risoluzione si legge:
1) Alla luce della remissione della sentenza della corte marziale da parte del segretario della Marina e del rientro del capitano di vascello McVay in servizio attivo per intervento del capo delle operazioni navali, ammiraglio Chester Nimitz, il pubblico americano deve ora essere informato dell'innocenza del capitano di vascello McVay per la tragica perdita dell' USS Indianapolis e per la vita degli uomini che morirono come risultato dell'affondamento di quella unit; e
2) alla luce del fatto che certe informazioni discolpanti non erano disponibili all'ufficio della corte marziale e che di conseguenza si giunse a un verdetto di colpevolezza, ne deriva che il ruolino di servizio del capitano di vascello McVay deve ora riportare l'assenza di colpevolezza del comandante McVay nella tragica perdita dell' USS Indianapolis e della vita degli uomini che vi perirono in seguito all'affondamento di quell'unit(*2).
Ma quel che la risoluzione trascura di fare  cancellare questa sentenza dal suo ruolino di servizio. Mentre scrivo, i superstiti si stanno ancora battendo per liberare definitivamente il loro comandante da ogni colpa..
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Asterischi.
*1. Ai tentativi dei superstiti di riabilitare il nome di McVay collabor con diligenza uno studente della Ransom Middle School, un ragazzo di Cantonment, Florida, di nome Hunter Scott, che s'interess alla causa come parte di una tesina di storia. Laddove i superstiti del naufragio dell'Indy avevano fallito, il giovane Scott riusc a farsi ascoltare dai politici di Washington(4).
*2. L'ex comandante dell'I-55 Mochitsura Hashimoto, che aveva contribuito ai tentativi di proscioglimento compiuti dai superstiti, fu contento di tale successo. Diventato sacerdote scintoista, mor il 25 ottobre 2000 a Kyoto all'et di 91 anni.
*3. In risposta la Marina ha sostenuto ancora una volta che riesami interni ed esterni hanno confermato la correttezza e la legalit del processo della corte marziale e del ricorso in appello riguardante la corte marziale di McVay(6).
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NOTA DELL'AUTORE.
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M'interessai per la prima volta a questa storia nell'estate del 1999, quando l'articolo di un piccolo giornale locale attir la mia attenzione. Raccontava di una riunione tenuta da un gruppo di superstiti di una nave chiamata Indianapolis. Avevo gi sentito parlare dell'Indy: immortalata dal comandante Quint dello Squalo, la nave occupava uno spazio mitologico nella storia popolare americana, una specie di esistenza oltre la vita. Ma mi resi conto di sapere molto poco del vero disastro.
Qualcosa si mosse in me. Poche settimane pi tardi ero su un aereo diretto a Indianapolis, pi precisamente alla riunione dei superstiti. Intendevo scrivere un breve articolo di 5000 parole, finito il quale mi sarei occupato d'altro.
Non  un segreto che negli Stati Uniti la giovinezza sia al centro dell'interesse nazionale. Un ragazzo medio non trascorre probabilmente pi di qualche insignificante periodo accanto a qualcuno che abbia oltre 50 anni. Per la maggior parte della mia vita avevo trascorso il tempo a lavorare per riviste che celebravano questo esilio delle persone anziane.
Ma poi conobbi i superstiti, 85 di essi, quando si riunirono per tre giorni all'Indianapolis Westin. E rimasi stupito dalla loro generosit, dal loro coraggio, dalla loro dignit. La riunione fu l'inizio di una serie di corrispondenze, colloqui e visite che continuano ancor oggi. Rappresent anche l'inizio del mio impegno nei confronti di questi uomini e della necessit di raccontare nei particolari la loro storia.
Col tempo provai imbarazzo per aver pensato di aver passato momenti difficili nella mia vita. Ne avevo trascorso una parte a cercare sfide e rischi, e in seguito avevo viaggiato in posti lontani, una volta quasi affogando nel corso di un viaggio in cui dovemmo doppiare capo Horn. Ripensandoci, queste avventure erano il mio modo di cercare quello che William James chiamava l'equivalente morale della guerra. Ma questi superstiti erano reali. Nello scrivere la loro storia sapevo che avrei descritto un esempio unico di coraggio e spirito di sacrificio.
La storia dell'USS Indianapolis s'impadron della mia vita. Scrissi un articolo di 35.000 parole, accorciato poi a 12.000 e pubblicato nel marzo 2000 su Men's Journal. Suscit un tale interesse nei lettori che il giornale ricevette tanta posta quanta non ne aveva mai vista in precedenza.
Il nucleo della storia, per come la vedevo io, era il dramma umano e primordiale di uomini sopravvissuti al peggior naufragio della storia navale degli Stati Uniti. Per quasi cinque giorni lottarono in condizioni d'incredibile difficolt, scacciando squali, combattendo contro l'ipotermia, l'esaurimento fisico e psichico e infine la demenza allucinatoria. Eppure pi di 300 riuscirono a sopravvivere.
La domanda cui volevo rispondere era questa: in quale modo?
Nello scrivere questo libro decisi di raffigurare la tragedia dell' USS Indianapolis non come una storia di guerra, ma come il ritratto di uomini in lotta contro il mare. Non faccia di me un eroe, mi aveva detto Giles McCoy mentre sedevo nel suo salotto in Florida. Anche se sua moglie era stata colpita da un tumore a un polmone e Gil (come lo chiamano) si batteva contro gravi problemi di salute, insistettero affinch restassi con loro e mi offrirono una stanza da letto per quasi una settimana. I colloqui si prolungarono e li facemmo seduti sotto il portico della casa a guardare foto e ricordi. Gil non si faceva mai mancare un bicchiere d'acqua ghiacciata: a 55 anni dall'affondamento era ancora preoccupato di patire la sete.
Il tempo era fondamentale. Mentre ero in visita da Gil seppi che altri tre superstiti erano appena morti, tutti lo stesso mese. Gil, sposato da 53 anni e padre di tre figli, voleva raccontare l'intera storia prima che fosse troppo tardi.
Altri superstiti riecheggiavano questi sentimenti. E questo  uno dei motivi per cui nel mio libro i lettori troveranno informazioni in contrasto con precedenti resoconti. Il libro attinge anche a nuove informazioni, tra cui documenti del governo americano resi disponibili al pubblico solo in anni recenti.
In sostanza sono per rimasto fedele all'ossatura della storia: nei giorni torridi della seconda guerra mondiale, nelle acque del Pacifico, l'incrociatore USS Indianapolis era affondato.
Quel che ne segu fu un incubo.
Per i superstiti il disastro dell'Indy  un po' la loro My Lai, il loro Watergate, un momento essenziale di disillusione storica: la Marina li aveva messi nei guai, centinaia di uomini erano morti di una morte violenta e il governo aveva poi rifiutato di riconoscere la propria colpevolezza.
Ma quello che stupisce  che questi uomini, al contrario delle generazioni contemporanee che sono state deluse da una cattiva amministrazione, non sono amareggiati. In qualche modo sono riusciti a metter da parte risentimenti e rancori per contribuire al boom economico dell'America postbellica degli anni '50.
Si potrebbe dire che l'America dell'epoca della seconda guerra mondiale, una nazione in cui la gente aveva una sensazione profonda di appartenenza, di far parte di una comunit pi grande del singolo, oggi non esista pi. Ma io non sono d'accordo. Vive ancora in questi uomini, in questi superstiti. Non sono il nostro passato: sono il futuro.
Mentre scrivevo questo libro ho letto centinaia di pagine sull'USS Indianapolis, ho fatto ore di colloqui e ho studiato
il materiale fornitomi dai superstiti e dalla gente interessata alla storia della nave. Molti di questi ultimi meritano una menzione speciale.
Innanzitutto devo ringraziare Heather Shaw Cauchy, senza il cui aiuto la stesura di questo libro sarebbe stata un compito molto pi arduo e cui il libro stesso deve molto della sua struttura e del suo respiro. Le sar sempre grato per la costanza, la lucidit e gli instancabili contributi che mi ha offerto.  stata una collega perfetta in questa impresa. Grazie, H.
Tra i superstiti dell'affondamento dell'USS Indianapolis e le loro famiglie, voglio ringraziare in particolar modo Gil e Betty McCoy per avermi fatto sentire come uno della famiglia. Allo stesso modo sono grato al dottor Haynes e a sua moglie Margaret, che mi hanno accolto in casa loro. Vorrei ringraziare inoltre Harlan e Alice Twible, Mike e Lorrain Kuryla, Jack e Muffy Miner, Bob e Gloria McGuiggan, Victor e Dottie Buckett, e Robert e Norma Neal Gause per il loro sostegno. Questi uomini e le loro famiglie mi hanno aperto cuori e case, e spero di aver dato loro qualcosa in cambio.
Altri superstiti che mi hanno concesso generosamente il loro tempo sono stati Felton Outland, Jack Cassidy, Richard Stephens, Bill Drayton, Gus Kay, Ed Brown, John Spinelli, Richard Paroubek e Grover Carver. Anche Lou Bitonti e Woodie James mi hanno offerto un gradito incoraggiamento. Nina Bartasavich ha generosamente condiviso con me l'ordalia di suo padre, il superstite Joseph Naspini.
Oltre ad avermi offerto ricordi dell'affondamento e della loro lotta per sopravvivere, questi ex membri dell'equipaggio mi hanno fornito anche squarci sulla personalit del comandante McVay e sulla vita di bordo. Mike Kuryla, Giles McCoy, Robert Gause, Harlan Twible, Erwin Hensch e il dottor Lewis Haynes sono stati particolarmente utili nel farmi capire il comandante e i suoi doveri, oltre a fornirmi particolari della sua personalit. John Spinelli mi ha consegnato un resoconto di prima mano sui suoi giorni in mare con McVay, e la signora Billie Havins, vedova di Al Havins, ha risposto a domande e mi ha dato materiale riguardante l'esperienza del marito con il comandante a bordo della nave e su uno zatterone di salvataggio. Il documentarista Bill Van Daalen  stato generoso nel consegnarmi materiale di interviste e fotografie riguardanti McVay e i superstiti.
David Nelson, direttore dell'associazione Second Watch, e il suo assistente Robin Field mi hanno aiutato a rispondere a quesiti su quel che devono affrontare oggi i superstiti e Michael Monroney ha impiegato il suo tempo prezioso a spiegarmi il tentativo di riabilitare il nome del comandante McVay. Anche Keith Smith, archivista dell'USS Indianapolis Survivors Organization, mi ha fornito un valido aiuto. Sono grato anche per il benvenuto ricevuto alla riunione del 1999 dei superstiti, organizzata dal presidente dell'associazione Paul Murphy. Per informazioni esaurienti su Second Watch e l'organizzazione, si pu visitare il sito www.ussindianapolis.org.
Ho un debito di gratitudine con i figliastri di McVay, Winthrop Smith jr e Gordon Linke, come anche con Jocelyn, Scott e Corinne Linke. Winthrop e Gordon hanno combinato per me una visita a Winvian Farm nell'agosto 1999 e mi hanno regalato riflessioni particolarmente acute sul carattere del comandante. Allo stesso modo Florence Regosia, la domestica di McVay, mi ha aiutato a ricostruire gli ultimi anni di McVay, come ha fatto anche Ed Stevens, compagno di caccia, pesca e bridge del comandante. L'ex senatore degli Stati Uniti Spencer Abraham mi ha aiutato a ottenere il ruolino di servizio del comandante.
Per i resoconti sul recupero dell'equipaggio dell'Indianapolis voglio ringraziare gli ex membri del personale della Marina Albert Harp, John Wilschke, Peter Wren, Roy McLendon, Irving Lefkovitz, Douw Mac Haffie, Max Seisser, Robert France, Hilton Logan, Joseph Lalley jr e William C. Meyer. Norma Gwinn ha risposto a domande su
suo marito, il pilota Chuck Gwinn, e Robert Marks mi ha raccontato il ruolo di suo padre, Adrian Marks, nelle operazioni di salvataggio.
Alle mie ricerche hanno contribuito anche storici e ricercatori militari come Paul Brockman ed Eric Mundell della Indiana Historical Society e Martin Williams di Washington. Anche i seguenti storici mi sono stati di grande aiuto: generale Pinky Grocott (radar navall), Bill Roland e Walter Blanchard (navigazione Loran), William Stewart (storia dell'Indianapolis e delle isole Marianne), Ron Fillon (San Francisco nel 1945), John Wassell e Bill MacDermott (aerei da salvataggio).
Lee Albright mi ha fornito informazioni sull'USS Howze e Fred Kimball e Rich Tretault hanno raccontato il viaggio senza scorta dei rimorchiatori lungo la rotta dell'Indy. James B. Johnson e il dottor Robert Browning mi hanno offerto visuali storiche rispettivamente sulla Marina e sulla Guardia Costiera americane.
Russell Hetz e Donald Allen mi hanno offerto informazioni dettagliate sul messaggio di SOS dell'Indianapolis e Richard von Doenhoff ha risposto a domande sul programma di decodificazione ULTRA. John Savard mi ha aiutato a capire la crittografia.
Gli ex membri dell'equipaggio dell' Indianapolis Charlie Sullivan e William Collins mi hanno descritto brillantemente la nave. Sullivan, ex chierichetto a bordo della nave, mi ha aiutato anche a comprendere l'affabile cappellano dell'Indy, padre Conway. Dennis Covert mi ha illustrato la posizione del comandante McVay all'interno della gerarchia navale di comando. L'aiuto dell'esploratore degli abissi Curt Newport  stato essenziale per capire la meccanica dell'affondamento dell'Indy e della deriva dei superstiti. David Dorflinger mi ha descritto Guam com'era nel luglio 1945 e mi ha raccontato nei particolari il suo viaggio in jeep con il comandante McVay.
Il dottor Terry Taylor e la dottoressa Julie Johnson sono
stati preziosi nello spiegarmi i traumi da permanenza in mare e gli effetti dell'immersione in acqua salata. David Baldridge mi ha aiutato a capire il modo in cui gli squali attaccano e l'oceanografo Matthew C. Barron mi ha fornito informazioni sul clima del Pacifico meridionale. Scott Sanford, Andrew Lundberg, Marly Wyckoff, Kathy Erlewein, Gayle Gallagher e Cindy Lyskawa mi hanno dato un gradito incoraggiamento e un aiuto prezioso.
Pi dalle mie parti ho goduto dell'amicizia e dell'appoggio delle famiglie Stanton, Bott, Edwards, Dennis/Dunn ed Earnest, e di mia sorella Deb Demin, insieme con Tony, Genessa e Wylie Demin; Bob Butz e Nancy Flowers, Dave Scroppo, Glenn Wolff e Carole Simon, Jerry e Gail Dennis, Nick Bozanic e Brit Washburn, Mike e Claudia Delp, Jack e Lois Driscoll, Joe Mielke e Jodee Taylor, Terry e Marlene Caszatt, Jim Fergus, Mike Paterniti, Veronica Pasfield, Larry Grow, Danielle Freund, e Kathy e Bill Thompson. Grazie anche a Woody e Laura, a Ron Bernstein e specialmente a Betsy Beers.
Voglio ringraziare lo scrittore Richard Newcomb, che mi ha accompagnato pazientemente nei meandri del comando navale del 1945. Da tale vantaggiosa prospettiva, credo che abbia intuito un modo di raccontare questa storia sotto una nuova luce, 42 anni dopo il suo congedo. Per questo gliene sono grato. Sono stato aiutato anche dalle opere di Katherine Moore, Raymond Lech, Dan Kurzman e Peter Wren. E vorrei ringraziare Kimo e Charles McVay IV, e James Bargsley per i loro tempestivi incoraggiamenti.
Sid Evans ha accettato di lasciarmi scrivere sotto forma di articolo la storia dell' Indianapolis su Men 's Journal. Sono grato dell'amicizia e dell'esigente cura editoriale di Sid e dell'incessante appoggio dell'allora caporedattore Terry McDonnell. Sono grato anche a Jann Wenner per aver pubblicato il mio lavoro.
Jim Harrison e Guy de la Valdene mi hanno dato un importante supporto e a loro vanno i miei ringraziamenti di
cuore. Il mio agente, Sloan Harris, mi ha dato perspicaci consigli che hanno sempre contribuito a risollevarmi lo spirito e la sua amicizia  sempre stata divertente, fondamentale e profondamente apprezzata. Grazie, Sloan.
Due persone sono state essenziali per questo libro: Jennifer Barth, brillante caporedattrice della Henry Holt, e il presidente della stessa casa editrice, John Sterling, che non mi ha mai fatto mancare il suo appoggio. In uno spossante periodo di lavoro Jennifer ha scorto sia l'oceano sia le sue singole onde e ha seguito questa storia dal suo brodo primordiale sino a farla diventare ancor pi grande di quanto potessi immaginare. Ne ha fatto un libro migliore senza risparmiarsi e non riesco a sottolineare a sufficienza l'importanza della sua precisione da orafo in tutte le questioni editoriali. Allo stesso modo John Sterling mi ha offerto i suoi preziosi commenti e mi ha fatto sentire a mio agio.
George Hodgman mi ha aiutato in un momento importante. Grazie anche a Maggie Richards, Elizabeth Shreve, Heather Fain, Sarah Hutson, Kenn Russell, Fritz Metsch e Rebecca Milos della Henry Holt. L'editor fotografico Carin Pearce, Robert Krauss, Tom Flowers, Tim Barrons della Byte Productions, e James Sinclair hanno cooperato diligentemente a illustrare in modo splendido questo libro.
Mia madre e mio padre mi hanno incoraggiato senza posa. Ho scritto Il comandante e gli squali in parte grazie a una storia che mio padre mi raccont quand'ero piccolo. Non dimenticare mai, mi diceva (e mi dice tuttora), i sacrifici che qualcuno ha fatto per te. L'esempio dei miei genitori nel fare ci che  giusto anche se  difficile  stato un'importante lezione. E ogni volta che sono riuscito a fare la cosa giusta  stato merito di tre persone: Anne, mia moglie, che mi ha aiutato nei momenti pi importanti mentre questo libro si avvicinava al completamento, e i miei figli John e Kate. Qualunque cosa abbia appreso sul sacrificio, sull'amore e sulla tenacia grazie alle persone di cui scrivo in questo libro, voglio che diventi anche loro.
Infine voglio che un pensiero vada ai marinai che scomparvero in mare quando l'Indianapolis affond. Ci basiamo sui vivi per raccontare la storia, ma non senza ricordare i ragazzi che non sopravvissero.
Il 5 per cento della quota dei diritti d'autore per la vendita dell'edizione rilegata di questo libro sar donato all'USS Indianapolis Survivors' Fund.
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POSTFAZIONE.
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Come poi risult, la giustizia nel caso del capitano di vascello Charles Butler McVay arriv molto pi rapidamente di quanto non si aspettassero i superstiti dell'USS Indianapolis. Il 13 luglio 2001 - a 56 anni dall'affondamento dell'incrociatore e a 41 dal primo tentativo di Giles McCoy di restituire l'onore al comandante McVay - il Dipartimento della Marina, in una sorprendente tornata di eventi, rese pubblica la decisione di prosciogliere il comandante gi sottoposto a corte marziale.
Il segretario della Marina, Gordon R. England, ordin che le seguenti dichiarazioni fossero allegate al ruolino di servizio del comandante McVay. Il popolo americano dovrebbe ora riconoscere l'assenza di colpevolezza del comandante McVay nella tragica perdita dell'USS Indianapolis e della vita degli uomini che vi perirono in seguito all'affondamento di quell'unit. Nel ruolino di servizio del capitano di vascello McVay  stato inserito il proscioglimento dalla responsabilit della perdita dell'unit e della vita di tanti dei suoi uomini.
In questo capovolgimento dell'ostinato rifiuto di riesaminare il caso di McVay, la Marina riprese le parole scelte dal Congresso degli Stati Uniti nella sua risoluzione dell'ottobre 2000, in cui si dichiarava l'assenza di colpevolezza del comandante McVay nella tragica perdita dell'USS Indianapolis e della vita degli uomini che vi perirono...
In una successiva lettera a England, McCoy non si mise a centellinare i termini: Grazie, signore, per aver convinto gli ammiragli del Dipartimento della Marina ad alzare le chiappe e a prosciogliere il nostro ex comandante.
L'annuncio della decisione della Marina attir immediatamente l'attenzione del Paese. In un articolo del 14 luglio
2001 del New York Times (che citava un rapporto dell'Associated Press), un esultante McCoy spieg che il comandante McVay non era stato ritenuto colpevole di niente se non delle alterne vicende della guerra.
Mi ero preso alcuni giorni di vacanza durante il giro di conferenze per la presentazione del libro quando venni a sapere del proscioglimento. Le conferenze erano state emozionanti: in tutte le citt o cittadine visitate c'era solitamente qualcuno del pubblico che era o un superstite del disastro o un parente di un superstite. Questi eventi erano ormai diventati una sorta di luogo d'incontro di varie generazioni: giovani e vecchi, donne e uomini.
Il proprietario dell'hotel sul lago in cui mi ero rifugiato mi comunic la notizia. Chiami il suo editore,  successo qualcosa che riguarda il comandante McVay, mi disse.
Non c'era telefono in quella localit, perci presi la macchina e andai fino a una stazione di servizio e da un telefono a gettoni chiesi i particolari della vicenda. Ero appena stato a nuotare con i miei figli, perci trovarmi l in T-shirt e pantaloncini a discutere del proscioglimento con la CNN fu un'esperienza sorprendente. Quando verificai la notizia con il superstite Ed Brown in California, mi disse che era scoppiato a piangere non appena gliel'avevano comunicata.
Altri superstiti dichiararono sentimenti simili di sollievo e felicit. Poich, anche se il proscioglimento voluto dalla Marina non avrebbe cancellato dal ruolino di servizio la condanna di McVay, McCoy pensava - come molti altri suoi compagni di sventura - che agli occhi dell'opinione pubblica il nome del suo comandante avesse finalmente ritrovato l'onorabilit, e che le nuvole scure sotto le quali la vicenda dell'USS Indianapolis era rimasta per tutti quegli anni si fossero allontanate.
Credo sia il meglio che potessimo ottenere, mi disse poi McCoy dalla sua residenza in Florida. Immagino che il comandante McVay stia osservando tutto questo e sorrida.
L'equipaggio ottenne inoltre una Unit Citation (citazione riservata alle unit) per il ruolo avuto nella consegna dei componenti di Little Boy nell'isola di Tinian. Questi uomini - adesso sull'ottantina, se non di pi - hanno finalmente ottenuto un riconoscimento per i loro servizi al Paese.
Dopo tutto questo tempo (56 anni dopo la corte marziale), che cosa ha indotto la Marina a cambiare la sua decisione?
In poche parole fu la vittoria di un accanito ottimismo e di una decisa ostinazione da parte di centinaia d'individui.
Ma bisogna valutare i singoli comportamenti. England ag in parte grazie alle inestimabili insistenze del senatore Bob Smith, repubblicano del New Hampshire, che era stato avvisato del caso McVay in seguito alle pressioni al Congresso di Hunter Scott, insegnante dell'Accademia Navale della Florida. Il tentativo di proscioglimento aveva ricevuto un appoggio fondamentale da Mike Monroney, un instancabile sostenitore volontario della causa a Washington, e dal figlio del comandante, Kimo McVay, morto il 29 giugno 2001, pochi giorni prima dell'annuncio. Anche il capitano di vascello Bill Toti, assistente speciale del vicecapo delle operazioni navali, i deputati Julia Carson, democratica dell'Indiana, Joe Scarborough, repubblicano della Florida, e il senatore John Warner, repubblicano della Virginia, fornirono un valido aiuto nel percorso dell'istanza.
Tristemente, la notizia del proscioglimento arriv troppo tardi per il dottor Lewis Haynes, morto nella sua casa in Florida il 13 marzo 2001, all'et di 89 anni.
Fino ai suoi ultimi giorni il dottor Haynes, ancora ossessionato dall'affondamento della sua unit, aveva trascorso molte notti ad agitarsi nel sonno, voltandosi e rivoltandosi, ancora alla deriva nel mar delle Filippine.
Lo seppi al suo funerale, al quale ebbi l'onore di parlare in seguito a una richiesta di sua moglie Margaret. Il comandante e gli squali non era ancora stato pubblicato, ma gli amici e i parenti del dottor Haynes mi avevano parlato della sua eccitazione alla notizia dell'uscita del libro e molti mi avevano chiesto come mai avessi deciso di scriverlo. Pensavo di conoscere la risposta, ma al funerale di Haynes mi ritrovai ad annaspare alla ricerca di un modo in cui trasmettere ci che sentivo di pi profondo per l'eroico e umile equipaggio dell'USS Indianapolis. Con mia grande sorpresa mi accorsi che nemmeno io avevo capito il motivo. Perch questa particolare storia aveva avuto tale effetto su di me?
Avevo sperato di indurre i miei lettori ad amare e rispettare a tal punto i superstiti di questa disavventura da potersi poi dedicare con altrettanto amore e rispetto al caso del comandante McVay e della sua corte marziale. Avevo scritto la storia cos come l'avevo udita, cio una specie di leggenda da raccontarsi intorno al tavolo di cucina la sera tardi. E i lettori avevano trovato una fonte d'ispirazione nelle lotte dei superstiti. Il suo libro mi sta cambiando, mi aveva scritto un lettore, nello stesso modo in cui il suo descrivere l'incontro con questi uomini e la narrazione delle loro storie ha cambiato lei. Anch'io ho cercato avventure, dal servizio in Marina all'arrampicarmi su rocce e montagne, e persino nel mondo degli affari. Ho avuto alterne vicende. La storia dell'Indianapolis doveva essere raccontata. Altri lettori a conoscenza delle sventure dei 		superstiti erano rimasti sorpresi da ci che avevano letto. Pur avendo letto pressoch ogni resoconto del disastro, mi scrisse Mike Monroney, non ero preparato a quel che lei ha scritto con tanta vivacit. E stato terribile. E lei lo ha fatto in modo eccellente. Il libro rappresenter un immenso aiuto nello sforzo di fare chiarezza sul nome del comandante McVay. Era chiaro che mi trovavo mille miglia lontano dalla mia prima incerta conoscenza dei superstiti e della storia.
Quando partecipai alla prima riunione nel luglio 1999, mi sentii sperduto mentre gironzolavo nelle sale del Westin Hotel di Indianapolis e mi chiedevo che cosa raccontare o
dove raccontarlo. Il materiale risultante dalle ricerche era scarso o fuori pubblicazione. Con l'esclusione dei media locali, non c'erano altri giornalisti. A poche ore dal mio arrivo cominciai a pensare di ripartire. E poi conobbi quegli uomini.
Quando andai alla riunione successiva, nell'agosto 2001 (cinque mesi dopo la pubblicazione di Il comandante e gli squali), mi trovai circondato da un gruppo di circa 600 persone, molte delle quali conoscevo di nome. La riunione fu un'occasione felice e amara nello stesso tempo. In un angolo della sala dell'hotel, alcuni anziani riuniti in gruppo scherzavano tra loro, in un altro alcuni superstiti condividevano un doloroso momento di reminiscenze dei loro compagni scomparsi. E tutt'intorno c'erano le loro famiglie -bambini, giovani, neomadri - che chiedevano, che volevano imparare ad affrontare il passato e il futuro.
Dal momento che avevo scritto le vicende della nave, alcuni pensavano che sapessi come un certo loro congiunto fosse morto. Una persona su tre era in lacrime. E, com'era successo nel mio giro pubblicitario, alcune delle reazioni pi intense vennero da adolescenti e da donne che sentivano di avere intravisto, grazie al mio libro, certi aspetti della vita dei loro padri o dei loro nonni.
Durante il dibattito un sopravvissuto di nome Frank Centazzo si alz e si avvicin al microfono. Non avevo intervistato Frank per il mio libro, fatto che lui mi ramment con cordialit. Ma poi divenne serio. Per 56 anni, disse, si era dovuto vergognare per il comportamento tenuto da alcuni mentre erano in acqua. Perch alcuni si erano arresi ed erano morti? Perch altri si erano comportati in modo discutibile?
Solo leggendo Il comandante e gli squali aveva capito il motivo. Si riferiva ai brani in cui descrivevo gli effetti devastanti dell'ingestione di acqua salata e dell'esposizione alle intemperie. In piedi sul palco e con voce tremante mi ringrazi per aver scritto quel libro.
Ricordo che rimasi senza parole. E pensai: perch nessuno ha spiegato a quest'uomo orgoglioso che cos'era successo?
Poco dopo, i pezzi finali del puzzle andarono al loro posto. Ero al termine di un'intervista con un giornalista dell'NPR, il quale prima di uscire dal mio ufficio mi chiese: Vuole aggiungere qualcos'altro?
Improvvisamente capii quel che non avevo capito prima. Di tutti i sogni fatti durante la stesura di Il comandante e gli squali il pi impressionante era stato uno in cui galleggiavo su un inospitale mare di fiamme, desiderando con tutto me stesso di restare in vita. Durante i miei colloqui con i superstiti, quasi tutti avevano ricordato che a un certo punto avevano giurato a se stessi: io sopravvivr.
Questo aspetto mi aveva sempre colpito come un momento sorprendente, esistenziale. Mi aveva ossessionato, e ancor oggi mi ossessiona. Ci che gli uomini avevano ricordato erano quelle persone a terra che, con i fatti o con le parole, avevano detto loro: Non arrenderti mai.
Dissi al giornalista che adesso mi stavo chiedendo se avessi mai trasmesso questo messaggio a mio figlio, a mia figlia, a mia moglie, ai miei amici - a chiunque -, in modo che agisse da sprone se mai si fossero trovati in una situazione simile.
Aggiunsi che non lo sapevo, ma che speravo di s.
Quando la gente mi dice che le  piaciuto il libro che ho scritto, io rispondo che  stato il libro a scrivere me.
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17 gennaio 2002. Lake Ann, Michigan.
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FINE.
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NOTE AL TESTO.
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Prologo. Un marinaio in catene.
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Colloqui: Gordon Linke, Jocelyn Linke, Scott Linke, Winthrop Smith jr, Ed Stevens, Florence Regosia, Michael Monroney, Giles McCoy.
1. Foto della polizia, 6 novembre 1968.
2. The Naval Historical Center, www.history.navy.mil; capitano di vascello William J. Toti, US Navy, The Sinking of the Indy & Responsibility of Command, in Proceedings', Thomas B. Buell, Master of the Sea, p. 328.
3. Richard A. von Doenhoff, ULTRA and the Sinking of USS Indianapolis, in Eleventh Naval History Symposium.
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1. Tutti a bordo.
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Colloqui: John Spinelli, Giles McCoy, Mike Kuryla, dottor Lewis Hay-nes, Ed Brown, Charlie Sullivan, Bob McGuiggan, Harlan Twible, Graver Carver, Richard Paroubek, Robert Gause, Bill Drayton, Richard Stephens, Gordon Linke.
1. Resoconto del comandante Charles B. McVay III, USN, Affondamento dell' USS Indianapolis, 27 settembre 1945; Fletcher Knebel e Charles W. Bailey, No High Ground, pp. 101-102; Richard F. Newcomb, Abbandonate la nave! pp. 46-47.
2. Katherine D. Moore, Goodbye Indy Maru, pp. 122, 132, 141-142; Resoconto del comandante McVay.
3. Evan McLeod Wylie, The Last Secret Voyage of the USS Indianapolis, in Yankee.
4. Resoconto del comandante McVay.
5. Giornali di bordo dell'CXS Indianapolis, marzo e aprile 1945.
6. Moore, Goodbye Indy Maru, p. 135.
7. San Francisco History, www.sf50.com/qaboard/qaboard.htm.
8. Dai rapporti settimanali del Joint Army Navy Personnel Shipping Committee.
9. Hanson W. Baldwin, Battles Lost and Won: Great Campaigns of World War II, p. 280.
10. Thomas B. Allen e Norman Polmar, Code Name Downfall: The Secret Plan to Invade Japan - and Why Truman Dropped the Bomb, p. 208.
11. Walter J. Boyne, The Clash of the Titans, p. 281 ; generale di divisione Charles W. Sweeney con James Antonucci e Marion K. Antonucci, War's End: An Eyewitness Account of America's Last Atomic Mission, p. 136.
12. San Francisco History.
13. Giornale di bordo dell'USS Indianapolis, giugno 1945.
14. Moore, Goodbye Indy Maru, pp. 126-127.
15. Giornale di bordo dell' USS Indianapolis, giugno 1945.
16. Moore, Goodbye Indy Maru, p. 82.
17. Paul Fussell, Wartime Understanding and Behavior in the Second World War, pp. 251-267.
18. L. Peter Wren, Those in Peril on the Sea, p. 33.
19. Life, 30 novembre 1936.
20. Steve Ewing, American Cruisers of World War II: A Pictorial Encyclopedia, p. IX.
21. Lettera del dottor James F. Nolan a Richard F. Newcomb.
22. Ibid.
23. Moore, Goodbye Indy Maru, p. 141.
24. Id., p. 138.
25. Id., pp. 132-134, 159; lettera di Richard A. Paroubek al capitano di vascello William J. Toti.
26. Fatti e discussione dei fatti, senza firma, s.d. (NIG report); Moore, Goodbye Indy Maru, p. 158.
27. Record and Proceedings of a General Court Martial Convened at the Navy Yard, Washington, D.C. by Order of the Secretary of the Navy: Case of Charles B. McVay, 3rd, Captain, U.S. Navy, December 3, 1945; Resoconto del comandante McVay.
28. Moore, Goodbye Indy Maru, p. 142.
29. Encyclopedia Britannica, www.britannica.com.
30. Lettera di Nolan a Newcomb; Knebel e Bailey, No High Ground, p. 101.
31. Ibid.
32. Lettera di Nolan a Newcomb; Knebel e Bailey, No High Ground, p. 46; Newcomb, Abbandonate la nave!, pp. 52-53.
33. Stanley Weintraub, The Last Great Victory: The End of WWII, July/August 1945, p. 83.
34. Resoconto del comandante McVay.
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2. Arrivederci, Golden Gate.
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Colloqui: Ed Brown, Robert Gause, dottor Lewis Haynes, Mike Kuryla, Jack Cassidy, Giles McCoy, Richard Stephens, Bob McGuiggan, Gus Kay, Harlan Twible, Jack Miner, Bill Drayton, John Spinelli, Dennis Covert, Charlie Sullivan, Gordon Linke, Jocelyn Linke, Winthrop Smith jr.
1. Fussell, Wartime Understanding and Behavior in the Second World War, p. 37.
2. Philip A. St. John, USS Indianapolis (CA-35), p. 31.
3. Ordine del giorno dell'USS Indianapolis, 16 luglio 1945.
4. Sultan, Gene, Captain Charles Butler McVay, III; 838 Lost, 315 Saved in Sinking of Indianapolis by Jap Sub: Cruiser Had Just Carried Atom Bomb from U.S. to Guam, in The Evening Star, Ruolino di servizio di Charles B. McVay.
5. Lettera di Nolan a Newcomb.
6. St. John, USS Indianapolis (CA-35), p. 12; Stephen E. Ambrose, American Heritage New History of World War II, p. 122.
7. Patrick J. Finneran, A Short History of the USS Indianapolis, in The USS Indianapolis (CA-35) Survivors Organization', testimonianza di Daniel E. Brady.
8. John Keegan, The Price of Admiralty, p. 198; Ambrose, American Heritage New History of World War II, p. 317.
9. Thomas B. Buell, The Quiet Warrior: A Biography of Admiral Raymond A. Spruance, pp. 185-186.
10. James F. Dunnigan e Albert A. Nofi, Victory at Sea: WWw in the Pacific, p. 50.
11. Id., pp. 260-262; Allen e Polmar, Code Name Downfall, pp. 86-88.
12. John Keegan, The Battle for History: Refighting World War II, pp. 27-28.
13. John Ray Skates, The Invasion of Japan: Alternative to the Bomb, p. 148.
14. New York Times, 9 gennaio 1946.
15. Judgment at the Smithsonian.
16. Moore, Goodbye Indy Maru, p. 115.
17. Boyne, The Clash of the Titans, p. 326.
18. Wren, Those in Peril on the Sea, pp. 33-35.
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3. Il primo tassello.
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Colloqui: dottor Lewis Haynes, Giles McCoy, Ed Brown, Mike Kuryla, Bob McGuiggan, Robert Gause, Harlan Twible, Richard Stephens, Charlie Sullivan, Douw Mac Haffie, David Dorflinger.
1. Gordon Thomas e Max Morgan Witts, Enoia Gay, pp. 81, 87, 151, 161; Sweeney con Antonucci e Antonucci, War's End, p. 137.
2. American Aircraft of World War II, www.ixpress.com/aglcaf/ usplanes/american.htm; http://www.usplanes/aircrafi/ventura.htm.
3. Newcomb, Abbandonate la nave!, p. 65.
4. Lettera di Nolan a Newcomb.
5. Corte marziale.
6. Dispaccio 260152.
7. Una fonte importante per Guam e Leyte  il documento di 131 pagine della Commissione d'inchiesta. Come quello della corte marziale, riguarda l'ordine di abbandonare la nave nonch le condizioni del tempo la notte dell'affondamento. Ma al contrario di quello della corte marziale si occupa ampiamente del fatto che le autorit non si accorsero dell'assenza dell'Indianapolis dalla rada di Leyte. L'altra fonte principale per le informazioni sulle attivit di terra  una serie di rapporti presentati durante l'inchiesta e terminati nel gennaio 1946 dall'Ispettore Generale della Marina (NIG, Navy In-spector General). Registro dei procedimenti di una Commissione d'inchiesta convocata al quartier generale del comando, Marianne, per ordine del comandante in capo, Flotta del Pacifico e zona dell'oceano Pacifico, allo scopo di indagare su tutte le circostanze relative all'affondamento dell'USS Indianapolis (CA-35) il (o intorno al) 29 luglio 1945, sulle operazioni di salvataggio e sul ritardo nelle comunicazioni riguardanti la perdita della nave. Firmato: viceammiraglio Charles A. Lockwood, viceammiraglio George D. Murray, contrammiraglio Francis E.M. Whiting e capitano di vascello William E. Hilbert, giudice avvocato, in data 13 agosto 1945; Progress Report del caso dell' USS Indianapolis (NIG); Discussione dei fatti nell'ulteriore inchiesta sull'affondamento
dell'USS Indianapolis e sul ritardo nel riferire la perdita di questa nave, senza firma, s.d. (NIG); Inchiesta sull'affondamento dell'USS Indianapolis e sul ritardo nel riferire la perdita di detta nave. Dall'Ispettore Generale della Marina al capo delle operazioni. Firmato: C.P. Snyder. Data: ricevuto 7 gennaio 1946; Fatti e discussione dei fatti (NIG).
8. Resoconto del comandante McVay.
9. Discussione dei fatti (NIG).
10. Corte marziale; Raymond B. Lech, All the Drowned Sailors, p. 10.
11. Giornale di bordo dell' USS Indianapolis, aprile 1945.
12. Corte marziale.
13. Skates, The Invasion of Japan, p. 242.
14. Id., p. 5; Knebel e Bailey, No High Ground, p. 70.
15. Knebel e Bailey, No High Ground, pp. 55, 46.
16. Corte marziale.
17. Commissione d'inchiesta; Corte marziale; Discussione dei fatti (NIG).
18. Commissione d'inchiesta.
19. Allen e Polmar, Code Name Downfall, pp. 135-140; Skates, The Invasion of Japan, pp. 158-159.
20. Boyne, The Clash of the Titans, pp. 110-112.
21. Fatti e discussione dei fatti (NIG); Corte marziale; Progress Report (NIG); Commissione d'inchiesta; Newcomb, Abbandonate la nave!, pp. 73-74.
22. Commissione d'inchiesta; Fatti e discussione dei fatti (NIG); Corte marziale.
23. Fatti e discussione dei fatti (NIG).
24. Commissione d'inchiesta; Progress Report (NIG); Corte marziale; Fatti e discussione dei fatti (NIG).
25. Commissione d'inchiesta; Corte marziale; Discussione dei fatti (NIG); Ufficio del direttore del porto. Oggetto: Istruzioni di rotta. All'ufficiale comandante, USS Indianapolis (CA-35). Dal direttore del porto, Guam, in data 28 luglio 1945. Firmato: J.J. Waldron; Sezione operativa informazioni, NOB, Guam, M.I. Oggetto: Resoconti informativi da Guam alle Filippine, in data 27 luglio 1945. Firmato: R.N. Orr, Ufficio informazioni.
26. Samuel Eliot Morison, Victory in the Pacific 1945, pp. 317-318; Progress Report (NIG).
27. Von Doenhoff, ULTRA and the Sinking of USS Indianapolis; Fatti e discussione dei fatti (NIG).
28. Ibid. ; The Sinking of the USS Indianapolis and the Subsequent Court Martial of Rear Adm. Charles B. McVay III, USN, udienza davanti alla Commissione sui servizi armati; John Savard, A Cryptographic Compendium, http://home.ecn.ab.cay jsavard/ crypto/entry .htm; Keegan, The Battle for History, pp. 87-92; Edwin Layton con Roger Pineau e John Costello, And I Was There: Pearl Harbor and Midway: Breaking the Secrets, pp. 139, 367, 449-456.
29. Corte marziale.
30. Mochitsura Hashimoto, Sunk!: The Story of the Japanese Submarine Fleet, 1942-1945, pp. 140-148; Weintraub, The Last Great Victory, p. 73; Submarines of the Imperial Japanese Navy, http:// www.combinedfleet.com/ss.htm; Corte marziale; Inchiesta sull'affondamento, 7 gennaio 1946; Sinking the Indianapolis: A Japanese Perspective, in The Quan.
31. Boyne, The Clash of the Titans, p. 292.
32. Dunnigan e Nofi, Victory at Sea, pp. 113-114.
33. Dispaccio 280032; Lech, All the Drowned Sailors, p. 19; Commissione d'inchiesta; Progress Report (NIG); Discussione dei fatti (NIG); Fatti e discussione dei fatti (NIG).
34. Thomas Helm, Ordeal by Sea: The Tragedy of the U.S.S. Indianapolis, p. 38; Sea Tales: Missing! The Indianapolis, A&E Home Video.
35. Corrispondenza con i generali di divisione aerea Pinky Grocott e Walter Blanchard.
36. Progress Report (NIG); Blue Summary; Discussione dei fatti (NIG); Corte marziale.
37. Corte marziale; Progress Report (NIG).
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4. Mare in fiamme.
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Colloqui: Giles McCoy, dottor Lewis Haynes, Mike Kuryla, Jack Miner, Harlan Twible, Robert Gause, Jack Cassidy, Richard Stephens, Ed Brown, Charlie Sullivan, Curt Newport, Dennis Covert.
1. Hashimoto, Sunk!, pp. 140-148; Corte marziale.
2. Sinking the Indianapolis: A Japanese Perspective.
3. Survivor Statements, 7 agosto 1945.
4. Moore, Goodbye Indy Maru, pp. 130-131.
5. Commissione d'inchiesta.
6. Progress Report (NIG).
7. Corte marziale.
8. Hashimoto, Sunk!, pp. 140-148; Corte marziale.
9. Corte marziale.
10. Commissione d'inchiesta; Resoconto personale del comandante Charles McVay III, USN, s.d.
11. Survivor Statements; Commissione d'inchiesta; Corte marziale.
12. Commissione d'inchiesta; Corte marziale.
13. I particolari sul siluramento, sulle azioni di McVay e sulla reazione dell'equipaggio sono tratti da Commissione d'inchiesta; Corte marziale; Resoconto del comandante McVay; Survivor Statements; The Bluejacket's Manual, Resoconto personale del comandante McVay; Kenneth E. Ethridge, The Agony of the Indianapolis, in American Heritage.
14. Bill Van Daalen, colloquio videoregistrato con Bob Brundige.
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5. Abbandonate la nave!.
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Colloqui: Giles McCoy, dottor Lewis Haynes, Jack Cassidy, Jack Miner, Richard Stephens, Mike Kuryla, Harlan Twible, Ed Brown, Felton Outland, John Spinelli, William Drayton, Russell Hetz, Donald Allen, Curt Newport, dottoressa Julie Johnson, dottor Terry Taylor, Gordon Linke.
1. Commissione d'inchiesta; Corte marziale; Survivor Statements.
2. The Sinking of the USS Indianapolis and the Subsequent Court Martial of Rear Adm. Charles B. McVay III, USN.
3. Ibid.
4. Fatti e discussione dei fatti (NIG).
5. Resoconto del comandante McVay; Corte marziale.
6. The Sinking of the USS Indianapolis and the Subsequent Court Martial of Rear Adm. Charles B. McVay III, USN.
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6. Speranze alla deriva.
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Colloqui: dottor Lewis Haynes, Robert Gause, Ed Brown, Harlan Twible, Giles McCoy, Felton Outland, Mike Kuryla, John Spinelli, Jack Miner, Curt Newport, Bob McGuiggan, Richard Stephens, Bill Drayton, Gus Kay, Charlie Sullivan, dottoressa Julie Johnson, dottor Terry Taylor.
1. Corte marziale. Molti particolari sui primi momenti in acqua provengono anche dalle conversazioni con lo stesso Lewis L. Haynes, dal suo articolo We Prayed While 883 Died, in Saturday Evening Post, e dai suoi ricordi, Survivor of the Indianapolis, in Navy Medicine.
2. Resoconto del comandante McVay; Resoconto personale del comandante McVay.
3. Van Daalen, colloquio videoregistrato con Bob Brundige.
4. Hashimoto, Sunk!, p. 147.
5. Resoconto del comandante McVay; Resoconto personale del comandante McVay; Corte marziale; 833 Dead and Missing in U.S. Cruiser Loss, in Bay City Times-, Al Havins, colloquio personale; Bill Van Daalen, colloquio videoregistrato con Al Havins.
6. Newcomb, Abbandonate la nave!, p. 148.
7. Progress Report (NIG).
8. Paul Auerbach e Edward Geehr, Management of Wilderness and Environmental Emergencies, cap. 34.
9. Resoconto del comandante McVay; Resoconto personale del comandante McVay; Al Havins, colloquio personale.
10. Wylie, The Last Secret Voyage of the USS Indianapolis.
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7. Squali all'attacco.
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Colloqui: Giles McCoy, Richard Stephens, dottor Lewis Haynes, Robert Gause, Jack Cassidy, Jack Miner, Mike Kuryla, Bob McGuiggan, Felton Outland, Ed Brown, Harlan Twible, John Spinelli, Curt Newport, dottoressa Julie Johnson, dottor Terry Taylor.
1. Ron e Valerie Taylor, introduzione, Sharks: Silent Hunters of the Deep, pp. 76, 100, 140.
2. H. David jr Baldridge, Shark Repellent: Not Yet, Maybe Never, in Military Medicine, p. 358.
3. Ibid.
4. H. David jr Baldridge, Shark Attack: A Program of Data Reduction and Analysis, in Contributions from the Mote Marine Laboratory, pp. 186-187; Victor G. Springer e Joy P. Gold, Sharks in Question: The Smithsonian Answer Book, pp. 82, 127-128, 135.
5. Chip Brown, Terror of Shark and Sea, 35 Years After, in Washington Post.
6. Springer e Gold, Sharks in Question, pp. 59, 82; Samuel H. Gruber (a cura di), Discovering Sharks, p. 36.
7. Resoconto del comandante McVay.
8. Corte marziale.
9. Matthew C. Barron, NAVOCEANO: Oceanographer and Ocean Services Division Officer, Naval Pacific Meteorology and Oceanography Center/Joint Typhoon Warning Center; Giornale di bordo dell' USS Register (APD 92).
10. Dunnigan e Nofi, Victory at Sea, p. 577.
11. Frontiera Marittima delle Filippine. Dal capitano di vascello Alfred M. Granum, US Navy a comandante in capo, Flotta del Pacifico e zona dell'oceano Pacifico. Firmato: Alfred M. Granum, in data 1 settembre 1945; base operativa navale americana, Navy 3964. Dal capitano di corvetta Jules C. Sancho al comandante in capo, Flotta del Pacifico e zona dell'oceano Pacifico. Firmato: Jules C. Sancho, in data 31 agosto 1945; Commissione d'inchiesta; Progress Report (NIG); Fatti e discussione dei fatti (NIG); Discussione dei fatti (NIG); Arrivi e partenze previsti nel golfo di Leyte, 31 luglio-2 agosto 1945.
12. Buell, Master of the Sea, p. 328.
13. Corte marziale.
14. Resoconto del comandante McVay; Al Havins, colloquio personale; Dan Kurzman, Fatal Voyage: The Sinking of the USS Indianapolis, p. 115.
15. Wylie, The Last Secret Voyage of the USS Indianapolis.
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8. Genocidio.
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Colloqui: dottor Lewis Haynes, Giles McCoy, Mike Kuryla, Felton Outland, Harlan Twible, John Spinelli, Ed Brown, Robert Gause, Jack Cassidy, Gus Kay, Gordon Linke, Winthrop Smith jr, Billie Havins, dottoressa Julie Johnson.
1. Resoconto del comandante McVay; Resoconto personale del comandante McVay; Al Havins, colloquio personale; Van Daalen, colloquio videoregistrato con Al Havins.
2. Newcomb, Abbandonate la nave!, p. 173.
3. Arrivi e partenze previsti nel golfo di Leyte.
4. Sweeney con Antonucci e Antonucci, War's End, p. 1; Knebel e Bailey, No High Ground, p. 164; Richard B. Frank, Downfall: The End of the Imperial Japanese Empire, p. 261.
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9. Deriva mortale.
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Colloqui: Giles McCoy, dottor Lewis Haynes, Robert Gause, Jack Cassidy, Ed Brown, Jack Miner, John Spinelli, Bob McGuiggan, Felton Outland, Gus Kay, Harlan Twible, Hilton D. Logan, Irving Lefkovitz, Curt Newport, Martin Williams.
1. Le informazioni sul pattugliamento e sul tentativo di salvataggio del tenente di vascello Gwinn sono tratte da Lech, All the Drowned Sailors, pp. 90-95; trascrizione del discorso di Wilbur Gwinn, USS Indianapolis Survivors' Reunion, Indianapolis, Indiana; corrispondenza con Norma Gwinn; Avvistamento dei superstiti dell' USS Indianapolis: partecipazione al salvataggio dall'aria e dal mare e susseguenti ricerche dei corpi e dei relitti, 2-7 agosto 1945. Firmato: M.S. Langford; Commissione d'inchiesta; Flotta del Pacifico, Aviazione, 152a squadriglia bombardieri. Dichiarazione riguardante l'avvistamento dei superstiti del CA-35 USS Indianapolis il 2 agosto 1945. Firmato: Wilbur C. Gwinn, in data 3 agosto 1945.
2. American Aircraft of World War II.
3. Commissione d'inchiesta.
4. Dichiarazione riguardante l'avvistamento dei superstiti; Herbert Hickman, Six Most Important Words of Your Life, per gentile concessione di John Wassell, Mission Accomplished... But at a Price; Avvistamento dei superstiti dell' USS Indianapolis-, domande fatte dai corrispondenti del tenente di vascello (jg) W.C. Gwinn, USNR, del tenente di vascello R.A. Marks, USNR, e del capitano di corvetta G.C. Atteberry, 6 agosto 1945; Commissione d'inchiesta; dispaccio 020125; trascrizione del discorso di Wilbur Gwinn.
5. Dichiarazione riguardante l'avvistamento dei superstiti; trascrizione del discorso di Wilbur Gwinn; Dispaccio 020245; domande fatte dai corrispondenti; Avvistamento dei superstiti dell' USS Indianapolis-, Commissione d'inchiesta.
6. Commissione d'inchiesta; Dispaccio 020409; Lech, All the Drowned Sailors, pp. 99-100.
7. Avvistamento dei superstiti dell' USS Indianapolis; Wassell, Mission Accomplished... But at a Price.
8. Avvistamento dei superstiti dell'USS Indianapolis-, Commissione d'inchiesta; domande fatte dai corrispondenti.
9. Richard Goldstein, Adrian Marks, 81, World War II Navy Pilot, in New York Times-, trascrizione del discorso di Adrian Marks, USS Indianapolis Survivors' Reunion, Indianapolis, Indiana; Wassell, Mission Accomplished... But at a Price; USS Cecil J. Doyle (DE 368), Rapporto memorandum sul salvataggio dei superstiti dell' USS Indianapolis (CA-35), 2-4 agosto 1945. Firmato: W.G. Claytor jr, s.d.; William H. Jones, No-Nonsense Lawyer Claytor Knows When to Bend the Rules, in The Washington Post; Adrian Marks, Selected Speeches of R. Adrian Marks; Bill Van Daalen, colloquio videoregistrato con Adrian Marks; domande fatte dai corrispondenti.
10. Dispaccio 020617.
11. Arrivi e partenze previsti nel golfo di Leyte; dispaccio 020848; dispaccio 030041; Commissione d'inchiesta; Lech, All the Drowned Sailors, p. 100.
12. Avvistamento dei superstiti dell'USS Indianapolis; domande fatte dai corrispondenti.
13. Dispaccio 020601.
14. Dispaccio 020625; Van Daalen, colloquio videoregistrato con Adrian Marks; trascrizione del discorso di Adrian Marks; domande fatte dai corrispondenti.
15. Dispaccio 020516; dispaccio 020747; dispaccio 020400; dispaccio 020756.
16. Avvistamento dei superstiti dell' USS Indianapolis; registrazione delle operazioni di volo alla ricerca dei superstiti dell' USS Indianapolis (CA-35), 2 agosto 1945; Joseph M. Lalley, Search and Rescue; Bill MacDermott, A Walk Through the Valley: The History of the 3rd Emergency Rescue Squadron.
17. 4a Squadriglia Salvataggio d'Emergenza, Flight Detachment, APO 265. Oggetto: operazioni di salvataggio dal 2 al 5 agosto. Firmato: tenente Richard C. Alcorn, in data 6 agosto 1945; 4a Squadriglia Salvataggio d'Emergenza, Flight Detachment, APO 265. Oggetto: operazioni di salvataggio del 7 agosto 1945. A operazioni nella subzona. Firmato: tenente Richard Alcorn, in data 8 agosto 1945; Kurzman, Fatal Voyage, p. 174.
18. Avvistamento dei superstiti dell' USS Indianapolis; domande fatte
dai corrispondenti; Van Daalen, colloquio videoregistrato con Adrian Marks; Marks, Selected Speeches of R. Adrian Marks; USS Cecil J. Doyle (DE 368), rapporto memorandum; trascrizione del discorso di Adrian Marks.
19. USS Cecil J. Doyle (DE 368), rapporto memorandum; Wren, Those in Peril on the Sea, p. 59; corrispondenza con Ruby e Albert Harp; USS Madison (DD 425), Resoconto delle operazioni di ricerca, 2-5 agosto 1945. Firmato: Donald W. Todd, in data 6 agosto 1945; USS Dufilho (DE 423), Salvataggio e ricerca superstiti, 3-6 agosto 1945. Firmato: A.H. Nienau, in data 9 agosto 1945.
20. Wren, Those in Peril on the Sea, pp. 81-85, 161.
21. Haynes, We Prayed While 883 Died.
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10. Ore finali.
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Colloqui: dottor Lewis Haynes, John Spinelli, Giles McCoy, Felton Outland, Bob McGuiggan, Gus Kay, Bill Drayton, Curt Newport, Peter Wren.
1. Kurzman, Fatal Voyage, p. 176; Dispacci 021342, 021500.
2. Buell, Master of the Sea, p. 327.
3. Weintraub, The Last Great Victory, p. 392.
4. Knebel e Bailey, No High Ground, p. 100; Richard Rhodes, The Making of the Atomic Bomb, p. 696; Weintraub, The Last Great Victory, p. 387.
5. USS Cecil J. Doyle (DE 368), rapporto memorandum; Wren, Those in Peril on the Sea, pp. 58-91; USS Madison (DD425), Resoconto delle operazioni di ricerca; 4a Squadriglia Salvataggio d'Emergenza, Flight Detachment, APO 265. Operazioni di salvataggio dal 2 al 5 agosto; domande fatte dai corrispondenti; corrispondenza con Ruby e Albert Harp; registrazione delle operazioni di volo.
6. Wren, Those in Peril on the Sea, p. 157.
7. Id., pp. 70, 162-166; Lech, All the Drowned Sailors, p. 108.
8. Marks, Selected Speeches of R. Adrian Marks; Van Daalen, colloquio videoregistrato con Adrian Marks.
9. Lech, All the Drowned Sailors, p. 111 ; Progress Report (NIG); Dispaccio 031406.
10. Resoconto personale del comandante McVay; Resoconto del comandante McVay; William C. Meyer, capitano di vascello della
US Navy in congedo, colloquio, Survivors in the Water: Saving the Indy's Crew, in Military Heritage-, Al Havins, colloquio personale; Van Daalen, colloquio videoregistrato con Al Havins.
11. Roy McLendon jr, The Rescue: The Rest of the Story; Jim Anderson, NCVA, Tragic Indianapolis Story Told, in Cryptolog; Meyer, colloquio; Dispaccio 030855.
12. USS Madison (DD 425), resoconto delle operazioni di ricerca; USS Register (APD 92), operazioni di ricerca da parte dell' USS Register (APD 92) dei superstiti dell' USS Indianapolis. Firmato: J.R. Furman, in data 8 agosto 1945; Giornale di bordo dell'USS Ringness (APD 100), foglio delle osservazioni; Dispaccio 030150.
13. Meyer, colloquio.
14. USS Madison (DD 425), resoconto delle operazioni di ricerca; registrazione delle operazioni di volo.
15. Ospedale della Base 18 della US Navy, Rapporto delle perdite. Da Charles B. McVay III al segretario della Marina, in data 9 agosto 1945.
16. Comandante della subzona delle Caroline occidentali, Salvataggio e ricerca dei superstiti dell' USS Indianapolis (CA-35) e recupero, identificazione e sepoltura dei corpi, 15 agosto 1945; Wren, Those in Peril on the Sea, p. 161.
17. Marks, Selected Speeches of R. Adrian Marks.
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11. Conseguenze.
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Colloqui: Giles McCoy, dottor Lewis Haynes, Harlan Twible, Mike Kuryla, Bob McGuiggan, Jack Cassidy, Ed Brown, Donald Allen, Bill Drayton, Jack Miner, Richard Stephens, Gus Kay, Lee Albright, Gordon Linke, Jocelyn Linke, Scott Linke, Winthrop Smith jr, Ed Stevens.
1. USS Helm (DD 388), Ricerca dei superstiti, 4-5 agosto 1945, rapporto. Firmato: A.F. Hollingsworth, in data 6 agosto 1945.
2. Meyer, colloquio.
3. Citato in Newcomb, Abbandonate la nave!, pp. 220-221.
4. Knebel e Bailey, No High Ground, p. 114.
5. Wren, Those in Peril on the Sea, p. 119.
6. Flotta del Pacifico e zona dell'oceano Pacifico, quartier generale del comandante in capo. Oggetto: Commissione d'inchiesta per indagare su tutte le circostanze relative all'affondamento dell'USS Indianapolis (CA-35) e sul ritardo nelle comunicazioni riguardanti la perdita di detta nave. Firmato: C.W. Nimitz, in data 9 agosto 1945.
7. Cruiser Sunk, 1,196 Casualties; Took Atom Bomb Cargo to Guam, in New York Times', Weintraub, The Last Great Victory, p. 616; Lech, All the Drowned Sailors, p. 120.
8. The Indianapolis, in New York Times.
9. Moore, Goodbye Indy Maru, p. 162; Ruolino di servizio di Charles B. McVay; Newcomb, Abbandonate la nave!, p. 240.
10. Accuse e specificazioni nel caso del capitano di vascello Charles B. McVay III, US Navy. Al capitano di vascello Thomas J. Ryan jr, JAG della US Navy, corte marziale generale, Navy Yard, Washington, DC. Firmato: James Forrestal.
11. Ammiraglio, US Navy, Memorandum riguardante la Commissione d'inchiesta che indaga su tutte le circostanze relative all'affondamento dell' USS Indianapolis (CA-35) e sul ritardo nelle comunicazioni riguardanti la perdita di detta nave. Firmato: C.W. Nimitz, in data 6 settembre 1945; Buell, Master of the Sea, pp. 328-329.
12. Inchiesta sull'affondamento, 7 gennaio 1946; Fatti e discussione dei fatti (NIG); Dipartimento della Marina, Ufficio del JAG, memorandum al segretario della Marina. Oggetto: Charles B. McVay III, capitano di vascello, US Navy, processo della corte marziale generale. Firmato: O.S. Colclough, s.d.
13. Progress of Indianapolis case. Ispettore Generale della Marina. Firmato: C.P. Snyder, in data 10 novembre 1945. Comprende annotazioni a penna di E.J. King; The Sinking of the USS Indianapolis and the Subsequent Court Martial of Rear Adm. Charles B. McVay III, USN.
14. Citato in Newcomb, Abbandonate la nave!, p. 241.
15. The Captain Stands Accused, in Time.
16. Bill Van Daalen, .Indianapolis: The Ship of Doom, documentario video.
17. Von Doenhoff, ULTRA and the Sinking of USS Indianapolis', Progress Report (NIG); indagine sull'affondamento, 7 gennaio 1946.
18. Von Doenhoff, ULTRA and the Sinking of USS Indianapolis; Progress Report (NIG).
19. A Jap Bears Witness, in Newsweek.
20. Lech, All the Drowned Sailors, pp. 141-142; Dipartimento della Marina, Ufficio del JAG, Con. Res. 116: To expunge the testimony of an alien enemy officer from the naval records. Firmato: James Snyder, s.d.
21. Corte marziale; Such Grotesque Proceedings, in Time; A Jap Bears Witness.
22. Corte marziale generale nel caso del capitano di vascello Charles B. McVay III, US Navy, convenuti il 3 dicembre 1945 al Navy Yard, Washington, DC, per ordine del segretario della Marina. Dal Capo del personale navale al segretario della Marina, in data 22 gennaio 1946; Dipartimento della Marina, Ufficio del JAG. Firmato: O.S. Colclough, in data 23 gennaio 1946; Dipartimento della Marina, Registrazione del procedimento della corte marziale generale sul caso dell'ufficiale comandante, USS Indianapolis, capitano di vascello Charles B. McVay III, USN. Firmato: E.J. King, in data 25 gennaio 1946; Dipartimento della Marina, The record of the proceedings in the foregoing general court-martial case. Firmato: James Forrestal, data illeggibile.
23. Captain Takes It Calmly: McVay Held Guilty of Neglect but Acquitted of Inefficiency, in Washington Post.
24. Ruolino di servizio di Charles B. McVay.
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12. Ritorno nel mondo.
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Colloqui: John Spinelli, Jack Miner, Mike Kuryla, Ed Brown, Jack Cassidy, Harlan Twible, Robert Gause, Gus Kay, dottor Lewis Haynes, Giles McCoy, Feiton Outland, Gordon Linke, Jocelyn Linke, Scott Linke, Winthrop Smith jr, Ed Stevens, Florence Regosia.
1. Ruolino di servizio di Charles B. McVay; Admiral McVay Killed in Conn., Times-Picayune.
2. Tragedy still hurts after 15 years, in The Indianapolis Times.
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Epilogo.
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Colloqui: Giles McCoy, Harlan Twible, dottor Lewis Haynes, Michael Monroney.
1. Riassunto del rapporto sulla corte marziale del capitano di vascello Charles B. McVay III, USN, ufficiale comandante, USS Indianapolis, in data 18 giugno 1996; Rapporto sulla corte marziale del capitano di vascello Charles B. McVay III, USN, ufficiale comandante, USS Indianapolis. Preparato dal comandante R.D. Scott, JAG della Marina. Comprende lettere all'onorevole Andrew Jacobs jr., Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti. Firmato: Steven S. Honigman, in data 14 novembre 1996.
2. Toti, The Sinking of the Indy & Responsibility of Command.
3. Van Daalen, colloquio videoregistrato con Bob Brundige.
4. Hunter Scott, Timeline to Justice, in Naval History.
5. Conference Report to H.R. 4205, The National Defense Authorization Act of 2001.
6. Portavoce della Marina, 12 ottobre 2000.
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Fonti primarie.
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I documenti della corte marziale e della corte d'inchiesta provengono dal Dipartimento della Marina, Ufficio del JAG, Washington Navy Yard. Bench la corte d'inchiesta abbia numerato 131 pagine, in allegato c'erano altre 723 pagine di documenti probatori. Tra questi c'erano
resoconti del salvataggio delle navi degli Stati Uniti Doyle, Helm, Register, Ringness e Ralph Talbot, rapporti di unit accorse in aiuto, giornali di bordo di aerei, elenchi e resoconti di feriti, comunicati stampa, pi di 120 dispacci e i memoranda della corte d'inchiesta. Erano compresi anche i rapporti dell'Ispettore Generale della Marina, oltre ai memoranda attinenti alla corte marziale del capitano di vascello Charles B. McVay III.
Altri documenti sono stati ottenuti da varie fonti, tra cui gli archivi dell'Accademia Navale e raccolte personali:
Ordine del giorno, domenica 15 luglio 1945 e luned 16 luglio 1945. Firmati: J.A. Flynn, capitano di fregata USN, comandante in seconda (USS Indianapolis, CA-35). Giornali di bordo, USS Indianapolis CA-35, 1 febbraio-30 giugno 1945.
Diario di guerra dell'USS Indianapolis, maggio-agosto 1945. Dall'ufficiale comandante Chas. B. McVay III al comandante in capo, Flotta degli Stati Uniti, 1 giugno 1945. Diario di guerra dell' USS Pensacola, luglio 1945. Dall'ufficiale comandante W.J. Suits al comandante in capo, Flotta degli Stati Uniti, 25 agosto 1945.
Diario di guerra dell' USS Tennessee, luglio 1945. Dall'ufficiale comandante John B. Hefferman al comandante in capo, Flotta degli Stati Uniti, 3 agosto 1945. Diario di guerra del comandante della 4a divisione incrociatori, 1 luglio-31 luglio 1945. Originale al comandante in capo. Copia al comandante in capo, Flotta del Pacifico, Pearl Harbor. Diario di guerra della 3a divisione corazzate, 1 luglio-31 luglio 1945. Dal comandante della 3a divisione corazzate L.D. McCormick al comandante in capo, Flotta degli Stati Uniti, 4 agosto 1945. Piani generali, CA-35. Bu. C&R #166008-166012, 1 dicembre 1944
(per gentile concessione di Mike Kuryla). Rapporti settimanali del Joint Army Navy Personnel Shipping Committee, aprile 1945-agosto 1945. Giornale di bordo dell' USS Bassett (APD 73), foglio delle osservazioni, 4 agosto 1945.
Giornale di bordo dell' USS Ringness (APD 100), foglio delle osservazioni, 1 - 5 agosto 1945. Giornale di bordo dell' USS Ralph Talbot (DD 390), 3 agosto 1945. Giornale di bordo dell'USS Register (APD 92), osservazioni aggiuntive, 3-7 agosto 1945.
Giornale di bordo dell'USS Helm (DD 388), osservazioni, 5 agosto 1945.
Giornale di bordo dell' USS Cecil J. Doyle (DE 368), osservazioni, 5-7 agosto 1945.
Manuale delle decorazioni della Marina e del corpo dei marine, Dipartimento della Marina, Navpers 15, 790 (Rev. 1953).
Conference Report to H.R. 4205, The National Defense Authorization Act of 2001.
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FINE.